p a s s a p o r t o

T h e   I t a l i a n   M a g a z i n e —> fiction
P A S S A P O R T O
Ovvero quanto è dolce e difficile scomparire dall’esistenza.
di Brevevita Letters  

Svolgimento.

A Vito Riga era scaduto il passaporto, e siccome aveva in programma un potente trip di allontanamento dalla vita umana, si mise in moto per rifarlo. Il passaporto lui lo teneva nel comodino a fianco al letto, sotto ai calzini, sotto all’oro di suo nonno, sotto a un mare di cose non dette che guardava sempre in faccia.

Semplificare è difficile, semplificare è così difficile, si ripeteva sempre Riga.

Vito Riga era famoso per le sue vacanze esotiche e vistose, del tutto contrastanti con lo stile di vita misurato e mesto che lo differenziava per tutto il resto dell’anno dalle medie moltitudini della provincia.

Ma stavolta non era una vacanza.
Era una fuga.
Una vaporizzazione.
Qualcosa di definitivo.

Il calcio lo aveva lasciato a trentanove anni, non prima di aver spremuto ogni residuo millilitro di potere contrattuale dalle sue gambe sfatte e prosciugate, ed ovviamente solo dopo aver strappato un posto di lavoro a tempo indeterminato presso l’azienda farmaceutica diretta dal Presidente della sua ultima squadra di calcio, una certa Real Menocchia.

A differenza di suoi molti ex compagni di squadra, sprofondati nella cocaina e nella sindrome di Peter Pan (ne ha uccisi più lei che l’AIDS), Riga si era calato abbastanza bene nella nuova veste di omuncolo di mezza età, era diventato un irreprensibile ragioniere, uno di quelli puntuali, un metronomo esiziale tac tac tac, un inesauribile e sistematico passista: non lo vedevi e non lo sentivi, ma c’era, silenzioso e sicuro come il tocco dell’orologio.

E allora via. Una settimana tutta dedicata a riorganizzare le merci conto rimanenze finali, esercizio 2014; due settimane e mezza tuffato nella razionalizzazione e successiva reimpostazione del gigantesco archivio cartaceo aziendale, dal 1984 ai giorni nostri, cercando di attenersi al canovaccio suggerito dai moderni programmi informatici; e ancora la settimana dopo rapporti coi clienti (perlopiù enti parastatali, quindi grandi sicurezze ma anche insopportabili ritardi e pestilenziali burocrazie) + la gestione contabile delle trasferte degli operai a Roma, eccetera, il tutto imbevuto e inframezzato dal patetismo derivante dalla convivenza con l’anziana madre, in un appartamento asfittico di centobuchi ap, dalla quasi totale assenza di relazioni umane rilevanti, ed in generale da quell’insano martellante vibracall di derive senzasenso che permea le menti degli individui dopo un tot di anni trascorsi sulla Terra. Di solito sono 40, gli anni necessari per romperti i coglioni.

Ma c’è chi muore a 27.

Il fatto è che ti vedi scivolare via la vita dalle mani, e non parlo del tempo che passa che palle, quello è il meno (ed anche il più banale degli argomenti); parlo delle emozioni, e delle regole che strada facendo ti eri scritto nella mente, e in quel foglietto giallo che avevi messo nella parte più remota del portafogli, insieme alle fototessere delle persone più preziose; parlo delle convinzioni, anche quelle fuori discussione; le sentenze archiviate e passate in giudicato; parlo delle idee, del comunismo, il rock ‘n roll, i soldi, dio, la Rivoluzione: niente è più vero giorno dopo giorno, neanche le persone, neanche le rivoluzioni effettivamente avvenute: Cuba, la Apple, Solidarnosc… col tempo scemano, diventano inesatte, e ogni giorno tutto scivola di più.

Verso una enorme palla di polvere.

Di conseguenza, le probabilità che la vita umana risulti completamente inutile è elevata.

Questa cosa indubbiamente innervosisce molti. Non ci si rassegna proprio a crepare, ad assestarsi finalmente in pace per quel poco che resta. Assolutamente no, non esiste. Si preferisce restare aggrappati a una carovana nostalgica di oggetti e pseudopersone, un carrozzone cigolante e inutile, sul quale chi non ha un grande “io” si annoia parecchio.

E Riga appunto, a livello di “io” era quasi nullo e si annoiava tanto. Sapeva di essere un fantasma. Lo trapassavi da parte a parte a piacimento, e mai che uscisse un filo di sangue dal suo corpo.

Avrebbe avuto bisogno di una donna che lo valorizzasse, o che sapesse materializzare quella nebbiosa inconsistenza. Magari che gli siringasse nelle fauci un liquido fenomenale e rivitalizzante simile all’amore, ah ah ah, sì certo l’amore, aaahh, un qualcosa che ridesse vigore a quelle labbra non più giovani, a quelle 3 ciocche putrefatte, ispide e bianche, che gli restavano ai lati della testa.

Sì come no, l’amore… ma scherziamo?

Riga non lo sapeva cos’era l’amore. Mai saputo. Riga sapeva cos’era l’avanzo, lo sputo delle divorziate diabetiche, il selvaggio gettarsi con la bava alla bocca sui secchi dell’immondizia, a divorare quel poco che la vita gli concedeva. Si nutriva di cadaveri, proprio come era sempre accaduto nel campo di calcio. Opportunismo e poco altro. Il silenzio. Il non mollare mai. Lo stare lì, onnipresente con la coda dell’occhio. L’esperienza.

Come le palle che aveva spinto in gol per tutta la vita, quando tutto attorno era già morto, Riga era adesso famoso per spingere le persone ancora più giù, per renderle ancora più sole, affamate, per infligger loro il colpo di grazia attraverso una apparentemente innocua bottarella con lo stinco.

Come sempre, Riga continuava ad aspettare l’evolversi degli eventi, a disegnare traiettorie circolari, mantenendo un’apertura alare attendista e ambigua.
Qualcuno – i più perspicaci – trovava il suo sguardo preoccupante e feroce. Si trattava pur sempre di un bomber. Erano cambiati gli scenari, ma l’atteggiamento no… e non si sporcava di certo i calzoni per rincorrere qualcosa o qualcuno. La morte Riga la lasciava lavorare. Non la forzava. Occorreva pazienza. Occorreva saper patire la fame. Ma alla fine la gente muore sempre, e ogni morte porta all’avvoltoio un nuovo pasto. Non era cambiato poi molto. Riga era il boia. Riga era l’infame.

Erano in pochi ad aver scavato dentro la sua anima, negli anni, e quei pochi avevano sempre ricevuto amare delusioni: una volta arrivati in fondo la cosa che veniva alla luce era cinismo, una grave ed invivibile sensazione di pericolo, un branco di cani neri che divorano ogni cosa nella notte. Riga soffriva molto per questo. Le belve lo inseguivano.

La solitudine è un vuoto che confonde.

La lugubre messinscena quotidiana era diventata una tortura ormai, in primis per sé stesso.
Riga desiderava passare ad altro. Liberarsi.
Era prigioniero dei suoi comportamenti.
Era arrivato al punto che la mattina faceva fatica a tirarsi su dal letto. Aveva la nausea. Spesso vomitava prima di uscire di casa, e fumava sigarette per cancellare il tanfo di vomito, prima di recarsi al lavoro. Con sua madre nemmeno ci parlava più. Aveva preso una badante.

Le sue relazioni interpersonali si erano azzerate.

Usava le vacanze come in quella scena di Pulp Fiction quando ficcarono la siringa nel petto di Uma Thurman.

Disperatamente comperava biglietti in agenzie tristissime, ormai superate dal commercio online.
E allora woooooooo woo, come la canzone dei Blur, cercava di darsi delle spinte, cercava le emozioni, e giù con Capo Verde, gli immancabili isolotti della Grecia, Ibiza, Benidorm, Cuba quattro volte, Thailandia, Egitto, Lanzarote… ma stavolta era ora di fare basta: una volta per tutte, la persona che doveva morire era lui.

Per prima cosa, Riga telefonò in questura:

“sì dunque 2 fototessera sfondo bianco, marca da bollo da 73 e 50, poste versamenti euro 42,50 intestato a economia e finanze dipartimento del tesoro causale rilascio passaporto elettronico”

“signora mi scusi, io non devo farlo il passaporto, io devo semplicemente rinnovarlo”

“lei deve riportare quello vecchio e poi gli rilasciamo quello nuovo pertanto è uguale, lei deve pagare”

“ammazza, servono un sacco di soldi”, disse Riga tra i denti.

Quello era il prezzo.
Quello era il prezzo per porre fine alla commedia.

Titoli di coda e vado via per sempre. La libertà. La solitudine.

Riga ripensava ad alcuni episodi accaduti di recente nell’ufficio del titolare. Gli tornavano in mente alcune frasi che aveva udite. Cercò di ricomporle a caso, come in un fotomontaggio volutamente fatto male:

“Lo stronzo ha fatto in modo che fossi io a sbroccare, idiota, ma la miglior vendetta è vivere bene! Quando uno sbrocca ha sempre torto, ricordati Vito, quando uno sbrocca è sempre in posizione di debolezza. Vabbè signorì sai tutto tu che parlemo a fa’? Ti rendi conto che c’hai 20 anni e pensi di sapere tutto? Hai idea di quante persone ti deluderanno e quante situazioni non saranno come tu sei convinta debbano essere? Mi sono legato a una persona che non amo, che non v… voglio stare da solo per il resto della vita, voglio rivedere elephant”… Forse le ultime due frasi le aveva aggiunte lui, Riga di sua penna, dopo 4 whisky.

Non lo so. Era troppo tardi per capirlo.
Tutto era confuso nel profondo dell’anima.
Tutto si apprestava a diventare luce per sempre e dovunque.
Questo era l’amore.

Riga fece i versamenti che la troia al telefono gli aveva intimato di fare, e poi fece una passeggiata al fiume Tronto. La sapienza del mondo tutta insieme gli parve di vederla nelle acque mezze viola dell’urbano fiume con affluenti di cemento, verso le 11 e tre quarti antimeridiane, dall’alto dell’argine di erba e di pietra, durante una stupenda e commovente canzone di Damien Jurado, “Jericho Road”, che il cocciapelata stava ascoltando in cuffia. Fu un momento esaltante.

A quel punto era pronto per recarsi dal fotografo, a produrre le fototessere. Il fotografo del paese era un’autorità della zona, carica non scritta che gli derivava da un carisma strepitoso.

Era talmente esperto che aveva fotogratato tutti, e i matrimoni dei genitori di tutti, e le nascite, gli asili, e la via della stazione nel 1955, e la trebbiatura del 66, eccetera.

Nessuno osava contestare i suoi metodi.

Riga era sotto la macchina da presa, quella da fotografo tradizionale, col treppiedi ed il mantello nero, seduto sullo sgabello, di fronte alla lampada accecante.

C’era poco da prenderla sullo scherzo.

Le regole dello studio fotografico erano ferree: prima di sederti lì dovevi pettinarti, c’era uno specchio apposta, con un pettinino ed una spazzola, per la toletta dell’ultimo istante, se proprio avevi avuto il coraggio di presentarti malconcio.

Lo specchio aveva privacy zero, e dava (A) sulla porta d’ingresso e (B) sulla strada statale 4, alla mercé dei clienti presenti e dei camionisti slovacchi di passaggio, ma queste non erano cose su cui ci si poteva sensibilizzare.

Si badava al sodo, come in una autentica catena di montaggio.
Si doveva produrre e lavorare.

Riga tentò di bypassare il fatto dello specchio e del pettine giustificandosi col fatto della sua testa pelata (pelata tradizionale, con i capelli solo ai lati), ma gli fu comunque ordinato di rassettarsi quei quattro peli da impotente sfigato che gli erano rimasti.

Una volta oltrepassata la pubblica gogna del pettine gli fu ordinato di tenere il collo posizionato come Giulio Cesare, fiero e massiccio, o come il figlio di Agnelli sulla copertina di Millionaire, e gli fu anche ordinato di sorridere, ma sorridere senza esagerare, insomma bisognava dare quell’idea di serenità satolla, tipica dei cimiteri.

Siccome nel negozio c’era gente, e siccome c’era quel solito chiacchiericcio rompicoglioni della gente che nell’attesa parla del più e del meno, il fotografo scoprì per puro caso che quelle foto, a Riga, servivano per rifare il passaporto:

“nz po rid” disse allora il fotografo
(trad. non si può ridere)
stracciando con rabbia le 4 fototessere già cacate fuori dalla camera
“nnaccia a la madò nz po rid”, aggiunse.

I comandamenti di Gesù Cristo in croce si erano espressi: sulla foto del passaporto non si poteva ridere, era quella la legge in Italia.

Andava rifatto tutto.

Riga non osò protestare, né palesare emozioni o mugugni di disappunto, però dentro di sé si fece un risolino, il primo da quattro mesi a quella parte, ah ah ah.

Sì perché sembrava che gli attimi immediatamente antecedenti la scomparsa fossero permeati da un grave tono di austerità e castigo. Sembrava appunto che in Italia, dove tutto è ridicolo, nel momento in cui sparisci devi iniziare a essere serio. Persino sulla foto del passaporto. Se no magari all’estero ti prendono per il solito buffone mangiaspaghetti.

E’ così.
La strada che porta alla libertà non ammette letizia.
Devi sentirti in colpa tu porco che lasci cose e persone.
Fuggire dalla vita è un lavoro cupo e profondo.
Il ghigno non è tollerato, scusa!

“rifacciamo”, disse il fotografo, “nts… tocca rfà tutt diocane” (trad. bisogna rifare tutto + imprecazione)

“e rifacciamo”, disse Riga.

CLICK, ecco il magico suono che cambia le cose.

Fatto.

Con le fototessere e con le ricevute dei versamenti si poteva andare in questura, per sbrigare l’ultima parte del lavoro. Riga mise in moto la sua Punto. Il tragitto fino ad Ascoli Piceno fu tranquillo, fatta eccezione per una sosta al bar dei Marinai, pericolosissimo, un posto a metà strada fra Ascoli e San Benedetto (che poi non si capisce perché dei Marinai visto che siamo già nell’entroterra avanzato), un bar con spaccio alimentari abbinato, pieno sempre, a ogni ora, pieno indistintamente di ex calciatori e nuovi ragazzini yuppies con del gel, con acconciature alla Clark Gable, con barbe alla Messner; pieno di idraulici fissati col campari soda e fighe, fighe ovunque, corteggiate da 45enni che riddavano sul giovanile e che mettevano tristezza; e poi cartongessisti alcolizzati che meditavano il divorzio, bulli, esseri sfioriti vari, esseri sopravvissuti miracolosamente, e personalità paesane quelle toste.

Sull’uscio, Riga fu immediatamente apostrofato da un raccontatore di barzellette: “ecclu va era nu cocciapelata ‘nda qquis” (trad. “ecco, si trattava di una testa pelata come lui”)

“parli con me?”

“sci ciao capo, offri da ‘bbeve?”, si trattava ovviamente di un soggetto la cui rozzezza era apodittica, cioè grondante sangue, e che dunque andava preso con le pinze, per non macchiarsi la camicia.

Affrontare quell’ambiente lì non era facile, ma Riga aveva voglia di bere, e di vedere qualche scena potente. Erano gli ultimi istanti. Voleva godersi questi ultimi giorni. Voleva concedersi un attimo di spensieratezza. Voleva bere fino a perdere la patente, fino a creare scandalo in questura a causa della puzza d’alito.

Riga era tuttavia ben conosciuto per via dei suoi trascorsi calcistici: “lascialo stare questo è Vito Riga, il castigatore delle aree di rigore. Anzi, paghiamogli da bere noi”

Va così, in quell’ambiente di cani randagi passi dall’essere calpestato e respinto come la più schifosa delle merde al ritrovarti d’incanto il trionfatore della serata. Dipende solo dai cani. In che direzione si mettono ad abbaiare.
E’ uno schiocco di dita proprio. Un niente.
Una folata di vento provocata da quello che chiacchiera.

Dentro, un ex ragazzo d’oro, ai tempi ritenuto un innovatore negli antiquati schemi sociali della provincia, tentò l’approccio con Riga cominciando ad elencare alcuni teoremi che lui aveva partorito vivendo.
Aveva bevuto 7 campari soda lisci e andava per l’ottavo.
Aveva la lingua che somigliava a una pianta carnivora, qualcosa di letale.

“mo parte l’aperitivo quello tosto” disse un imbecille sulla quarantina.

Riga bevve un campari.
Glielo offrirono.

Riga scolò altri tre campari dalla bottiglietta.

Sgranocchiò quelle frittatine del cazzo che sempre stanno messe sui banconi dei bar, nel centro Italia.

Le facce dei customers si facevano sempre più cupe.
Avevano un retrogusto demoniaco. S’erano fatte le 14,45 e c’era da sopportare il carico della vita.
Del non tornare a casa per il pranzo.
Del non avere nessuno che ti squilla al cellulare.

Riga chiese una birra per riequilibrare la situazione alcalina della bocca.
Uscì fuori e fumò una sigaretta mondiale, mentre un fallito gli esponeva pregi e difetti di serate in famiglia trascorse a calcolare l’odio e l’apatia di figli acquisiti.

Basta,
era ora di andare.

4 campari e una 04.
Poteva fare di peggio.
La macchina la guidava ancora bene.
Arrivò di fronte alla questura con una pisciata in corpo da mettersi a dare i cazzotti sullo sterzo.
Così come in campo aveva il problema di girarsi, adesso aveva il problema, ben più penoso, del parcheggio.

La disperazione di alcuni momenti gli faceva dimenticare del ritegno, e dunque, svoltò verso Piazza Immacolata e accostò in doppia fila davanti a un bar tabacchi.

Piazza Immacolata era figa.
Era sempre piaciuta a Vito Riga.
C’era la Ascoli Piceno quella popolare.
I deboli.
Gli impauriti.

La vescica ora rifiatava.
Comprò le sigarette e ne accese una. Erano le 15,30. La questura stava aperta dalle 15 alle 16.

Sistemò la macchina dopo svariati giri.
Entrò in questura pochi attimi prima dello scoccare del novantesimo.
Voleva buttarla dentro, era giunta l’ora.

I microbi dell’ufficio passaporti gli piombarono addosso come del curry sul petto di un volatile.
C’era una ragazza in sala d’attesa.
Solo lei e Riga sulla panca di fronte alle vetrate.
Più un filippino che veniva cazziato dalla poliziotta perché la foto ritraeva un essere umano troppo sorridente.
Anche lo scanner del pc emise un suono acuto. Come una specie di allarme che non va bene.
Venne respinto, il filippino, decisamente.
Che cazzo ti ridi idiota morto di fame.
Venne rimandato a fare altre foto.

Rimasero solo Riga e la ragazza nella stanza.
Riga si vergognava quando vedeva le ragazze.
Si sentiva vecchio.
E impotente.
E mostruoso.

Ne aveva viste tante di fighe arrugginite, ora basta.
Voleva la solitudine.

La poliziotta allo sportello, dietro la vetrata, disse a Riga che il suo nuovo passaporto sarebbe stato pronto per venerdì quell’altro. Solo otto giorni di attesa, aggiunse, poi dicono che in Italia c’è la burocrazia.

Otto giorni mi sta bene, disse Riga, pensavo peggio.

Vi ci farei vivere a voi con gente i cui cognomi sembrano i titoli di una puntata dei pokemon, disse uno dei colleghi della donna, oltre la vetrata.

Riga immaginava mostri e cani sul passaporto.
Gli girò la testa all’improvviso.
Cadde al pavimento.
Cadde, e la ragazza mezza mulatta gli si avvicinò, per chiedergli qualcosa.
Vito Riga incredibilmente prese l’iniziativa, e mentre esalava quello che poteva essere l’ultimo respiro, disse:

“se vuoi precipitare con me
allora devi ascoltarmi amore,
altrimenti diventi una delle tante.
Da scartare”

“come dice signore? non capisco..
aiutatemi vi prego qualcuno mi aiuti” quella ragazza parlava l’italiano meglio dei poliziotti.
Sembrava anche più efficiente.

“tu continua coi tuoi sogni”, disse Riga alzandosi con una nuova pisciata nel corpo “tu continua sempre, ricordati sempre che il meglio deve ancora venire”

Se ne andò,
convinto che la sua vita fosse una commedia incompiuta;
convinto che le puttane sulla bonifica (*) potessero essere gli unici addobbi sul suo albero di natale;
ma non era natale,
era marzo,
e c’era poco da ridere, non c’era proprio niente da ridere, anzi non si poteva.
Lo aveva detto il fotografo.
Lo avevano detto i poliziotti.

Ma la pace era vicina.
Mancavano 8 giorni.
Sarebbe andato in Russia, nelle sconfinate campagne a sud di Mosca, a lasciarsi morire.

Alcuni altri dettagli sulla sua dipartita sono molto confusi ma credo che non si fosse nemmeno licenziato, al lavoro, e che non avesse neanche intenzione di farlo, e che non avesse neanche intenzione di richiedere la buonuscita, tanto era ormai assoggettato alla logica del “non me ne frega più un cazzo”.

Non so, mi fa pensare a san francesco,
qualcosa di incredibilmente elegante.

BREVEVITA LETTERS
published on 7th December 2018
written on 2017

legenda:
(*) = strada provinciale rettilinea, a cavallo tra Marche e Abruzzo




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“Black Hole Sun”, by Soundgarden – from the album “Superunknown”, 1994