il ritrovamento di Vito Riga in Polonia

F i c t i o n
IL RITROVAMENTO DI VITO RIGA IN POLONIA
di Brevevita Letters

Il volo era Pescara-Danzica e uno dei due deficienti era affascinato da Solidarnosc. Era questo il motivo della strana destinazione del week-end. All’epoca della trasferta si era nel 2018 e Solidarnosc è un movimento popolare polacco che è stato attivo soprattutto negli anni ’80 del ventesimo secolo, ma uno dei due deficienti ci stava in fissa. Voleva vedere la città dove il movimento esplose e fermentò.

Soprattutto voleva andare a bere la vodka polacca nei baretti malfamati attorno al porto di Danzica, dove si diceva che il movimento avesse proliferato e mosso i primi passi, ma chissà, era wikipedia che lo diceva, mica il gesù cristo in croce, e magari lassù si beveva e basta, e poteva essere che la gente di adesso nemmeno sapeva cosa fosse Solidarnosc.

Facebook era ovunque nel pianeta, oramai.
Tutto era stato lavato e spazzato via, forse.

L’aereo decollò in leggerezza e nel giro di un paio di minuti pareva ci si trovasse su un altro mondo, dove anche ti rompi le palle del soffice saltare sopra le nuvole. “Se esiste un dio è di certo nei pressi a squagliarsi le palle anche lui, e a scocchiarsi un po’ di fava fresca”, pensò il deficiente numero uno.

Dopo le accozzaglie tipiche della situazione ambientale low-cost, che ti fanno pensare al trasporto dei porci in autostrada, il contenuto umano sull’aereo raggiunse la serenità di locomozione gassificata. La velocità era placata dalla morbidezza, come un treno che viaggia su binari di resistente ovatta.

Gli unici guai erano le urla dei viaggiatori quelli più scemi, la gente che doveva pisciare in continuazione, e gli steward che rompevano il cazzo con quella merda di microfono e gratta e vinci.

Il tutto (morbidezza e piscio) sarebbe durato un due ore e tre quarti.

Nonostante non fossero praticamente mai usciti di casa, i due deficienti ci fecero quasi la figura degli uomini di mondo, sul volo, circondati da comitive di stupidi studenti e coppie annoiate che parlavano di viaggi tritapalle in luoghi esotici. I due, al contrario, se ne stettero zitti tutto il tempo.

Solo una volta, uno dei due, quello più timido e riservato, guardando fuori dal finestrino si permise di aprire bocca: “Frà, stanotte mi sono sognato che abitavo in un condominio tutto bianco, e i muri erano bianchi come questo cielo, e ci potevi passare attraverso, attraverso i muri capit?”

“zitto coglione!”

Fine qua.

Il deficiente numero uno, l’ideatore della trasferta, sapeva che Lech Walesa era stato lo storico leader di Solidarnosc e che Lech Walesa era un fan del cantante italiano Drupi. Non sapeva molto altro sull’argomento, e non si capiva bene perché ne fosse così attratto. Magari era solo un modo per crearsi un suo preciso personaggio, lì al bar, un diversivo per sentirsi un essere peculiare, roba del genere.

Il deficiente numero due, invece, era un feroce guardatore di X-Factor e aveva come idolo un personaggio più consueto: il cantante italiano Manuel Agnelli.

Ciò che forse si può affermare è che trattavasi di due poveracci in pericolo, due persone che non conoscevano esattamente la propria identità, non così a fondo, e che non avevano la minima idea di cosa potessero diventare di fronte a degli avvenimenti diversi. Diversi da che cosa? Ma dalla routine, dal loro lavoro, dalla loro cuccia di cane nel soggiorno, e dalle loro famiglie.

D’altronde, il mondo del 2018 non permetteva quasi a nessuno il lusso di poterci capire qualcosa, al contrario, il suo principio attivo era confondere.

A questo proposito, il viaggio a Danzica era di certo interessante: avrebbe rimescolato gli elementi e prodotto forse una reazione chimica nuova.

I due cessi di uomo lavoravano insieme, in una orrenda fabbrichetta di Sant’Egidio alla Vibrata (TE), e l’uno, di Pescara, pranzava tutti i giorni a casa dell’altro, causa impossibilità di tornare a casa da mezzogiorno alle due. E’ così a una certa età, ci si affeziona per pena, per non restare da soli, per bere un bicchiere di vino ascoltando una risata cariata, anziché solamente i vomiti delle sovraimpressioni alla tv. Si diventa amici alla cazzo. Ci si odia eppure si convive, ci si riesce misteriosamente, come nei peggiori matrimoni. Ed eccoli qua, tutti e due. Con le loro mamme morte. Con le loro vite mute e infeconde. Con le loro convinzioni da clown terrificante che può spaventare forse i bambini.

Stavano adesso nuotando in un secondo magma dopo quello rigirato dinanzi e didietro all’interno della galassia della pancia, dentro, nel liquido amniotico, nel quale avevano sguazzato per nove mesi dando speranze ai propri genitori e all’umanità intera circa l’importanza della loro venuta al mondo. Chissà che stavolta non fosse la volta buona per affermarsi come persone, anziché come regolari automi.
In fondo, ci si trovava ancora nel territorio degli uomini liberi. Prigionie ed impalcature di letame varie potevano essere scardinate da un giorno all’altro. Bastava volerlo. Bastava avere un progetto.

Seh . . .

L’aereo atterrò in maniera sufficientemente umana.
Una scritta cristiana accolse il carico dei porci immediatamente, su di un cartellone di almeno 12 m x 4 infilato nel grigio asfalto polacco aeroportuale: “jesteś w królestwie pokoju”; scritta nera squadrata su sfondo bianco: ineccepibile, gagliarda, saltava all’occhio come un fuoco d’artificio. Subito sotto vi era la traduzione italiana della scritta (forse per via del fatto che nel recente passato c’era stato un papa polacco): “Vi trovate in un regno di pace”.

Altre scritte ed immagini pubblicizzavano merci superflue come aranciate. Informazioni di dubbia utilità si ammassavano ovunque, con maxischermi che trasmettevano corse di cavalli e sciagure navali. Anche in Polonia, come in ogni angolo del mondo, il cattivo gusto dilagava. I dipendenti aeroportuali, perlopiù in giacchettino giallo fosforescente, davano l’idea di tedeschi con senso dell’umorismo, arrapati, ansiosi di andare in pausa pranzo, ed instancabili amatori di donne.

Ed ecco al controllo passaporti che passano i protagonisti:

Francesco Cevoli c.v. epoca nov 2018: promettente assicuratore declassato nel successivo impiego a responsabile del reparto imballaggio della fabbrica di Sant’Egidio. Della vita non aveva individuato un cazzo. Solo avidità mista a logorrea e voglia di buttartelo al culo.

Gianmaria Lo Sarro c.v. epoca nov. 2018: tossico di quelli altolocati che non chiedeva l’elemosina e con il nulla nell’anima, solo una rabbia ancestrale sepolta sotto lamiere comportamentali neutre e disumane, con certi sorrisi che se gli arrivavi vicino ti facevano la barba, per quanto tagliavano.

Questa è la merce.

Fuori dall’aeroporto faceva freddo. Erano le undici e 50 di mattina.
Gli stronzi erano in attesa del pulmino che li avrebbe portati in albergo, avevano fame, e intanto si stavano impellicciando su come si caca una Tennent’s la mattina dopo, se te la bevi molto tardi, proprio un attimo prima di andare a dormire.
L’uno diceva la si caca dopo il caffè bollente a digiuno, l’altro sosteneva invece che era meglio correrla via, cioè recarsi possibilmente a fare jogging, appena possibile, meglio subito presto la mattina dopo, in quanto la Tennent’s risulta essere per l’organismo un utensile antipatico parecchio da tenersi in circolo, e addirittura: “una volta una tennents l’ho cacata dopo due settimane fra’, l’ho sentita proprio scivolare giù con due scurregge scozzesi”

“idiota, come la riconosci una scoreggia scozzese?”

“dal rumore tipo di tre quattro raudi uno dietro l’altro frà, e un certo rossore schiumoso nelle mutande, non ti puoi sbagliare”

Cambiarono discorso.

“solo in Italia si pagano tutte ‘sse spese bancarie”

“odio il conto arancio non mi piace è anacronistico”

“la banca manco risponde più al telefono, ha cominciato a fare come il medico di famiglia, staccano l’apparecchio, se chiami ti risponde subito il fax”

“da matti”

“ti si fregano tutti quei soldi, ti ci scrivono spese bancarie, e poi manco ti degni di rispondere al telefono? Scusa ma con tutte quelle spese bancarie elargite da tutti i conti correnti della vallata del tronto non vi ci esce uno stipendio per una cencia di segretaria che risponde al cazzo di telefono?”

“un bancario non lascerà tracce nella vita”

“il bancario è solo un essere violentato, che prima di stare lì ha dovuto subire torture”

“sì”

A starli a sentire bene, i due stronzi potevano essere simpatici abbastanza. Aver cambiato aria pareva gli stesse giovando.

Finalmente arrivò il pulmino.
Ci salirono sopra loro, più altri individui.
I due ragazzi si diedero da fare ad osservare il mondo circostante. Fuori dai finestrini il tran tran dei movimenti non era tanto diverso da Sant’Egidio. La razza umana era la razza umana. Le persone parevano avere esigenze globalizzate. La gente aveva sete e fame, la gente cagava. La gente faceva l’amore.

Dopo qualche chilometro di raccordo e di traffico a rilento si passò al paesaggio del fuori città, e questo era più desolante: steppa, campi arati di recente che però parevano incolti, un po’ di sinistra foschia. Strada stretta senza guard-rail ne’ marciapiede, dritta sparata come l’interminabile bretella che collega la mente umana con la civiltà.

Poi improvvisamente palazzoni e località commerciali random, il tutto ripetuto senza pause, con solo delle file di bidoni della spazzatura a fare da confine tra un agglomerato e l’altro: le prime zone residenziali di Danzica somigliavano a Montesilvano, periferia nord di Pescara. Si susseguivano grossi cartelli stradali verdi con la scritta bianca PORT, MORSKI, ossia porto, mare.

Erano le due meno venti di pomeriggio. Francesco e Gianmaria raggiunsero l’albergo. Posarono i loro porci zaini, pieni di pasticchette e letame sottoforma di documenti. Mo cominciava la vacanza. 36 ore di rincorse di cani rabbiosi sarebbero state, e nessuno si aspettava di più.
Scesero giù.
Erano sulla strada di sampietrini, proprio come a Teramo, o ad Ascoli Piceno.

“Ascoli . . . Montesilvano . . . compà ma dove cazzo stiamo? sarà davvero così diverso qui?”

A Gianmaria gli metteva il nervoso quando doveva passeggiare a fianco alle macchine parcheggiate di spalle, perché pensava che quelle potessero partire e investirlo per sbaglio, anche piano, ma pensa che rottura di cazzo, si sarebbe comunque storto un ginocchio, o sporcato i pantaloni, e comunque poi toccava litigare con il probabile stronzo che sarebbe fuoriuscito dall’automobile.

Entrarono al primo baretto che gli si parò davanti. Due vodke si presero. Costavano poco. Ne presero altre due, poi uscirono fuori a fumarsi una sigaretta, in mezzo agli edifici della Danzica vecchia, quella tosta, quella dove si formò Solidarnosc.
Seh.
Di brutto.

“ma perché ti piace solidarnosc?” chiese Gianmaria al suo amico

“perché è una piccola rivoluzione, e a me piacciono tutte le rivoluzioni, anche se dopo si trasformano in altro”

“e in che cosa si trasformano?”

“non lo so amico. E’ una questione riguardante la natura dell’uomo, e forse addirittura è una questione riguardante l’intero Universo”

“che vuoi dire?”

“un meteorite sbatte, fa mille pezzi, e poi però si ricompone in un qualcosa che non volevi creare mica. Quella di solito è la rivoluzione”

Faceva un cazzo di freddo.
Fioccavano le sigarette come nocelle.
Gianmaria aveva comprato due wurstel dal pulmino del porchettaro polacco, che stava in fondo alla via (“minchia, pure lu porchettaro, se non è Montesilvano poco ci manca!”). Fu deciso di rientrare dentro, per una serie di motivi, innanzitutto la vodka. Furono ordinate e bevute altre 6 vodke a calare, 3 a testa, secche e non ghiacciate, come ci usano qua, una dietro l’altra.

Si fece per ricominciare un certo discorso ma oramai si era un po’ imbambolati, prigionieri di ciò che stava per succedere. Confinati al bar del porto a non decidere un cazzo. Tutti i clienti concentrati sui propri telefoni, come in Italia. Giganteschi commenti di facebook fuori dalle bocche dei marinai polacchi, che adesso guardavano insistentemente i due ragazzi. Gli animi stavano venendo su, sorretti dall’alcool.

Improvvisamente il Cevoli prese a fissare uno. Cazzo non ci poteva credere.

“quello è di Centobuchi!” esclamò

“che cazzo dici?”

“lui non mi conosce ma io conosco a lui, è questo il mio vantaggio”

“e quale cazzo sarebbe?”

“il cocciapelata sul tavolo a solo”

“quella specie di scheletro con la gobba?”

“senti, tu non le sai ste cose, ché sei un tossico di merda, ma nel mondo reale esiste una cosa chiamata miti intoccabili del pallone, e quel ragnetto lì è appunto uno di quelli”(mi ero dimenticato di dire che Francesco Cevoli, ovviamente, come il 90% degli italiani, tra le altre cose è appassionato di calcio)

“nc poss cred”

“oltre 500 gol nelle serie cadette, un mito assoluto della Vallata, un castigatore, un sicario, eccolo qua!” adesso Francesco s’era alzato in piedi dal tavolo e parlava ad alta voce.

Due tatuati energumeni col collo tipo Lamborghini si avviarono verso di lui forse per sbudellarlo. Furono fermati da Riga che intervenne:

“oni są moimi przyjaciółmi” (sono miei amici)

“w porządku Max” (ok, tutto a posto Max)

Riga si rivolse adesso ai due inaspettati conterranei: “ragazzi, vi prego, venite, sedetevi qui al mio tavolo se volete, accomodatevi, prego, io sono Vito, ma qui mi chiamano Max. Mi fa piacere avervi incontrato, vivo qui da 3 anni ed è la prima volta che incontro gente delle nostre parti. Sono semplicemente felice per questo. Lasciate che vi paghi almeno da bere”

“ciao Vito, noi siamo Francesco e Gianmaria, e siamo felici di averti incontrato, anche se Gianmaria non è appassionato di calcio e dunque non ti conosceva”

“non ti preoccupare Gianmaria non ti sei perso niente. Che ci beviamo? Proseguiamo con la vodka o birra? Anche birra ne hanno di buonissima qui”

“Io direi birra, se no si rischia che non la raccontiamo, sai com’è, siamo arrivati un’ora fa e già stiamo avanti parecchio”

“ma ditemi, come mai siete qui?”

“noi per un week-end. Io sono appassionato di Solidarnosc. Volevo vedere la città. Gianmaria mi ha seguito alla ceca. La verità è che avevamo bisogno di cambiare aria. E tu invece?”

“di certo c’entra anche per me il bisogno di cambiare aria, ma nel mio caso questo bisogno era gigantesco, difatti io sono partito con l’intenzione di non tornare indietro. Ero stanco. La vita m’era arrivata a pari di collo. Soprattutto non ne potevo più di conoscere tutto, ogni angolo, ogni donna, ogni allenatore, tutte le facce, tutte le pieghe che aveva preso la vita di tutti, ogni giorno mi sembrava di rivedere lo stesso film, e alla sera con i titoli di coda ogni volta rileggi gli stessi nomi, negli stessi posti, e quando ti metti nel letto ti sale una enorme nausea. E allora, e allora niente ho detto voglio andare dove non sono nessuno per sperimentare per vedere chi sono diventato, perché qui non lo capisco più. Mi ero perso. Tanta era la voglia di cambiare aria che inizialmente l’idea del mio viaggio era morire, e magari ci accostavo a fianco l’immagine delle campagne pianeggianti della Russia, forse perché una volta avevo visto un film di un regista russo di nome Sokurov che era pallosissimo, d’accordo, ma spaccava come immagini, anche se le inquadrature erano quadri immobili e duravano 20 minuti cadauna”

Arrivarono 3 pinte di birra schiumante, assolutamente fantastiche e provvidenziali. Messe in bocca, restituivano una freschezza esaltante ai palati viziati dalla vodka. Vito poté prendere fiato. Non parlava così a lungo forse da diciotto anni. Era un pomeriggio grandioso. Quel week-end era stata una grande idea, pensò arrapato il Cevoli.

“Invece poi non sono morto, mi sono stabilito qui, chissà perché, forse una palla vagante forse il tremendo bagliore di posti come questo, baretti semplici, di legno grezzo, dove il mc donald non è ancora arrivato. Guardatevi attorno, se non ci fosse la corrente elettrica potrebbe benissimo essere il 1930. Io non tornerò a casa e non vi dirò cosa cazzo mi è successo qui e cosa qui mi trattiene. Sono comunque pippe mentali di quart’ordine, come pippe anche sono tutte quelle fondamentali cretinerie che fanno restare aggrappate le persone alle proprie esistenze, dal profitto fino a mio figlio piccolo a chitarra, questa è la merce sul pianeta, lo sappiamo. Ciò che vi dirò è invece diverso, e riguarda le persone, gli specifici episodi, l’avidità, la stupidità, la cattiveria, come quella volta quella troia gli chiesi di consigliarmi un manuale sulla colonna vertebrale, ‘ché volevo approfondire la mia conoscenza sulle alterazioni ipercifotiche, cioè gobba, perché come vedete l’argomento mi riguarda da vicino e perché credo sia naturale, per un uomo, essere curioso ed andare ad informarsi, specie se si tratta di un argomento che praticamente ti sta attaccato al braccio, ziocane. La troia era un’amica mia faceva la dottoressa, me la scopavo. Questa troia mi ha risposto che per informarsi su cose del genere non c’è un cazzo, anzi c’è una facoltà che si chiama medicina e che dura oltre 10 anni e che io povero mendicante non potevo mica pretendere di andarmi ad istruire in quattro e quattr’otto.
Ora ditemi voi che cazzo di risposta è!
Uno anche se non è un medico può o non può approfondire un argomento?Allora non dovrebbero esistere nemmeno i libri di ricette, o il dizionario dei film, o l’almanacco del calcio, vacca ignorante!
Me ne andai dalle sue infezioni di orrore, solo che le vacche, sai, una dopo l’altra, ti sfiancano, ti si tirano dentro, e alla fine o te ne vai o ti cuciono vivo con ago e filo sotto la loro pelle grinzosa, queste vacche di merda.”

Arrivarono al tavolo altre 3 birre monumentali e grondanti favolosa effervescenza. Vito fece un cenno con il capo alla tettona quarantacinquenne della locandiera (era evidente che si frequentavano), la quale riportò le sue tette dietro al bancone a sfilare qualche altra boccia di veleno necessaria alla clientela.

“Mi fanno così male le cose . . .
Così male che poi devo fare male ad altri.”

Arrivarono anche altre 3 vodke, così, come quando si attraversa la strada, un intercalare inserito tra azioni più importanti. “specjalne wódki o smaku cytryny, domowej roboty i bardzo rzadkie”, disse la tettona, e significava che queste erano 3 vodke secche speciali fatte in casa ma delicatamente aromatizzate alla scorza di limone, e significava anche che questo giro lo offriva lei. Francesco e Gianmaria erano al settimo cielo.

“e a proposito di gobba mi viene in mente che una volta andai a curarmi da un viscido lavoratore in nero di porto recanati, pieno di sé, che visitava i pazienti in casa tipo mago di Caccamo. Non era mai possibile contraddirlo o sindacare qualche sua affermazione. Questa testa di cazzo diceva che la gente col tumore la riconosceva per strada, come le sagome cerchiate nella pubblicità dell’aids, e anche sua figlia era così, riconosceva il male, e anche il cane, che l’altra volta una persona malata era entrata in studio (cioè in soggiorno) e il cane s’era messo ad abbaiare correndo da una stanza all’altra impazzito. Ecco. Quando ti capitano queste fecce umane qua, che per giunta si credono pure gesù cristo, tu spesso ti tocca stare lì a fare sì con la testa, non è incredibile? invece di prenderli a ceffoni, come forse ti suggerirebbe il buonsenso. Per il resto non so: che avevo perso che stavo dicendo . . ah ecco: provo una felicità grandissima quando ripesco una immagine che avevo perduta, specie i pensieri e le parole, godo quando li riacciuffo dopo che la mia mente li aveva abbandonati nei pressi di un semaforo, o nello scontro quotidiano con un essere invadente. E le battaglie con me sono le più dure in assoluto. Io sono un essere delicato. Perdonatemi ragazzi, io non parlo da tre anni, anzi da molti di più. Alla salute!”

Francesco e Gianmaria erano allibiti.

“Grazie Campione.
Grazie.
Campione nel campo di calcio e fuori.
E’ stato un piacere dialogare con te.”

Fioccavano i brindisi.
Tra poco si sarebbero alzati tutti a fumare una enorme e spettacolare sigaretta.

“L’ultima cosa che voglio dire è questa, cari ragazzi: se il mio cuore dovesse svegliarsi e ricominciare veramente ad amare le cose, allora vi giuro che prendo tutto e lo porto in fondo giù, lo spremo in fondo al tacco, e quant’è vera la madonna torno a dare uno sguardo dentro le persone.
Non terrò niente per me, nemmeno le briciole, darò tutto via immediatamente.
Non uso colle irremovibili tipo sentimenti.
Non voglio niente io.
Non voglio cose.
Non voglio proprietari.
Come più volte ho detto in passato, le palle più quadrate di tutti ce l’ha avute San Francesco.
Alla salute amici miei.
Che Dio vi benedica.
Pezzescia campà 100 ann.”

Danzica, novembre 2018: una botta di vita.
Nulla era cambiato.
Solo una parentesi di infinito nella ciclica confusione.

Brevevita Letters
published on 3rd February 2019
written on 2018-2019




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“Need a little time” by Courtney Barnett, from the album “Tell me how you really feel”, 2018