il rosicare profondo di Barnes

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IL ROSICARE PROFONDO DI BARNES
di Brevevita Letters

Il rosicare profondo di Barnes sarebbe il titolo italiano, ma non so.

Barnes era uno dei lavoretti che facevo in attesa di sviluppare il Brevevita.com almeno fino al livello in cui uno può camparci. Lavoravo al mercato di Barnes da Febbraio 2017, con una company che produce e vende pasta fresca.

Facevo il driver, lo scaricatore, il montatore, il venditore, il responsabile della raccolta di tutte le merci e attrezzature, il portatore di soldi, tutto.

Il mercato di Barnes c’è tutti i sabato mattina da vent’anni, nel ricco quartiere di Barnes, Londra a Sud del Tamigi (qui ci tengono a dire che sono a Sud del Tamigi), Richmond Council, non lontanissimo da Wimbledon. Siamo fra la zona 3 e la zona 4.

Per quanto riguardava me, il sabato mattina la prospettiva di vita era terrificante, specie le prime volte. Faceva un freddo mondiale e c’era da farsi il culo di brutto, ma almeno il lavoro non era noioso, anzi non lo era affatto. Vedevo tutta Londra col furgone e incontravo gente, imparavo le strade, imparavo importanti segreti del programma Google Maps del cellulare. Vedevo cose nuove. Vedevo tutti quei cazzoni di turisti in procinto di attraversare la strada, lì a Piccadilly, o sulle sponde del fiume proprio sotto al Big Ben. Quel maledetto semaforo lì sotto, sempre intasato di mostri cazzoni, a pantaloni corti con la trippa, che ridono non si sa perché, e che tentano di attraversare quando il segnale dei pedoni è rosso, come se fosse una gran cosa, da raccontare al bar quando poi torneranno a casa.

Coglioni.

In ogni caso, fin da quando ci misi piede la prima volta, Barnes mi piacque. Sia il mercato, sia il quartiere in sé. Aveva qualcosa di intimo quella zona, sembrava un paesino imbottito di gente facoltosa e felice. Tutti si salutavano come nelle piccole cittadine delle favole. Tutto sembrava meno che la solita guerra.

Dopo soli 2 sabati trascorsi a lavorare lì, andai subito dal pesciarolo, che era il direttore del mercato, e che si chiamava quasi come un attore americano: George Culney. Gli dissi secco: “posso iniziare col banchetto dei vini, qui?”

George rispose secco anche lui, perché è proprio il fatto dell’inglese a essere secco, sia gli uomini sia il vocabolario: “perché no, controlla col Council cosa occorre, una volta che porti i documenti al Council, per noi va bene”.

Il Council è una specie di Municipio di zona, una specie di ufficio del commercio ma che si occupa anche di cose amministrative, culturali, e controllo del territorio. A Londra ce ne sono diversi ovviamente, uno per ogni area della megalopoli.

Insomma nel mese di agosto 2017, tutti i traders del Barnes Farmers Market sapevano che ben presto avrei iniziato con i vini lì. Erano tutti contenti di avere il vino italiano lì nel mercato; forse perché pensavano che il vino italiano avrebbe arricchito ulteriormente l’offerta globale della piazza, e l’attrattiva agli occhi della gente del quartiere, con conseguente incremento generale della clientela.

Io guardavo gli altri traders (mercatari) arrivare al mercato con macchine anche grandi, audi, mercedes, soprattutto audi, e pure io due o tre volte mi misi a pensare: “sarebbe figo chiudere la carriera con sotto al culo qualcosa di diverso da un’utilitaria”.

Dall’esterno tutto sembrava una festa, una bella cavalcata verso la gloria, Barnes Farmers Market, quartiere miliardario che offre al mercataro Stanley Tucci e Peter Gabriel come clienti, un inizio del Brevevita londinese col botto, ehhhhh… io però stavo in alto mare, dovevo capire come fare, il magazzino faceva ribrezzo, e dovevo cambiare ancora magazzino, perché il valvassore (sub-affittuario) che mi aveva sub-sub-affittato l’angolo di stalla, stava rescindendo il suo contratto, e io dovevo andare fuori dai piedi insieme a lui, ovviamente.

Non ero padrone di un cazzo. La mia vita non era la mia. Ero un insetto.
Non parlavo con nessuno.
Nessuno poteva comprendere completamente le mie preoccupazioni. La mia famiglia e i miei amici erano lontani.

La situazione generale mi sembrava fuori controllo, non riuscivo a sentirla in pugno, mi sembrava di non sapere cosa cazzo sarebbe successo l’indomani, ero divorato dallo stress, ero esaurito.

Ingaggiai un ragazzo. Parlai al ragazzo, tentai in un paio di occasioni di farlo, ma mi vedevo piuttosto inadeguato nell’opera di indottrinamento, sembravo pazzo mentre gli parlavo, e non riuscivo a trasmettergli l’idea.

Era difficile, era veramente difficile.
Vendere i vini non è come vendere il pane,
devi raccontare una storia,
soprattutto alla luce del fatto che il 75% dei vini che si trovano a Londra sono il peggio di ogni territorio mondiale, e costano di media meno della metà di quelli che avrei proposto io qui a Barnes.

Eppoi il progetto Brevevita che non prevedeva solo vino bla bla bla,
ed il cui vino era vino al confine marche abruzzo eccetera,
ed il cui vino era vino da fattorie veraci in cui we strongly trust, eccetera,
ci credevamo forte.
Non era facile.

Ora dovevamo farci credere anche gli inglesi, però senza sapere bene la lingua, oddio però questa cosa della lingua poteva essere naif, e fare il nostro gioco: un contadino che a malapena mastica l’inglese, allora il vino è vino vero, allora questo è italiano veramente, avrebbero pensato loro, e non sta qui a raccontarci balle.

C’erano pro e contro, c’erano un sacco di cose da considerare, sulle quali ragionare, sulle quali tornarci sopra il giorno dopo sterilmente, e i bicchieri-il-frigorifero-la-corrente, e i bicchieri-amazon-il frigorifero-la-corrente. Cose che mi rosicchiavano la testa, e allora mi coprivo la testa col cappuccio, e stavo male, e allora io stavo impazzendo.

L’unica verità intoccabile è quella della birra alle 7 di sera, quella sì, si poteva ancora fare, ma dovevo stare attento alla mia vita, e alla mia testa, perché il cranio mi stava scappando di mano.

Telefonai a mia sorella, le parlai, mi fu d’aiuto.

E insomma alla fine, sabato 7 ottobre 2017, il Brevevita Ltd. iniziò a Barnes con i vini.
Il Brevevita wine imports prese il posto di quello che vendeva l’olio, ormai lanciato verso altre avventure, forse più sfavillanti.

Io e il ragazzo (il ragazzo che avevo ingaggiato) vendemmo 14 bottiglie.
Cioè, fu il ragazzo a venderle, perché io stavo bloccato al banchetto della pasta.
14 bottiglie erano poche, ma soprattutto non potevo sopportare la mia vita tutta buttata su quel tavolo a 5 metri da me, mentre un altro me la vendeva.

Non potevo fare niente, potevo solo guardare, potevo solo assistere alle varie scene e fare gli scongiuri, era una tortura.

14 bottiglie erano poche, ma soprattutto il mercato di quartiere non è forse il posto giusto per vendere vini mediamente pregiati, e comunque le persone alla mattina tendono a svegliarsi in maniera un po’ incompleta, è normale, specie il sabato, dopo una settimana di lavoro, quindi tentano di raggruppare tutto il vuoto producendo una lista della spesa, che di solito comprende le solite cose: pane, frutta, uova, pesce, e difficilmente si inserisce la felicità, nella lista dei sentimenti da provare, perché di solito si pensa alle cose materiali; ed è così che la felicità da 12 e 22 sterline per bottiglia, resta spesso ai lati del mercato, come un’idea assurda, da recuperare magari più tardi; le persone poi la fanno fuori uguale la felicità, magari se la scaricano in un altro modo; magari fanno con l’e-commerce, o vanno in enoteca; eppoi comunque alla gente gli fa fatica portare il vino a casa nella borsa… partirono milioni di riflessioni che andarono avanti per mesi, e ancora vanno avanti, fa parte dello sviluppo.
Della company e dell’essere umano.

Dobbiamo ancora crescere, tutti quanti.

Intanto rosicavo e stavo anche impazzendo. Ero come al solito esagerato e triplo nelle emozioni che vivevo. Avevo un sacco di amore. Una situazione da gestire con attenzione. Sapevo che la strada era durissima. Lo sapevo già. Nulla era cambiato.

Brevevita Letters




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“Thomastarlovexpress” by Kleinkief, from the album “D’amortelocanto”, 2001