vespasiano d’angelo

F i c t i o n
V E S P A S I A N O   d’A N G E L O
di Brevevita Letters  

Descriveremo in questa mezza paginetta l’incredibile individuo denominato Vespasiano d’Angelo. Un vecchio amico mio dai tempi delle medie.

Storicamente, Vespasiano d’Angelo era sempre stato un operaio, mentalmente ancor prima che fisicamente, aveva sempre fatto quello, e non aveva mai palesato altre ambizioni. Lavorava in una fabbrica a conduzione poco più che familiare, erano in sei (un ragioniere, il titolare, il figlio del titolare, il socio e due operai – tra cui appunto lui), e producevano mobiletti per il cesso, come il 95% delle fabbriche della landa centobuchese, nome esatto centobuchi (AP), due km da san benedetto del tronto (AP), Marche ma ai confini con l’Abruzzo, Italy.

Come in tutte le cittadine giovani, e per giunta di confine, qui non sono chiare una serie di cose: l’identità storica e le caratteristiche culturali (poiché in divenire), i piatti tipici (si va dall’ascolano al neretese al congolese all’arabo, passando per la repubblica popolare cinese) e il modo di parlare. Qui, infatti, si parlano diverse lingue. La popolazione autoctona non parla il tipico marchigiano che abbiamo simpaticamente conosciuto al cinema (quello è più verso Fermo, Porto San Giorgio e Macerata) e nemmeno è influenzata dal vicino Abruzzo, quanto a cadenza. Piuttosto, in questa striscia denominata vallata del tronto, in queste frazioni/dormitorio tipo centobuchi, stella, colli basso eccetera, si parla uno slang contaminato. Personalmente, a me che qui ci sono nato, al militare mi davano del romano (quando cercavo di esprimermi in italiano) e del pugliese (quando mi incazzavo in dialetto), ma durante gli anni e conoscendo gente ho potuto constatare che la nobile lingua di centobuchi ha moltissime parti in comune con il napoletano, e presenta non poche coniugazioni di verbi accostabili addirittura al francese. Ad esempio l’italiano “voi siete” a centobuchi diventa “vu-sét”, simile al parigino “vous êtes” (che si pronuncia appunto vus-èt, preciso spiccicato a qua).

I bar di centobuchi, con la crisi, ora come ora iniziano a essere deserti, ma fino a qualche anno fa costituivano un’attrattiva ulteriore. Durante i posticipi di serie A, nell’arco di tempo diciamo dal ’97 al 2008, si potevano ammirare i più grandi accenti slavi, importante offerta sociologica che di solito s’accoppiava con il più imponente dispiegamento di bottiglie di birra da tre quarti.

Quanto al folclore, qui a centobuchi, non abbiamo un abito tradizionale folcloristico ben preciso, risalente a una particolare epoca e/o rappresentante supremo di una rievocazione storica. Il massimo della rievocazione storica che abbiamo, qui in questa frazione pianeggiante, è la sagra della pizza, e alla sagra della pizza ci si veste normale, con i jeans.

Beh, però, se proprio dovessi inventarmelo su due piedi, adesso, un abito rappresentativo delle varie epoche degne di nota succedutesi qui, comporrei un abito folcloristico fatto coi roy rogers anni 80, le pianelle del brasile di inizio 2000, e la maglietta guru con la margherita (stagione 2001-2002). Il perfetto mediomen. Il classico uomo che il sabato pomeriggio si rilassa al bar, seduto per ore davanti alla porta, con una bottiglietta di Beck’s.

Ecco, se a Centobuchi ci fosse un artista, potrebbe senz’altro dipingere l’uomo con la beck’s davanti al bar. Questo senza dubbio fornirebbe una grossa descrizione dei paesaggi e dell’aria che tira. La Gioconda, La ragazza con l’orecchino di perla, L’uomo con la Beck’s: sono tutte grandi opere.

A guardarla adesso, nel 2015, dopo gli sfarzi industriali vissuti negli anni ’90, centobuchi non appare come il classico posto ristagnante e superprevedibile di provincia, ma piuttosto una ex-america degli operai per i mobiletti del cesso, una città dell’oro morta giovane. Vabè. Chiusa parentesi.

Da bambino, Vespasiano aveva trascorso almeno 2.000 pomeriggi nella sala biliardo del bar 2 orsi, tra i miti della bazzica, tipo sirio o peppe benigni, e una volta aveva assistito a una rissa tra diciottenni che si presero a pallate, terrificante, poteva morire qualcuno, Vespasiano lo raccontava sempre.

Alle medie andammo a scuola insieme, e fu lì che diventammo molto amici. A Vespasiano gli piaceva disegnare, e a me anche. Non parlavamo molto, ma era bello capirsi solo guardandosi, durante quelle merende con il thè e con i biscotti atene. Trascorrevamo interi pomeriggi a casa sua, certe volte, nella penombra delle case popolari, coi quadri di teomondo scrofalo alle pareti, tra gli odori di chiuso e le mattonelle avariate, le madri grasse, disegnavamo. Erano scene normali, e non potevo sospettare che mi sarebbero rimaste sottopelle per sempre, nucleo di una memoria ordinatissima, stipata in un magazzino dal soffitto alto, e dalle ampie scaffalature.

Dai 13 ai 15 anni si diede al calcio, Vespasiano, come me, e come la quasi totalità dei ragazzi dell’epoca. Non mostrò grandissime doti. Veniva impiegato come trequartista nel centobuchi giovanissimi, ma spesso faceva panchina. Aveva un bel guizzo, due buoni piedi, ma nessuna sensatezza nei movimenti “chiave”, quelli magici innati che ti fanno giocatore, quelli che o ce li hai o non ce li hai: il senso del tempo, la misura globale delle decisioni. Eppoi non era supportato fisicamente; eppoi quanto al “buttare il cuore oltre l’ostacolo”, beh, non era esattamente un generoso. Il destro era preciso, ma svogliato; il sinistro era potente, ma menefreghista; corsa zero, spirito di quadra non ce l’aveva proprio inserito nell’equipaggiamento base. Non durò molto. Non fu colpa sua. Aveva la testa per aria. Era orientato verso le traiettorie celesti dell’eroina.

Il Vespas era un artista, e non era fatto per lo sport. Nel calcio devi pensare a troppe cose, e lui la testa ce l’aveva già occupata.

Le droghe pesanti, come e’ logico, scavarono tra noi una distanza, ma nonostante questi contrattempi sociali Vespasiano continuò a comportarsi da persona normale, non a guardarmi dall’alto in basso come facevano gli altri tossici di questo paio di palle. Andava così, negli anni ’80. Le pere andavano talmente di moda che praticamente era stupido chi non se le faceva.

Comunque.

Passava il tempo e Vespasiano si faceva sempre più una persona di latta, una lega metallica biondo lucente, solida, pieghevole, sottile, che non emette grida di dolore se non a 300 gradi centigradi.

Non ricordo di averlo mai sentito urlare, né di averlo visto piangere. Sembrava che le cose degli uomini lo sfiorassero appena. Io ci andavo d’accordo perché lui era decisamente la parte mancante di me: il distacco, la calma, la superiorità manifesta. A volte ricacciava un senso dell’umorismo campagnolo che ti faceva sganassare, ma non ci teneva a trascinarti insieme a lui, nella landa dei folli e degli stralunati. Non si rendeva bene conto delle cose, né di essere ormai completamente solo. Era algido. Era un barattolo di coca-cola vuoto e spiaccicato che non aveva perso colore, e che poteva trovarsi a suo agio su qualsiasi superficie, anche per terra, anche quando veniva preso a calci da qualche passante.

Concettualmente era invidiabile. L’istinto era la sua unica arma, un folle senza filtri, coraggioso, buono, limitato. Il suo carattere zampillava, unendosi e disunendosi come una fontana nella piazza d’asfalto. Nel mondo di fuori, fatto di retropensieri e doppigiochi da sgualdrina, non ci si ritrovava per niente. Perché lui era penoso era puro.

Si disintossicò prima di compiere 30 anni, attorno al ’95 o ’96. Fece carriera nella “men cabinet legno”, in ordine di arrivo la 74esima fabbrica di mobiletti per cesso a centobuchi ap, settore di cui abbiamo sopra trattato.

Quando crebbe mantenne le promesse: divenne una persona pacata, saggia, talvolta incredibilmente divertente. Non parlava mai a sproposito. Da quanto si diceva in giro, pareva che a lavoro fosse un mezzo fenomeno, e veniva conteso a colpi di offerte dalle varie fabbriche di cessi presenti sul territorio comunale. Sposò una donna che gli diede due bambini.

Io lo vedevo sempre meno perché la vita è così, cambia, ma il semplice fatto che lo vedevo esistere, di tanto in tanto, nei piccoli gesti quotidiani tipo attraversare la strada, o comprare le sigarette al distributore la notte alle 11, mi restituiva la forza necessaria per resistere nel mondo dei ladri.

A un certo punto, tipo verso il 2012/2013, la grande sensibilità che lo incapsulava in un imperturbabile trench iniziò a sdrucirsi. Divenne spugnosa. Tutto ciò che Vespasiano aveva assorbito in silenzio per 40 anni venne fuori come un’alluvione. Perse tutti i capelli. La sua bella chioma fluente, bionda e ondulata, lo lasciò in pochissimo tempo, poco più di un annetto.

Ebbe problemi mentali.
Probabilmente anche dovuti al logorio dato dalla vecchia opera dell’eroina.
Con gli anni gli acciacchi vengono fuori come topi da una casa disabitata.
Morì in un incidente stradale spettacolare e ridicolo, di cui parleremo presto.
Non è successo tanto tempo fa, saranno due mesi.

Io lo amavo.

C’era qualcosa, in lui, di inesploso, che mi stimolava, e che me lo faceva scoprire ogni giorno, come se ogni giorno fossero mille ricordi e mille persone, ed immagini strappate da un auto in corsa, mentre guardi fuori dal finestrino sui sedili di dietro. Ti restano in testa i colori, e le scie.

La misura di quest’uomo non andava più in là di un gelato mangiato piano, o di un pacchetto di figurine scartato piano, o delle ultime due carte di un incredibile poker di Jack. Cose piccole, cose come lui, cose che non gli avresti dato peso, eppure il tempo disse che quelle erano insegne incancellabili di una sfavillante città della mente.

V.d’A. era un’emozione che deambulava precaria durante una interminabile attesa al pronto soccorso.
Era inaspettato e provvidenziale.
Era interessante. Non gli avresti dato due lire, e invece . . .

Tra le sue paranoie vi era una incomprensibile malinconia che non lo abbandonò mai, una specie di insofferenza a restare chiusi per tutta la vita dentro un corpo pesante, fatto di carne e telefonate sfracellacoglioni al cellulare:

“sono sereno Nata,
non ho niente che mi turba,
non sono depresso,
posso dire anzi che sono un uomo felice . . .
ma sono un po’ stanco di essere”, mi aveva confessato una volta, passeggiando sulla riva del mare. Era agosto 2013 mi pare.

Ovunque lui si trovasse veniva seguito da un gigantesco sciame di micro-organismi neri che li potevi quasi vedere, come le coreografie di una curva allo stadio, o i nordcoreani alle parate militari. I micro-organismi formavano sopra di lui scritte sempre molto romantiche: DIVERSO, ASOCIALE, DIVERSO, ALGIDO, DIVERSO, SOLITARIO, DIVERSO.

Un sorriso suo valeva oro, valeva come cento di un sorriso normale, e le scritte le vedi campeggiare tuttora nell’alto dei cieli.
Là dove adesso è lui.
Ceneri sparse nell’aria come polvere d’oro. Restano. Restano. Restano. Dentro le teste delle persone. L’oro resta dentro le teste.

Tra le battute autoironiche che lo contraddistinguevano, senz’altro dominava questa, che venne adottata da molti, nei più disparati ambienti (scuole, spogliatoi, fabbriche, discoteche): “piacevere, Vespasiano, Vespasiano significa cesso”.

Diceva Piacevere anziché piacere, e poteva dirlo nei più disparati momenti della giornata, non necessariamente quando c’era da conoscere qualcuno. La cosa andò di moda per molto. “Piacevere” divenne una specie di inno, un qualcosa che si doveva dire se arrivavi al bar, un tormentone che veniva ripetuto duemila volte al giorno, e veniva raddoppiato a quattromila se arrivava uno nuovo.

Tra i suoi aneddoti di altissima classe spiccavano “quella volta a rancitelli” (quartiere malfamato di Pescara) e “quella volta a capri ci ingozzammo al ristorante per tre ore e mezza mentre tutti gli altri coglioni a passeggio negli stupidi percorsi per turisti”. Faceva l’imitazione del mister con un occhio mezzo chiuso paralizzato: c n’uocchj frij lu pesh e c n’uocchj uarda la atta (trad.: con un occhio frigge il pesce e con l’altro fa attenzione al gatto), raccontava delle paurose risse tra l’operaio detto Ros’cazeppa (trad.: rosicare una zeppa, derivato da “rosicare una stecca di legno”) e quel coglione del socio di Patauelli, il titolare storico. Si menavano con le stazzelle di legno coi chiodi di fuori, gli psicopatici.

Raccontava di un massaggiatore ottantatreenne che si faceva la puntura da solo, sulla sua mano, per sbaglio, invece di farla al culo del suo paziente, e poi raccontava di una irripetibile fantastica cena aziendale in cui lui e lo staff della sua fabbrica erano capitati al tavolo a fianco della cena associativa di tutte le pompe funebri della zona . . . s’inventò i loro discorsi di lavoro durante la cena, ah ah ah, e la cosa andò avanti per anni, lì al bar:

-“tu quand lu je ‘ngasciat ?” (tu quando lo hai messo dentro la cassa da morto?)

-“io ieri, lu tuò quand s’è muort? (io ieri, il tuo cliente invece quando è morto?)

-“nnanz d iera, lashm perd, ma dop s n’a muort n’atr tre c mezza jernata, nz’arriva” (avanti-ieri, lasciamo perdere, poi ne ho dovuti incassare altri tre, di morti, nel giro di mezza giornata. La gente muore di brutto. Bisognerà mettere altri operai)

-“a sci? ma gli sci dovut fa pur lu bagn?” (ma hai dovuto anche lavarli, prima di metterli nella cassa da morto?)

Per anni vennero applicate demenziali aggiunte a questi dialoghi, cosicché certe storie restarono per sempre.

Vespasiano per me è sempre stato un gemello coraggioso, più coraggioso di me, un teatro blu brillante come la cartapesta dove sono disegnate le stelle comete, un po’ circo takimiri e un po’ “tenebra profondo”, stile Andrea Pazienza. Avevo verso di lui un atteggiamento protettivo, come se lui mi fornisse un altro punto di vista, necessario e diagonale come “Brighten The Corners” dei Pavement. Lo difendevo dagli attacchi del mondo, anche se lui non ha mai dato segno di averne bisogno, delle mie difese. Io a Vespasiano lo trattavo come un uomo, ma non tutti lo facevano. Lo prendevano in giro perché era debole e strano, e perché non reagiva alla prepotenza dei mafiosi e dei mediocri.

Adesso che s’è morto francamente mi restano gli Smith Westerns, mi restano gli Alt-J, mi resta “Moneyball” di Bennet Miller, ma le birre me le faccio da solo. Non voglio sentire altre cazzate. Voglio sentire lui dentro la coccia che mi tranquillizza e che mi dice che andrà tutto bene.

Da adesso fino alla fine.

Brevevita Letters
published on 26th December 2018
written on 2015




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“Bela Lugosi’s dead”, by Bauhaus – from the album “Press the Eject and Give Me the Tape”, 1982