p r i m a c o t t a

F i c t i o n      
P R I M A C O T T A
di Brevevita Letters   

La prima cotta, Vito Riga, l’ebbe in terza media, per una che stava in sezione C (lui era alla D). Mamma mia che tette che aveva, e che volto fantastico, colorato col rosa pastello. Sembrava già una donna di 25 anni e il cuore di Riga esplodeva tutti i giorni alla ricreazione. Al suonare della campanella, Riga usciva fuori dall’aula e attaccava a guardarla fisso, esattamente come Roberto Benigni fissava le donne in chiesa, nella famosa scena di “Non ci resta che piangere”.

Che vi devo dire, credo che lei nemmeno si accorgesse del fatto che Riga la guardasse tutto il tempo.

Si sa, così come il freddo umido è bastardo + del freddo secco (perché ti si ‘nzacca dentro l’ossa), e più delle multinazionali che ormai hanno trasferito tutti gli impianti produttivi in Cina, è anche vero che i maschi sviluppano dopo: e nientedimeno Riga era due palmi più basso di questo irraggiungibile essere, non aveva ancora avuto l’onore di accogliere il primo pelo sul pene e la notte, siccome aveva paura dei fantasmi il cazzone, dormiva ancora in mezzo ai suoi genitori.

Figuratevi voi se questa qua poteva accorgersi di una nullità del genere.

In ogni caso, nessuno impediva a Vito Riga di iscriversi alle prove generali dell’essere uomo, e tutti i giorni si faceva allenamento. Era più fatica che altro ed era così che doveva andare. La frustrazione era un dolce mare in cui Riga ci sguazzava dentro di brutto: troppo piccolo e troppa poca barba per invitare questa splendida ragazza a far l’amore nei prati (come accadeva nei film praticamente a tutti gli adolescenti); troppo stupido e gretto per azzardare parallelismi fra le labbra di lei e lo schiudersi dei ciclamini in fiore; troppo un tipo da bar per ambire a una preda del genere, visto che, oltre a questa donna qua, il suo unico interesse riguardo l’esistenza era dato dallo scudetto del Torino che gli mancava per finire l’album.

Oggettivamente, la forbice che legava gli elementi era deforme, talmente estemporanea e vasta da non riuscire ad essere inglobata tutta in una singola inquadratura. Non c’era né capo né coda, in questo circolo cittadino denominato vitarella; in questa specie di penombra pomeridiana spalmata sul pane azzimo, spugnosa, viziata dall’odore di chiuso.

Col tempo, le cose non sarebbero migliorate.

Riga idealizzava, Riga teneva segreto, Riga aveva deciso di farsi i suoi film.

Lei aveva splendide gambe slanciate, un interno coscia da urlo, ed indossava spesso jeans di colore rosso sbiadito, come accadeva a molti studenti negli anni ’80; solo che lei sembrava Edwige Fenech, e quasi tutti gli altri delle riproduzioni provinciali dei bambolotti Cicciobello.

Riga restava impassibile e fermo, appoggiato al muro fuori dalla classe, a guardare. Questa era l’immagine principe, quella che da sola raffigurava un’epoca.

Riga desiderava con tutto il suo esile corpo di andarci a scuola insieme, almeno, con questa. Malediva i sorteggi di tre anni prima, che decretarono la composizione delle classi: per quale cazzo di motivo non gli era capitata la sezione C? perché, perché, perché?

Sarebbe stato fantastico innanzitutto il fatto di parlarci, con questa, scambiarci anche la minima parola: “che palle matematica, oggi c’è dottrina, l’hai visto il film di ieri sera su raiuno…”, andavano bene anche ‘ste cose. Non voleva prendersi tutto, Riga. Si sarebbe accontentato di un saluto alla mattina entrando in classe, o di sentire la sua voce da vicino, una frase anche banale, però tutta dedicata a lui, da ripetere a sbafo nei pomeriggi di pioggia:

“Caro Vito Riga, è vero che sei bravo a giocare a pallone?”

“Caro Vito Riga, è vero che sei bravo a giocare a pallone?”

“Caro Vito Riga, è vero che sei bravo a giocare a pallone?”

CristodiDDio, il cuore, come gli batteva forte! Non riusciva assolutamente a masturbarsi pensandola, non osava. Si trattava di un genere di fuoco superiore. Era una cosa in cui credeva, ma era una cosa che non riusciva bene a delineare. Lui volava e basta. Era indubbiamente amore.

Più tardi, questo tipo di eleganza, questo riuscire a sopravvivere monetizzando i minimi spiragli, si sarebbero riproposti nell’unico modo che Riga conosceva di stare decentemente al mondo: essere un centravanti.

Il vero amore non è possesso, e non è per niente cinematografico. Il vero amore è da sfigati, è quando tu, con una, pur di starle un po’ vicino, saresti disposto perfino a esserle amico, schifo tra gli schifi. Chissà, forse un giorno lei si sarebbe accorta di questo stuzzicadenti asfittico, di questo bugiardino affetto da scoliosi, di questa mezzasega immobile, allampanata, capace solo di nutrirsi di riflesso. Da quando si era accorto che gli piacevano le tette, Riga aveva sempre pensato che una donna potesse scegliere, invece un uomo no, un uomo si prende quel che capita. E’ un cane che mangia gli avanzi.

Più tardi, questo tipo di sottomissioni e torture lo avrebbero aiutato a trovare una dimensione come bombardiere delle aree di rigore, 525 gol in 700 gare, vendicandosi verso la vita, licenziando scaltrezza e cattiveria esiziale. Come Sallusti, che da Marzullo ha dichiarato di essere diventato acido perché alle medie non era particolarmente vincente nell’attività di immagazzinamento ragazze.

Comunque sia.

Riga cercò di scoprire in tutti i modi, lavorando ai fianchi, sguinzagliando amici di amici, con tenacia, che cazzo di scuola avesse intenzione di scegliere la Super Salsiccia Bellissima dopo la fine delle medie. Non riuscì a scoprirlo.

Restò incollato al muro fino all’ultimo.

Anche lei era incollata al muro, quasi tutti i giorni, ma lei aveva questo sguardo “OLTRE”, che guardava fuori, oltre la classe e il corridoio, oltre la porta della scuola e a scavalcare il bidello disabile che inseguiva i bambini e poi gli menava. Oltre il sindaco assenteista eletto da un’assemblea di costruttori arrapati, oltre il Preside, oltre il Ministero della Pubblica Istruzione. Lei guardava il mondo oltre Riga e sopra ogni cosa, con i suoi occhi di albicocca, con le sue guance perfette; lei volava avanti negli anni, come un sogno, come un gabbiano di cartapesta; lei adorava gli scenari internazionali, lei voleva il diverso, il fuggire via da questa mediocrità depravata, da questa palude brodosa che aveva inquinato tutti, dall’ultimo morto di fame fino al rappresentante della meglio famiglia della città.

Questo diceva lo sguardo di lei. Riga lo avrebbe capito più avanti. Molti anni dopo.

In questa sede, però, siamo orientati a pensare che a livello subconscio, lì per lì, queste rifrazioni dello sguardo di lei, questo impercettibile spiffero d’infinito, debba aver influito in una qualche maniera sottilissima e subliminale sullo sviluppo dell’amore, in una maniera che un tredicenne non può argomentare (e di cui forse non può nemmeno scientemente accorgersi).

E’ una storia super-romantica, attenzione.
Implosione; e anche introspettivo; sono termini che con questa vicenda ci cascano a pennello.

E’ una vera figata quando ti piace qualcuno. La prima volta ti sembra che vivi, e dalla seconda in poi ti sembra che rivivi. Una vita nuova e tutta intera, per ogni volta che appare questa qua: La Super Salsiccia.

Bene. Passiamo ad altro.

Parallelamente a Vito Riga, agiva Piotrovski, faccia da polacco dal cognome polacco, capelli a spazzola rossicci, stupido non contava un cazzo nelle spietate gerarchie di potere dei tredicenni, compagno di classe di Riga, un umile schiavo della parrocchia di don Gennariello. Serviva la messa e stop, questa era la sua vita. Stimolante da paura, certo, come no, mi viene quasi voglia di essere lui, diceva Riga tra i denti. Cosa c’entra Piotrovski in questa storia? Lo scopriremo presto.

Intanto Vi dirò che Riga andò alle superiori e non trovò la sua bella. Non seppe più nulla di lei per molto tempo.

Dopo circa due anni Riga era ancora molto innamorato, e presentava perlomeno dei peli sul pene. Voleva imporre la svolta. E insomma un giorno ci fu un acquazzone, e Riga escogitò un piano. Oggi si accorgerà finalmente che esisto, si disse tra i denti. L’acquazzone imperversava da circa venti minuti, ed era chiaro che sarebbe continuato per tutto il pomeriggio. Riga non esitò: accese il motorino e si diresse verso la casa di lei. Sotto il diluvio. Che piano del cazzo. Come un viandante medievale bussò alla porta e chiese aiuto: “chiedo scusa, sto in motorino, c’è il finimondo, posso rifugiarmi qualche minuto sotto il vostro tetto ?”

Non erano ancora gli anni 90 e la gente di provincia era ancora semplice.
Fecero entrare lo sventurato.

Riga era fradicio. A livelli che se avesse osato toccare l’interruttore della luce sarebbe morto fulminato. Al primo piano del caseggiato fu accolto da un tizio sulla quarantacinquina, che doveva essere il babbo di lei. Riga era dentro, cavolo. Si trattava di un risultato incredibile.

“sono di Centobuchi (*) “, si presentò lui “faccio il secondo superiore, alle medie facevo la sezione D, non ci conosciamo ma quasi, credo che sua figlia facesse la C”.

“vieni qua siediti, madonna sembra che ti sei fatto la doccia coi vestiti, mo’ ti prendo un asciugamano”.
Fu gentile.

Poi arrivò lei.
E anche lei fu gentile.
Sbucò da qualche fessura tra i muri, come una visione nella tempesta. Si rivolse per la prima volta a Riga e gli disse delle cose:

“ma certo che mi ricordo di te, mamma mia poverino, ma cosa è successo…”
eccetera . . .
frasi di circostanza.

La Super Salsiccia sorrise. Lo guardò. Si trattava di sorrisi e di sguardi interamente dedicati a lui. Riga non si rendeva bene conto, si sentiva spaesato, come quando desideri qualcosa talmente a lungo che alla fine, quella cosa lì, è diventata irreale. Una scena vissuta dentro la tua testa così tante volte da sentirti ovattato, nel momento in cui la vivi veramente. D’altro canto, Riga scoprì che la ragazza si era clamorosamente fidanzata con Piotrovski, il quale, oltretutto, tanto per confermare la sua reputazione insignificante, si era messo a fare l’arbitro. Riga non ci soffrì molto, d’altronde non aveva mai pensato che quella donna potesse un giorno diventare sua. Non c’era di che agitarsi, o frignare. Era tutto normale. Lui non ci sapeva fare. Lui doveva vivere nell’utopia. Nella papposa impossibilità di assecondare impulsi smisurati. Si accontentò di averle parlato, finalmente. Come da accordi con sé stesso.

 . . .

3 0   a n n i   d o p o :

Vito Riga scopò quella donna all’improvviso. Ci si era imbattuto in un bar. Entrambi scapoli, entrambi soli, si erano conosciuti per la seconda volta. La vita di Riga la si calcolò su due piedi davanti a un mojito al melone: finita e riiniziata in più occasioni, dalle ricreazioni del 1984, rivoltata e rattrappita in almeno quindici pieghe diverse . . . e chissà quante pieghe portava la vita di lei. Riga cenò a casa della Salsiccia, e poi la richiamò qualche sera dopo. Passeggiarono al Lungomare, fecero l’amore all’alba, in un appartamentino asfittico di centobuchi ap, dopo una lunga notte insonne.

Furono scene raccapriccianti.

Lei flaccida sui seni, lui atteggiamento ipercifotico, col culetto sottile sottile. Gli montò sopra come un insetto ispido e dolorante. A letto formavano una coppia quasi telefonata, didascalica: un perfetto esempio di come ci si può accompagnare attorno ai quaranta. Riga cercò di farsela piacere, diceva ehi ehi, ho realizzato il sogno più grande e inimmaginabile della mia esistenza. Era inutile, non gliene fregava più niente. E’ incredibile come il tempo distrugga l’amore. E’ incredibile come esso possa apparire immenso, e poi invece stupido, crudele, ingannevole. E’ incredibile la quantità di forme che esso può assumere, su quali superfici può strisciare e mimetizzarsi, e attraverso quali corpi grinzosi levare. L’amore è speciale ecc. ecc. Può essere bellissimo come una droga, pericoloso, o rassicurante come una trapunta di pile nel gelido inverno; può essere irraggiungibile, può essere eterno, può essere odio, l’amore può uccidere.

E a proposito di morte, sull’altro fronte, come al solito, agiva Piotrovski, che era ingrassato quaranta chili e con la SuperSalsiccia ci era andato sotto di brutto. Tipo che la seguiva negli incontri patetici che Riga e Salsiccia fissavano al centro commerciale, quelli preventivati mille volte a tavolino per trovare un po’ di consolazione al proprio erratico insonne, quegli scoli di topo assemblati chimicamente, e poi fatti scorrere invano, su pavimentazioni di marmo impermeabile. Non portano nessun risultato. Anzi, appuzziscono e basta. Ti sporcano.

La Salsiccia era rancida, ormai invecchiata, e ormai uguale a tutto il resto.

Piotrovski si produceva in appostamenti plateali, che avrebbe voluto far passare per casuali e spensierati. Faceva finta di niente. Ma c’era. Il suo alone di orrore cingeva la coppia di nuovi piccioncini come un gigantesco preservativo blu. Se ne sentiva l’odore.

Ora come ora mi viene in mente questo: le canzoni come “What I Always Wanted” degli Swell sono immortali, e le pitture possono essere stupefacenti espressioni di forza e di talento, ma le più grandi opere d’arte sono le persone. Producono le più grandi emozioni. Scorrono lente e inarrestabili come un fiume che si porta dietro tutto, compresa l’immondizia che sta scivolando dagli argini, giù, nelle acque paludose in cui annegheranno le storie. Mi rendo conto che sempre acceso do fastidio, perfino a me stesso, disse Vito Riga fra i denti, rivolto alla Salsiccia e guardando altrove, oltre l’inferriata e il corridoio, oltre il bancone della pizzeria d’asporto Millegusti, prima di sparire per sempre attraverso l’immensa porta dell’Ipercoop.

Brevevita Letters
published on 7th December 2018
written on 2015

.

* : centro abitato in provincia di ap, negli anni 90 importante polo industriale, ora come ora una via di mezzo tra una specie di dormitorio e una città dell’oro abbandonata.




wow, you’ve found a matching song!
“What I always wanted”, by Swell – from the album “Too many days without thinking”, 1997