September 2017 and Stroud Green Market

T h e   A g e n d a 
SEPTEMBER 2017 AND STROUD GREEN MARKET
di Brevevita Letters

Se avessi dovuto dare un titolo italiano a questo pezzo, forse sarebbe stato “I mostri dello Stroud Green Market”, ma non so. Avevo iniziato il Canopy Market da un giorno. Ancora ero stordito per l’enorme stress dovuto all’esordio della nuova company in una nazione che non conoscevo, in un mercato che non conoscevo, con degli attrezzi di lavoro per me nuovi, che non conoscevo: il gazebo, le application per i parcheggi, e il portapacchi di amazon sul tetto della Opel Corsa, reggerà? e queste fascette sadomaso di amazon, reggeranno? come cazzo si montano?

Il frigorifero mi serve? non mi serve? intanto lo compriamo, vai, altri 170 £ e passa la paura.

Avevo un magazzino ad Alexandra Palace – vabè, chiamiamolo magazzino, ma era un garage, grosso come la metà di un garage – a un paio di km da dove abitavo all’epoca. Buono! Per le distanze di Londra, questa cosa qui significava che il garage stava praticamente sottocasa. Per le prime 8 settimane il prezzo era, se non vantaggioso, perlomeno umano. Dopodiché, di colpo, raddoppiava.

Gli ultimi giorni prima del raddoppio divennero un incubo. Il contratto si rinnovava automaticamente, se non sloggiavo, per la cifra doppia spaventosa che mi provocava incubi.

Trovai un altro magazzino a Manor House, ma anche in questo caso il termine “magazzino” è troppo lussuoso: stavolta si trattava di una stalla, con aroma di mucca e pecora, che avevo ottenuta in subaffitto da subaffittuario (valvassore), che aveva ottenuto anche lui mezzo spazio da un subaffittuario “senor” (detto vassallo), diretto discendente del Tenant ufficiale (l’affittuario vero e proprio, che qui chiameremo feudatario). E non azzardiamoci a parlare del landlord, ossia il padrone delle mura, quello non va neanche nominato, perché quello era Dio.

Mi assegnarono un angolo della stalla, tenevo tutto stipato in 4 metri quadri, vino, tavoli, insegna, posters, sedili posteriori della macchina, e 2 box di plastica con gli attrezzi per montare il display nel market. Mamma mia.

Per un malinteso dovuto alla scarsa comprensione della lingua inglese, dovetti sloggiare dal magazzino n. 1 in fretta e furia il 30 di agosto (io pensavo il 31) per non iniziare un nuovo contratto a prezzo doppio il giorno dopo, visto che oltretutto già avevo firmato l’accordo per l’angolo di stalla.

Quindi andai via dal magazzino n. 1 con 75 cartoni di vino dentro e sopra la Opel Corsa, a 10 all’ora, pregando Dio che non piovesse (qui questa è un’esigente richiesta), pregando ai semafori di non andare addosso a nessuno per la scarsa visibilità. Furono cose estreme, fu come un viaggio disperato all’interno di un sogno, quando nel sogno non riesci a premere il pedale del freno.

Non vedevo un cazzo. Ero talmente stretto nel vino che non riuscivo a mettere le marce. Era tutto pieno di cartoni di vino e non vedevo gli specchietti retrovisori. L’unico specchietto che riuscivo a vedere (quello centrale) rifletteva cartoni di vino. Il mio sedile, era talmente appiccicato al parabrezza che di certo dovevo sembrare un mostro grottesco, dal di fuori; uno che è stato appena cacciato di casa.

Ecco, la situazione era questa. E’ così qui. Le cose succedono veloce. O le fai o vieni scartato. So’ decisioni veloci, sì o no, se no passiamo ad altro. Ce n’è di gente oltre a te, nessuno resta lì ad aspettarti.

Insomma avevo terminato la sfacchinata del trasloco da tre giorni, e avevo terminato l’altra sfacchinata del Canopy Market da 24 ore. Martyn, un fruttivendolo che sapeva della mia idea di importare e vendere vino, mi diede il n di telefono di un certo Edmund: chiamalo, mi disse.

Chiamai questo Edmund. La domenica dopo avrebbe inaugurato un mercato a 300 mt dalla stazione di Finsbury Park, lo Stroud Green Market appunto, tutte le domeniche che Cristo manderà sulla Terra, da ora in poi. Sì o no veloce, al telefono, 2 secondi di riflessione concessi. Accettai.

Ehhhh…! Non sapevo veramente 100% cosa stesse succedendo. Non avevo sottocontrollo niente. Dovevo solo vivere e pedalare. A volte si agisce alla cieca e non potrebbe essere altrimenti, è davvero incredibile.

In ogni caso, le giornate del mondo se ne fregano di tutti questi approfondimenti. Il sole la mattina dopo sorge comunque. La gente continua a marciare inesorabile sopra delusioni e cadaveri, e tu puoi guardare tutto dalla finestra.

Arrivò ‘sta prima domenica dello Stroud Green Market. Pioviccicava un po’, e quando caricai, la mattina alle 5 e mezza a Manor House, era così grigio e puzzolente che mi veniva da piangere.

Una volta arrivato in zona Finsbury Park, nello spiazzo adibito allo Stroud Green Market, conobbi Edmund. Un ragazzo decisamente gradevole, tipicamente inglese, con un perfetto accento inglese che lo faceva sembrare (specie al telefono) molto più grande dei suoi 30 anni. Edmund mi aiutò a montare il pesante e poco maneggevole gazebo riservato a me. Aveva modi eleganti, un po’ all’antica. Mi piaceva. Era un perfetto direttore per il mercato: paziente e acculturato, ma energico.

A quel punto dissi a me stesso: “mo’ faccio un display da paura”. Vabbè. La prima ora il mercato sonnecchiò, arrivò un commesso di Sainsbury, una guardia giurata peruviana, mi dissero, sarà anche buono ‘sto vino, ma costa troppo. Dopodiché cazzo, fu una vendemmia. Letteralmente un’esplosione di vendite, clienti curiosi e benestanti, il meglio del meglio. Fu venduto un sacco di vino. Fu un momento esaltante.

Ancora ricordo il nome della birra che mi feci al termine di quella incredibile giornata: Lagunitas, e il nome mi faceva pensare al Venezuela. Fu una delle più grandi birre della mia vita. Buonissima, dissetante, provocante giubilo.

Silvia era lì con me.

E la notte Silvia mi diceva dai, dai che lu piu è fatt. E io le rispondevo di no, no assolutamente amore mio. Sapevo che la strada era lunghissima, e in salita, e non sapevo proprio dove mi avrebbe portato.

Brevevita Letters

* (2) : lu piu è fatt = il grosso è fatto.




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“A National Car Crash”, by 90 Day Men, from the album “To Everybody”, 2002