niente realmente finisce

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NIENTE REALMENTE FINISCE
di Brevevita Letters

4 – 25 giugno 2018: mostra di fotografie del Brevevita @ Green Rooms, Londra

Pensavo meglio.
A maggio 2018, quando me lo dissero, lievitai sul marciapiede fino a un’altezza tale da poter osservare il mondo in maniera vasta e serena. La event manager del locale, una ragazza carina e dotata di un certo stile, con un paio di commenti shock mi aiutò a capire meglio ciò che stavo facendo. La cosa mi sorprese, mi fece sentire umano, normale, un essere con delle idee. Per la prima volta dopo anni non sembravo pazzo ai miei occhi. Fu un momento di grande leggerezza, una piacevole distrazione nel mare inutile di carte e di preoccupazioni.

In pratica c’era questo locale a un minuto da casa, fichissimo, che si chiamava “Green Rooms”, a cui facevo la punta fin da quando mi ero trasferito a Wood Green (1 settembre 2017), zona 3 della Grande Londra. Ora il punto è questo: le persone affette da “sete permanente e cronica” possiedono capacità innate nell’individuare punti di aggregazione stupendi. Potevo difatti avvertire la potenza calamitante di questo locale da lontano, dall’altro lato della strada e a 100 mt di distanza. Era qualcosa di irresistibile, a metà tra un fenomeno inerente la fisica (la scienza), e lo sfacciatamente romantico, come una ragazzina di 7 anni attratta dal fascino plastico di una coccinella. Inevitabile. Commovente. Amore allo stato più puro. I miei radar atmosferici erano impazziti, dovevo assolutamente entrare lì, e dovevo farlo tutte le sere.

Ok, oltre al berci dentro, stavo addosso a questo locale con delle email a ritmo ragionato, non troppo da stalker, diciamo bisettimanali, mi rifacevo vivo ogni tanto, senza pressare troppo. Che tattica del cazzo.

Dopo 7 mesi qualcuno mi rispose dicendo: “il vino non ci interessa ma per quanto riguarda la musica e gli artworks ne possiamo parlare”. Fissammo allora un appuntamento, che qui viene chiamato meeting, come negli anni 80 da noi (al contrario, mo’ da noi è in voga la parola “riunione”).

Gli artworks erano lavori fotografici le cui stampe erano ingombranti, difficili da maneggiare e trasportare. Formato 40×40 o addirittura 50×70, resi su carta fotografica e montati su gatorfoam o forex, due supporti comunque leggeri ed anche abbastanza costosi.

La maggior parte delle immagini ritraevano rifiuti, intesi come immondizie o come esseri umani (o come tracce di comportamenti umani), che col tempo riprendevano vigore, e iniziavano a risplendere sul marciapiede, col loro fuxia vivissimo, o col verde chiaro sparato. Era come una seconda vita, inaspettata, delle cose e delle persone.

All’appuntamento, la event manager indossava una gonna, ed alternava grazia ad azioni repentine e maschie, che non ci stonavano affatto. Era gentile. Iniziò a guardare le prime immagini, dispiegando i lavori per terra sul pavimento nero, e dopo alcuni istanti di silenzio in cui davvero non seppi che comportamento assumere (se continuare a stare zitto o se provare a cimentarmi con l’istrionismo), lei tornò al computer e fissò subito le date, davanti a me, consultandosi col sottoscritto per controllare la disponibilità dell’artista. L’artista?

Lo vedi, mi dissi, nel dubbio è sempre meglio stare zitti.
Falle dire a loro certe cose.

Dal 4 giugno al 1° luglio 2018 si sarebbe svolta questa exhibition (mostra fotografica) del Brevevita, e giovedì 7 giugno ci sarebbe stato un “launch party” con d.j. set del Brevevita per presentare e lanciare il tutto.

La event manager mi sottopose un contratto (contratto???), e poi mi raccontò del loro modo di fare promozione: coinvolgevano il Council (una specie di Municipio di zona) e la fascia “bene” del quartiere di Wood Green. Uhm, davvero c’era una fascia di popolazione “bene” a Wood Green”? e chi erano? i commessi sardi di Subway? i proprietari filippini di tutti quei negozi di cellulari? i turchi che tagliavano il vitello oltre le grandi vetrate? Boh, a dire la verità non se ne vedeva molta di gente facoltosa in giro per le strade. E comunque loro del Green Rooms avrebbero coinvolto le Charity persino, proseguiva lei, per fare in modo che i ricchi imbottiti di sensi di colpa si sensibilizzassero e potessero acquistare qualche opera, per aiutare gli artisti “morti di fame”, gli sfaticati ignavi che campavano coi benefits, nonché i morti di fame quelli veri, che qui a Wood Green ne siamo pieni.

Insomma il 10% della vendita degli artworks andava alle charity, il 70% all’artista e il 20% al Green Rooms.

La event manager mi chiese di comunicarLe i prezzi delle varie fotografie.

Era l’inizio di Maggio 2018. L’evento avrebbe avuto luogo più di un mese dopo, avevamo un sacco di tempo per preparare tutto al meglio, mi disse.

Mi chiese per favore di scrivere una breve biografia (al massimo tre righe) e una descrizione generale degli artworks, da dove venivano negli abissi dell’anima, e perché, e se ce l’avevo un’anima allora dovevo spiegare la mia anima, e l’idea di fondo che li aveva fatti uscire fuori, a questi maledetti lavori.

Mi disse di dare un titolo e un’immagine di copertina a questa exhibition (mostra) e mi disse di farle pervenire tutto via email, che poi ci avrebbero pensato a tutto loro, facebook eccetera.

Cavolo, mi sentivo un principe.

Mi venne in mente allora una frase di Oronzo Canà, che il mitico allenatore aveva pronunziata durante un Longobarda-Juventus: c’era una nebbia bestiale sul campo da giuoco e proprio a causa della visibilità azzerata Canà pensava che la Longobarda stesse vincendo due a zero: “non può essere non può essere… e infatti non è!”

Insomma io preparai tutto quello che dovevo preparare, ma loro non fecero niente.
Non coinvolsero nessuno.
Non fecero le cose fantastiche che avevano detto.

Mi chiesero perfino di creare l’evento facebook, ma lì mi rifiutai, perché è ridicolo che uno si faccia l’evento della sua mostra da solo.

Mi fecero appendere le foto con dei gommini inadatti, e poi le foto cadevano continuamente per terra, e allora, oltreché rovinarsi le foto, tutto dava l’idea del rattoppato disorganizzato.

Oltretutto, il giorno del d.j. set la musica si sentiva male, e quando la musica si sente male io divento una bestia. Dovetti bere 4 zeroquaranta di birra chiara giapponese prima che l’impastamento indecente dei bassi divenisse sopportabile.

E così “Wayne” di John Frusciante venne fuori prepotente, mi parve, e poi naturalmente gli Scott 4, Coolio, “Dry the rain” dei Beta Band, al solito. L’hip hop morbido dei Black Knights, e poi a un certo punto la botta: “Pernod”, una canzone-testamento che parla di un suicidio spettacolare.

Uno sparo, il silenzio, il mettersi alle spalle tutto finalmente.
Andiamocene, Io mi diverto di più a casa mia.

Brevevita Letters




wow, you’ve found a matching song!
“European Punks” by Scott 4 and Magic Car, from the self-titled album, released in 2002