viaggio a Zurigo

F i c t i o n
viaggio a Zurigo
di Brevevita Letters

VIAGGIO A ZURIGO
1
Mi reco in Svizzera cercando di sfoderare la mia antica educazione, anche se – dentro di me – cova la disillusione e la paura.
Mi sono scordato i foglietti, mi sono scordato di lavarmi i piedi, rasarmi i capelli e farmi la barba, mi stanno sudando le ascelle, l’aria condizionata è troppo alta, mi sono scordato la pezzetta che si mette sotto al mouse del computer, mi sono scordato il vino da portare al mio amico.
Il viaggio è veramente rilassante e dopo un anno di performance lavorative di livello mediobasso, soffrire mi diverte molto: nove ore di autostrada e di code, cento euro di benzina, sessanta euro di pedaggi, quaranta euro tra spuntini e pisciate, schivare autoarticolati carichi di buoi, questo è l’inizio della vacanza.

Avvicinandomi alla Svizzera mi rendo conto che la Svizzera è veramente vicina a Milano.
Vengo a sapere che tra Milano e la Svizzera non esistono vitigni autoctoni, rivenditori proverbiali, o produttori di vini.
In questo ambaradan di sensazioni schifose cerco di comportarmi da svizzero italiano in viaggio nella Svizzera tedesca: impossibile sgamare che sono di centobuchi (AP), in fondo potrei essere di Lugano che cavolo!
Fingendo di essere uno svizzero italiano mi introduco nel primo bar di Zurigo: lì mi rendo conto definitivamente di essere di centobuchi (ap): pago un giro di bevute x 4 persone al prezzo di 81 franchi, 70 euro, e per autopunirmi decido di astenermi l’indomani dal comprare tutto: perfino di non fumare per risparmiare sigarette: in caso di emergenza potrei barattarle con una tazza di thè!
Fuori dal bar, sui marciapiedi lindi di detersivo alla vaniglia, i primi tre svizzeri che mi si parano davanti so’ talmente furbi e scafati che quasi sembrano di Ostia (RM), e te li immagini parlare in romanesco. Queste le frasi estrapolate dai loro sguardi:

1) ECCONE N’ARTRO, DE ‘STI PIVELLI;
2) ANVEDI ‘STO STRONZO BONO A GNENTE. BENVENUTO A ZURIGO A BELLO, CORE DE SVIZZERA, SE BECCAMO;
3) FAIIR BONO SENNO’ TE DAMO A MANGANELLATE, A CAFONE!

La Svizzera è un paese piccolo, ma complicato. In un territorio d’estensione circa dieci volte inferiore a quello italiano convivono 26 Stati denominati Cantoni, con 3 lingue Nazionali (l’italiano, il francese e il tedesco) e con forti differenze culturali e religiose, tra Stato e Stato.
La Svizzera è un paese piccolo, ma antico. Esiste dal 1291, ed ha un’età politica di circa 600 anni più avanzata rispetto a quella dell’Italia. Non 6 anni in più, non 60: SEICENTO! E’ per questo che quando tu arrivi – piccolo insignificante bamboccetto italiano sporco che nemmeno ti sei fatto la barba – loro ti riconoscono al volo e ti guardano, quasi simpaticamente ghignando, eheh: eccone n’artro, appunto.
Mi vorrei soffermare un attimo sui 600 anni in più: enorme lasso di tempo durante il quale gli svizzeri hanno potuto acquisire competenze e sistemi per organizzare una vita civile di livello qualitativo eccelso (per sé stessi) e studiare tutti i metodi del come “succhiare denaro” (agli abitanti delle nazioni limitrofe, e anche non limitrofe). Mi vorrei soffermare un attimo anche sui 600 anni in meno: enorme lasso di tempo che scagiona d’un botto e definitivamente tutta la nostra classe dirigente da facili accuse qualunquiste: non dunque incapaci, non dunque avidi opportunisti, né sanguisughe senza scrupoli attaccate alla poltrona: SEMPLICEMENTE PECCANO D’INESPERIENZA.

Come un ragazzino della Juniores che esordisce in prima squadra, poverino. . .
Mica possiamo addossargli le colpe . . .
Indubbiamente, da italiano, questa è una cosa che fa sentire meglio.
Sapere che fra 600 anni arriverà un po’ di buonsenso mi riempie di stimoli ed entusiasmo. Mi viene anche voglia di suonare il clacson e scoreggiare, per il troppo entusiasmo!
Dopo questa piacevole parentesi politica riprendiamo la narrazione ufficiale dei fatti.
La interessante gita a Zurigo continua con una serata di gala al modico costo di € 50 sola entrata. L’amico del mio amico ci aveva detto absolutely dressed (vuol dire completo obbligatorio giacca/pantalone) e figuratevi se vado in vacanza in frac. Il mio amico è cordiale e stravagante, e si offre di prestarmi un suo completo: incredibilmente alle 19,30 di un assolato 25 di agosto indosso una giacca gessata con vistoso teschio di brillantini sulla schiena, mentre il mio amico ha un serpente sulla spalla.
Arriviamo sul posto, uno chalet sul lago, ampie vetrate, macchinoni. Si intravedono abiti costosi. Io e il mio amico sembriamo due cileni con pistola al seguito.
La bellissima donna all’ingresso ci osserva schifata, sorvolando con un gentile ghigno le spaventose bestie che albergano sulle nostre giacche. Entriamo per il rotto della cuffia, credo.
Il mio amico mi fa : “bona eh ?”
“sì sì oh!”, ma la verità è che così conciato io mi vergogno anche solo a guardarle, le donne: mai stato così lontano dal pensare al sesso.

i l   d e n t r o

La situazione elegante intravista fuori, dentro si capovolge: tutto diventa di cattivo gusto: solo orchi pedofili seduti ai tavoli – prigionieri dei loro complessi d’inferiorità – sorseggiano vino rosso italiano, impossibilitati a raggiungere o individuare in chicchessia il benché minimo spiraglio di bellezza. Sono anzi impegnati a fotografare, con i loro i-phone, le puttane russe e lituane di età indefinibile che sfilano in mutande sull’inadatta sala al centro del locale (che qualche idiota di organizzatore ha forse inteso adibire a passerella), ed accompagnate da cavalieri medio-orientali dall’espressione odiosa, più barbette ipercurate, più ciglia rifatte. Tutto è talmente mostruoso che mi viene da ridere, e davvero sembra un incubo del cazzo.

A quel punto inizio a sentirmi bello. Il teschio di brillantini che ho sulla schiena è pura eleganza, in confronto a questi maiali fiacchi e imborghesiti.

mmm . . .

Dopo una decina di minuti di “studio della situazione” mi rendo conto che noi non abbiamo un tavolo. L’accoglienza ed il servizio che riceviamo sono inversamente proporzionali alle 50 € sborsate per entrare.

Il cameriere, d’altro canto, è inversamente proporzionale alle puttane che sfilano: sulla quarantina, faccia da pistolero alcolista, sfoggia espressioni serie e indaffarate, ma le buone intenzioni che vorrebbe esternare sono rovinate da una trippa pazzesca. Tenta di recuperare vestendo camicia e pantaloni neri, ma tra la spina dorsale e l’ombelico passano almeno sessanta centimetri di budella. Vorrebbe dare una buona impressione complessiva provando a fluttuare liscio ed agile tra i tavoli, con i suoi vassoi, ma secondo me sta riempiendo la sala di scorregge, giocando sul fatto che – grazie alla musica a tutto volume – non lo scopriranno mai.

Nel frattempo scoppia un temporale, e nell’elegantissimo chalet vista-lago scelto come location per questa cacata, a causa di un vistosa crepa sul tetto, inizia a piovere.

Mia moglie si incazza, io ancora resto calmo.
Ahahah, mi viene anche un po’ da ridere, che cavolo di vacanza!

L’amico del mio amico ci aveva detto nelle 50 € è compresa la cena: per cena sono qui intese due tipi di tartine tedesche – microscopiche e fritte – e mezzi tramezzini del cazzo.
Il bere non è compreso.
Le tartine vengono recapitate da un unico cameriere (il trippone) a ritmo piuttosto blando, e soprattutto in direzioni che sembrano predefinite. In mezzora non becchiamo una tartina. Le vediamo solo passare.

La gente ha fame e le apparizioni delle tartine sono sempre più rare, tant’è che il cameriere viene atteso sulla soglia della cucina da gruppetti di ospiti. Quando il cameriere sbuca, viene preso d’assalto da squadroni di borghesi svizzeri attempati. Dunque non riesce che a fare pochissimi passi, e di certo non riesce ad arrivare fino a noi.
Nel frattempo, proseguono le sfilate delle puttane e degli arabi, e ci viene chiesto di spostarci dall’angolo che ci eravamo ritagliati presso un davanzale, per far spazio a due puttane.

Decido il da farsi :

1) irruzione in cucina;
2) irruzione sul tavolo dei pedofili sempre ricco di tartine;
3) chiedere al cameriere UN VASSOIO DI TARTINE TUTTO PER NOI in lingua italiana.

Opto per la terza ipotesi, spalleggiato anche dal provvidenziale intervento (in lingua madre) del mio amico; nel frattempo è anche arrivato l’amico del mio amico, l’artefice principale del perché io mi trovo lì, e la presenza di quest’uomo fa sì che in poco tempo arrivino dalle nostre parti 4 vassoi di microscopiche cacarozze rifritte e vergognosi ritagli triangolari di tramezzini.

Divoriamo tutto in pochissimi minuti, schivando puttane e arabi, e da qualche minuto anche fotografi con giganteschi obiettivi, intenti a immortalare presenze prestigiose da pubblicare l’indomani sulla cronaca locale di Zurigo. Mi viene in mente di calarmi i pantaloni ed indicare il buco del culo, ma piuttosto a questo punto ho sete.

Di fronte a me c’è il bancone : un pertugio di mezzo metro quadro per sopperire alle richieste di circa settanta persone assetate. Dall’altra parte una sola creatura impiegata : una barista sui 40 anni – mal portati – ed oltretutto lenta, molto più lenta del cameriere trippacchione.

Caccio il portafoglio e sventolo in aria cento franchi perché ho sete.
Lei mi domanda in tedesco, io rispondo qualcosa che proprio non so, credo di aver detto : “SETE!”
Lei mi consegna una bottiglia che sembra lo champagne, la stappa, me la fa assaggiare e la inserisce in un secchiello ghiacciato.
Dico “VA BENE” , in italiano sfacciatamente italiano, consegno la banconota da 100.
Non dà resto.

Prendo il secchiello e, facendo la gimkana tra puttane delle repubbliche baltiche, l’appoggio sul tavolinetto che ci siamo faticosamente ritagliati dopo minuti e minuti di appostamenti.
Mi asciugo il sudore. Di nuovo mi viene un po’ da ridere , ahahah, che cazzo di vacanza!

Nel frattempo, come in una maledizione, le puttane e gli arabi continuano a farci scansare dalle postazioni che mano mano ci ritagliamo, allontanandoci pericolosamente dalla nostra preziosa bottiglia.

Al terzo calice di champagne mi si distendono i muscoli del corpo, mi avvicino al mio amico ed effettuo la domanda-cardine, quella che mi avrebbe svoltato la serata, l’informazione che sognavo di avere da 1 ora e 45 minuti a quella parte: “chi è che ha concepito e organizzato tutto questo? ce n’è uno solo oppure si tratta di un team di elementi? vorrei informarmi”. Il mio amico non esita a indicarmi il deejay, ed anzi aggiunge: “è lui. E’ solo lui che ha pensato e fatto tutto questo: dalla musica, alla scelta delle ragazze, agli invitati”.

” mmm… interessante”, dico.

Guardo il Deejay. Almeno 130 chilogrammi di peso, 60 dei quali depositati in faccia, camicia bianca a righe celesti con colletto blu (classica tedesca), foulard grigio con fantasie mostruose di pesciolini amaranto, stretto malamente sul collo che sembra stia soffocando, giacca blu doppiopetto con bottoni dorati, pantalone panna, scarpe nere, tutte medie cose che nel complesso formano una figura rivoltante. La canzone più bella che mette è un vecchio successo credo di amanda lear remixato da un narcotrafficante colombiano.

Va bene, passiamo oltre.

Dopo 9 calici di champagne mi reco in bagno. Ho due possibilità: pisciatoio o tazza. Come sempre scelgo tazza. Entra il cameriere, che di default è costretto al pisciatoio. Ci scambiamo una frugale occhiata. Come avevo previsto, è uno che se lo lasciassero lavorare a modo suo, ovvero sfruttando l’energia eolica prodotta dal suo sedere, i vassoi filerebbero più veloci. Senza ritegno, infatti, nel mezzo della sua minzione, il tizio rilascia una scoreggia. Di quelle poderose che durante le minzioni sono il top.
Non credo che nel gesto si annidasse qualcosa di provocatorio.
Piuttosto, l’idea che passa è semplice: la vita è questa, una cosa senza filtri, roba di animali, parentesi amicali ed economiche tra una scoreggia e l’altra.
Tutto ciò indubbiamente stride con la tradizionale idea che si ha della Svizzera.
Pensi che cavolo, questo non è da Svizzera!
Insomma, se fuori c’hanno marciapiedi immacolati, al bagno si sfogano.

Esco dal cesso e raggiungo gli altri, ma non c’è un attimo di pace: un tedesco che somiglia a Pierre Littbarski*, ma con un volto molto più indisponente ed odioso, prende ad asciugarsi le mani sulla preziosa salvietta che avvolge la nostra bottiglia di champagne da 100 franchi. La sta usando come fosse carta igienica diocristo.

Beh, se finora me la sono presa a ridere, ora comincio veramente ad incazzarmi.

Gli vado sotto al muso e gli dico decisamente: CHE CAZZO FAI, in italiano che più italiano non si può. Finalmente la mia faccia è correlata al teschio che mi alberga sulla schiena. Per la prima volta da due ore io mi sento bene.

Lui fa finta di non aver sentito e si rimette a parlare con due mignotte “resident”. Interviene a supporto la moglie del mio amico, che apostrofa l’odioso sosia di Littbarski con frasi tedesche. Lui le ride in faccia.

Continuo a guardarlo fisso per tutto il tempo che restiamo lì.

Poi mi portano via, ho bisogno di bere.

. . .

i l   s e c o n d o   g i o r n o

L’indomani una Botta di vita: Zurich Open Air, pura fortuna che ci siete capitati mi dice il mio amico. MM. E’ la prima volta che sento nominare questa cosa, comunque andiamo, dai – decisamente. Peggio di ieri è impossibile. E difatti assisto a uno spettacolo esaltante, una di quelle cose travolgenti ed oggettivamente BELLE che il salottino buono degli intellettuali incontentabili definirebbe “sì carino ma niente di che”.

E in effetti niente: solo una monumentale ora e mezza di Grandaddy a orario caffè, Soulwax per merenda, Maximo Park all’aperitivo e giusto un po’ di Prodigy nel dopocena. Impianti monumentali, palchi che ricordano gigantesche cattedrali gotiche, si suona anche in caso di uragano. Il palco dove si esibiscono i belgi Soulwax, alle 5 e mezza di pomeriggio, misura una superficie in km quadrati pari alla città di Spinetoli (AP). Vengono distribuiti impermeabilini di plastica bianchi, anche carini, ovunque telecamere TV coperte da teli, ovunque fango.

Ammutolito e schiacciato dalla organizzazione Svizzera, in nove ore apro bocca solo a orario Tg1 – al termine di “Apply Some Pressure” dei Maximo Park – e come il Tg1 annuncio in tono solenne : “avrei cacciato 80 euro solo per sentire questo pezzo”.

Punto.

Alle 23 p.m. mi sembrano le cinque di mattina. Nel taxi che ci riporta a nanna – sporco di fango e infreddolito – placato dal rassicurante sottofondo di radiodrammi asiatici – svolgo dolci-amare riflessioni:

Zurigo e tutta la svizzera, sci per carita’, bella, bei posti, ma non mi venite a raccontare che e’ diverso, perché come in qualsiasi altra parte del globo, anche qui, confusamente il bene e il male si confondono, scopandosi allo sfinimento e partorendo un informe figlio di pongo appiccicoso, vagamente sferico, che muta e si trasforma di continuo “.

Insomma, se la vita e’ una palla, allora elettroni impazziti si spingeranno da un estremo all’altro della palla: si va da uno splendido dipinto ad un tumore, passando per un acido dipendente della stazione di servizio “.

E se davvero il mondo e’ una palla – come da secoli pare che sia – allora la vita degli uomini eccola li’ in mezzo, caotica e meschina, imprigionata tra gli eventi ed appallottolata alla cazzo di cane – pare tutto così mediocre che alla fine ti ci abitui – d’improvviso poi però, alle 23 p.m. di un qualsiasi giorno, magicamente essa si srotola e fiorisce: gioia ed altruismo vengono distribuiti senza nessun criterio a persone spesso immeritevoli , che passano per caso di li’ – poi basta finito – ritorni a chiuderti nel guscio, dove la vita vera resterà per sempre nascosta, ricoperta da uno strato di fintaggini, volemose bene, e cosi’ via; formando pongo appiccicoso + altri eventi; e tu sotto continui a vivere impaurito, tu sei sotto e oramai manco ti vedi, e continui a mescolarti, e a rotolare, e a confonderti nel fango “.

” poi di nuovo all’improvviso un gesto, un pensiero emozionante, ti sorprendi nella melma e ti ritrovi ancora vivo . . .”

“Resisti, sei in lista d’attesa per fiorire un’altra volta “.

i l   t e r z o   g i o r n o

Il giorno dopo ancora, alla mattina alle nove, apro la finestra appena sveglio e mi colpisce subito una scena : una bmw 5000 dal prezzo inaudito è parcheggiata sul bordo della strada. Al suo fianco, come una specie di mostruoso sidecar, giace un enorme siluro marrone : è no eh : questo non è da svizzera : marciapiede lindo e immacolato ‘mpar de palle, questa è na cacata gigante di cavallo.
Non è la prima volta, che la Svizzera tradisce le mie aspettative.
Prima di ripartire, mi viene in mente una cosa da chiedere al mio amico : “ma possibile che in Svizzera nz paga l’autostrada?”

“come nz paga, s paga , s paga!”

“ma io all’andata ‘nna so pagata e non mi ha detto niente nessuno, com’è? ‘nda funziona?”

“eh, qua si compra un talloncino verde adesivo da appiccicare al parabrezza, la devi appiccicare come fai con l’assicurazione”

“avà! e beh, allora lo vado subito a comprare, ‘sto tagliandino. So che qua sono severi, specie con chi tenta di fare il furbo. A me proprio non mi va di fare la figura del classico italiano”

“mah, fai come ti pare, ma tieni conto che è domenica, e che mo è giorno. Da qui all’Italia so’ 2 ore di autostrada: le probabilità che ti fermi la polizia in questo lasso di tempo sono UNA su quindicimila, non di più. Ah, e se devi mettere benzina mettila a Chiasso, al confine, ché si risparmia. Esci n’attimo dall’autostrada e la metti. Lascia sta’ i rifornimenti sull’autostrada che costa di più”

In macchina mi consulto con mia moglie, che è d’accordo con me, anche molto d’accordo, proprio che manco ci pensiamo, a comperare quel fottutissimo tagliandino verde che costa 50 €.

Eseguo alla lettera le disposizioni del mio amico: dunque non compro il tagliandino verde, evito i rifornimenti sull’autostrada ed esco a Chiasso a mettere benzina. Concludo trionfalmente la mia spedizione in terra elvetica prendendo una multa a Chiasso, dalla polizia della svizzera italiana. I poliziotti sono solo due, ma si tratta di una organizzazione perfetta : uno incazzoso ferma le macchine, l’altro gentile ritira i soldi. A quel punto mi spunta un cartello con la scritta POLLO, qui sulla fronte.
Mi guardo attorno e c’è da vergognarsi.
Ci sono 25 macchine in fila, tutti zitti in attesa di un verbale, tutti italiani, tutti che escono a Chiasso a far benzina perché qua costa di meno.

Questa scena è l’emblema degli ultimi 600 anni di storia.
Noi morti di fame, loro instancabili “trivelle” che aspirano denaro.
Noi che ci comportiamo esattamente come la nostra classe politica, loro anche.
Noi poveri cafoni rubagalline tentiamo di arraffare dappertutto e ci mangiamo anche tra noi; loro accettano ladri solo a grandi livelli e sanno a loro volta essere subdoli, scaltri e opportunisti: tutto è studiato per favorire la collettività.

Nella quiete assordante dell’autostrada, una voce rompe le mie amare riflessioni: “io però lo volevo fare il tagliandino”.  
Classico delle mogli.

Traditrice cazzo,
vedi che ci mangiamo tra di noi . . .

Poi nove ore di silenzio.
Ho bisogno di vitigni autoctoni.
Volo al Brevevita.

Fine.
Brevevita Letters
—————-
N.B. *Pierre Littbarski (Berlino, 16 aprile 1960) Molleggiato, spesso imprendibile, faccia simpatica. Calcisticamente una delle ultime autentiche ali destre del calcio che fu. Tedesco atipico, gracile ed estroso, famoso per essere affezionato alla nonna. Visse e svolse la sua opera tra i regni di Karl Heinz Rummenigge (1955) e Lothar Matthaus (1961).

Brevevita Letters
published on 28th March 2019
written on 2012




wow, you’ve found a matching song!
“Taster” by Grandaddy, from the album “The Broken Down Comforter Collection”, of 1994