la morte di vespasiano d’angelo

T h e   I t a l i a n   M a g a z i n e —> fiction
LA MORTE DI VESPASIANO   d’ANGELO
di Brevevita Letters

Dalle convulse pagine del diario di Vespasiano d’Angelo, nei giorni del ricovero nell’ospedale psichiatrico di Ascoli Piceno. Durante quei giorni (povero cristo e povera la sua famiglia) era tutto un entra ed esci dall’ospedale. Erano momenti bui, in cui non si smetteva di cavalcare la speranza di una guarigione e di una tanto agognata ripresa dell’esistenza. Vespasiano non era esattamente malato. Semplicemente accumulava cose e paranoie in un avido malloppo spugnoso chiamato memoria. Si era arrivati al punto massimo di riempimento, in fatto di stoccaggio di episodi e relativo stress, e la situazione nel magazzino cranico era satura. Non c’era niente di male. Prima o poi tutto si sarebbe sbloccato e disciolto in una corsa liberatoria, come un galoppo di sfavillanti mustang nel verde della prateria. E allora sarebbe stato il ritorno della libertà. L’essere nuovamente quello splendido sé stesso che tanto aveva inciso nelle dinamiche amicali e nel bar.

Vespasiano ce l’aveva pronta, la sua vita.
Una gran bella impalcatura da adulti durante la quale entri in banca e saluti tutti, sorridendo, e mentre sorridi sai bene che quelle contabili azzurre che l’impiegato strappa e poi firma, e poi fa firmare al cliente, quelle maledette contabili che l’impiegato ristrappa per l’ennesima volta dal suo blocchetto interminabile rilegato in leggera brossura, quelle bibbie sataniche che l’impiegato ristrappa e rifirma quattordici volte, e poi te le dà, e poi te le fa firmare, ebbene quelle contabili lì, nella realtà più profonda ed autentica dell’esistenza, non contano un cazzo. Sono solo carta. Un minuscolo stelo di legno a capocchia, e tutto scompare.

Vespasiano era sempre stato un infantile, specialmente soggiogato e reso perplesso dai flussi di denaro. Non capiva, il ragazzo. E ultimamente s’era aggiunto un penoso contrattempo: la somatizzazione. Gli serviva un reset potente, al ragazzo, e l’ospedale di Ascoli poteva appunto rappresentare la svolta, ma non chiamiamolo ospedale, mettiamogli piuttosto un nome più simpatico, tipo struttura psichiatrica dietro a Monticelli, un poco vecchia, un poco piena di poveri pazzi appassiti, ma dotata di maestranze in fondo gentili, tutti insieme a guardare la televisione, la sera alle sette.

Comunque guardate, Ve la faccio breve.

Qui segue il resoconto di una mezza mattinata. Qui semplicemente riceviamo dal medico legale e trascriviamo. Si tratta di una pagina di taccuino scritta da Vespasiano un mese prima del ritrovamento della sua felicità. Il narrare è prodotto talvolta al passato remoto, talvolta al presente, e in tutti i modi verbali che le coniugazioni conoscono, sconclusionato e spezzettato come ogni diario scritto a penna freneticamente, ai rossi del semaforo, sul tavolo da pranzo nel mezzo di un piatto di pennette burro e parmigiano, sul divano, a letto, al cesso, al bar mentre contemporaneamente si parla con persone. Come sapete, a me Vespasiano piaceva. Checché se ne dica in città, egli era onnivoro, e amava la vita. Era sempre accompagnato da una bellissima fame, che lo cerchiava e sottolineava come un essere distinto, in mezzo alle folle grigie di san benedetto.

Ebbene ecco qua la paginetta di diario. Aperte le Virgolette. Start.

<< . . . Saranno state le undici e mezza. 
Era una di quelle mattinate esaltanti in cui salti leggiadro di ufficio in ufficio, fin quando la bianca signora dei ciliegi non viene a prelevarti sulle scale di sotto casa tua, quelle dove ti rifugi in silenzio nei momenti pesanti, da solo, a cacarti addosso. Proprio lì, nella penombra dello scantinato, con la puzza di ratti e di scarico di cessi a fare da cornice, pensavo cose a senso unico, cose che si rincorrevano in circolo e poi scomparivano giù per un imbuto da porci schifosi.

Ero stato non mi ricordo dove, forse un notaio, forse un dottore revisore dei conti, qualcuno che voleva farmi sembrare senza spiegazione un qualcosa. E’ così e basta, diceva il dottore dei conti. Parlava veloce. Non mi faceva neanche mettere a sedere. Proprio non c’erano sedie nel suo ufficio asfittico. Questo fantomatico testa di cazzo dottor qualcuno mi faceva soffrire. Quando mi dicono “è così e basta” io soffro sempre, e non perché io sia particolarmente esigente, ma solo perché voglio scoprire i motivi delle cose. Sono uno che vuole capire. Scusate sono solo curioso. Sono un tipo che è ancora vivo, e a essere vivi si soffre.

Da quel che ho potuto vedere in questi ultimi periodi, quasi tutti i malati di mente sono persone che rifiutano di morire, o di piegarsi ai voleri dell’Universo. Io semplicemente mi rifiuto che continuino a giocarci a rimpiattino con me, tutto qua, e per questo vengo considerato uno scassacoglioni, e per questo sto impazzendo. E’ da qualche mese che mi succede, ‘sta robba, forse un paio d’anni cavolo, già, perché la mia vita di prima era più semplice, accettavo tutto, mi andava bene anche un direttoruzzo delle poste che assumeva atteggiamento intimidatorio e saccente, mi andava bene anche quando mi guardavano brutto, o quando all’ufficio dell’ACI mi guardavano come un extra-terrestre incapace di esprimersi. Boh, adesso non lo so che m’è preso. So’ arrivato a cottura. Le ciocche bionde mi si so’ cascate tutte, una dietro n’altra proprio a ciocche, non è che dici adesso io, ciocca, mi casco un po’ alla volta.

Vado in clinica già da un po’. No lo psicologo, direttamente la clinica m’hanno dato. Comunque, io ci sto bene là la clinica, a guardare la tv verso le sette di sera, insieme ai miei nuovi amici giallognoli e dal muco colante. Là, se fai una domanda ti rispondono, almeno. Non ti passeggiano sopra, come giucas casella sopra i cocci delle bottiglie di vetro. Può sembrare paradossale, ma in quelle stanze scocchiate e sbavate dai pazzi esistono punti di riferimento e rassicurazioni. E anche quando una risposta non c’è, perlomeno ti riservano ‘na mezza carezza.

Entro ed esco dalla clinica da sei mesi, cicli di cure prescritte dal medico della patente, ora non sto a spiegarvi tutta la storia se no ci facciamo notte, comunque, mi tolsero la patente che avevo 0,80, e siccome mi fecero fare un colloquio col medico legale, non solo le analisi, anche la clinica, mi hanno dato. Sto facendo di tutto per diventare insensibile, ma non ci sto riuscendo. In questa modalità così impareggiabilmente incapace di mentire ci si nasce. Il mio segreto era la distanza, e il menefreghismo, ma entrambe ‘ste cose sono venute meno. Le difese del cranio mi hanno abbandonato. All’improvviso ha preso a dispiacermi per “le cose che succedono”. Dovunque. Nel mondo. Mi ritrovo a piangere inspiegabilmente per fatti capitati a persone che non conosco, a seimila chilometri da me. So’ crollato. Sento la sofferenza di tutti.

Nel più profondo dell’anima e dei piccoli gesti quotidiani, lo dico senza falsa ironia, mi sento una persona semplice e davvero poco interessante. Le mie stratificazioni portano tutte ad un io elementare, prevedibile, moderatamente paranoico, una “maledizione” vissuta nell’idolatria del politicamente corretto, e stando bene attenti a non dare fastidio, bah, è davvero patetico. C’ho adesso esigenza di essere rassicurato, accarezzato anche senza motivo. Non è pazzia è un disperato bisogno d’amore che m’è pigliato come un attacco di cavallette su un campo di ortaggi. Boh, guarda, forse non è proprio pazzia ma quasi.

Comunque.

Ho fatto ragioneria e ho sempre pensato che la ragioneria applicata avesse qualcosa di romantico, lo avevo intuito quando avevo 17 anni, poi però non ho mai avuto tempo di approfondire l’argomento. Tuttora devo capire e oramai è tardi per capire, oppure ho troppe cose da fare, non lo so, quel che so per certo è che su questo pianeta non si ha abbastanza tempo. Il più delle volte si trascorrono giorni come i bocconi che ingoiamo in pausa pranzo: manzo e pastasciutta schiantati giù a palate, nella foga del raggiungimento di stocazzo.

Comunque due. Le scale.

Eravamo a stamattina, i pensieri sulle scale, le mie tre scale personali vicino alla cantina, l’ultimo avamposto di me. I pensieri saettavano io ero stato non mi ricordo dove, forse a subire risposte da una signora di mezza età, una troia sui 55, incompetente, o competente quel tanto che basta a denigrarti e ridicolizzarti, sfaticata, odiosa, minacciosa, dall’atteggiamento commerciale, e retta da una incalcolabile insensata superbia. Mi alzai dalle scale, mi diressi a porto d’ascoli tra i dolori e tra i fumi del mondo.

Comunque tre: ho deciso che d’ora in poi parlerò al presente, perché le cose stanno succedendo qui e adesso, proprio mentre prendo appunti.

E allora eccomi nel traffico, eccomi a bollire nella pentola dell’acqua, mescolato a tutti gli altri imbecilli. Faccio un paio di soste per comprare articoli per casa. Un bulgaro che non rispetta la fila al rifornitore di bevande bellaitalia.com è sale sopra le mie ferite, ed è sufficiente a rovinarmi un’altra tacca di resistenza. Hai l’esaurimento Vespasià, e ti stai curando, sta’ calmo, statti calmo, rilassati, cerca di rilassarti, adesso passa . . . Dio mio mi sento come uno che è atterrato sulla società occidentale dopo aver trascorso 40 anni su una stazione orbitante, dove si divertiva a rotolare e a fare le capriole. Incredibile la sensazione di pesantezza ragà. Non riesco neanche a muovermi, specialmente davanti a queste signore truccate che mi dicono cosa devo fare e non fare, e che mi spiegano in quattro e quattr’otto le centinaia di ramificazioni dell’esistenza.

Intanto, si susseguono le scene: 1) eccomi al semaforo con il puntuale dipendente ROM che mi lavora sul parabrezza; 2) dalla corsia d’emergenza, uno mi si infila sulla destra e mi taglia la strada perché vuole passare, e passa, gli dico, ma che me ne frega a me, e passa forza!, ma poi la cosa che mi fa incazzare veramente è che questo figlioditroia, quando due secondi dopo arriva un altro che vorrebbe fare la stessa manovra che ha fatto lui, il figlioditroia lo stringe, e gli s’appiccica alla macchina davanti, per non farlo passare. Ditemi voi se non è questa una guerra, e insieme un capolavoro di egoismo tribale; 3) un vigile col culetto dritto scherza con un suo collega rachitico, con degli occhiali tipo fondo di bottiglia, e li seguo avviarsi entrambi verso un sicuro pranzo. Beati loro.
Scena dopo scena sono arrivato alle poste, e non tira una bell’aria.
L’esaurimento nervoso delle masse popolari si tocca con mano.
Io ne faccio parte.
Come non mai.

. . . mamma mia . . .

Devo dire che certi momenti sembra te li facciano vivere apposta per ritagliarti uno spazietto vicino al traguardo, e gustarti finalmente l’arrivo di dio, ma magari fosse sufficiente, dio. Magari arrivasse, o lui o qualche fantasma interessante, tanto per sviluppare qualche modifica sulle aperture mentali e sull’armamentario di frasi da dire, almeno pe’ ‘na mezza giornata. Fatichi tanto per vedere l’arrivo della corsa e poi ti accorgi che non arriva un bel cacchio di nessuno, che hai lavorato auffa, che ti hanno levato tutto, vogliono tutto pure i pantaloni, tutto fino all’ultimo centesimo, e ti faranno comperare anche il posto da occupare al cimitero, e i lumini, le tasse annuali, i fiori . . . ma per favore non mi ci portate al cimitero a me! Io non voglio niente! Non voglio pagà l’affitto pure dopo morto! Per quel che vedo io, dalla mia postazione, Dio non vince mai, perde piuttosto, e poi ti dicono che perde per mettere te alla prova . . . ma scusa perdesse pe’ conto suo, perché ci deve mettere di mezzo a me, chi gl’ha chiesto niente, io non gli ho chiesto nemmeno di nascere. Mi dispiace ma da qua, ragà, non si vede niente, non c’è nessuno al traguardo, quella ingannevole cometa che si vede non è dio, è solo una divertente scia quantistica vissuta sotto le parabole di qualche fuoriclasse: Zidane, Pirlo, Platini, ‘sta gente qua. Ecco. Appunto. Non parlatemi di dio, parlatemi di platini. O di ndò lu furnar, quello sci, è nu sant: da 25 anni la notte alle 3.

Comunque quattro: d’ora in poi farò un misto di passato e presente perché scì, perché me ne va coscì, perché la mia vita è dislessica e messa male, e del malamente non se ne vede la fine. E allora faccio come mi pare, almeno qui. E allora andiamo!

So’ le 12,45 di uno splendido martedì mattina.
So’ sceso dalla macchina e adesso mi aggiro tra i cementi con addosso una tuta da ginnastica acquistata nel ’91 a Durazzo da un mio ex collega di lavoro (il di su viola a striscie gialle, e il di giù felpato grigio), nel bel mezzo dei ribassi dovuti a quegli esodi epocali, alla ricerca dell’america, qui, sulla east-coast italica.

Ecco l’edificio color “giallo putrefazione”, ecco l’insegna color “giallo malattia”, wow, sto per riabbracciare i tremendi esseri delle poste. Spaesato e con il buco del culo espanso a 62 mm da un trapano punta a tazza, spelacchiato da poche settimane, sotto psicofarmaci e con la stima di me stesso ficcata nelle scarpe da ginnastica di decatron, entro. All’interno, il solito odore: una sorta di Lysoform dopo che uno ci ha pisciato. Un vecchio mi precede sulla colonnina per aggiudicarsi il tagliandino. Pulsantino Clienti Postepay, pulsantino pacchi/corrispondenza, pulsantino commerciale; nel dubbio li prende tutti, come se quei fetidi tagliandi accorciassero il percorso che conduce alla felicità, ai soldi, al veder crepare gli altri prima di te. Nell’ampio spiazzo della sala d’attesa, il solito pavimento di gomma, e le solite ombre sedute alle pareti perimetrali. Gli esseri umani sono quasi tutti orrendi. Madre e figlia si guardano lamentandosi rispettivamente di dolori delle ossa e di tempo perso dietro al recupero dei desideri. Un impiegato con la voce che sembra ciao di pupo suonato a 78 giri tenta di convincere a passare a postemobile un ragazzo che deve spedire un pacco in Angola. Guardo il soffitto e non ci vedo angeli, trovo però una scritta immaginaria e molto dolce, che mi accompagna tutto il tempo: “devo trovarci la bellezza, devo trovarci la bellezza”. La borsa è ribassata, dice uno affianco a me. Questa affermazione, buttata là, senza la pretesa di ottenere una risposta, apre comunque delle riflessioni. Come funziona la borsa, che devo fare, io qui, da solo, adesso, cerco di concentrarmi, prendo la bolletta da pagare, caccio i soldi, i soldi so’ contati. Non mi resta neanche uno spicciolo pe’ fa’ una fotocopia.

Che vomito i saluti meccanici.

Ho visto due persone proprio adesso, due esseri che in una delle vite precedenti avevo conosciuto. Ho salutato le persone. Stanno messe male, pare. Anche peggio di me. Ultimamente mi sfastidia vedere la gente che conosco, preferisco essere una mosca lurida che ruba i momenti, senza che le persone se ne accorgano. Preferisco non esistere, per gli altri. Preferisco esistere da solo. Seguire passo passo ciò che accade all’interno della mia testa. Sono stufo degli altri. D’altronde, se è vero che ognuno è il miglior medico di sé stesso, io dovrò pure curarmi, e stare attento a me.

Fuori.
Fuori all’improvviso c’è il sole, ma questa poderosa stella è oggi soppiantata dalle macchine inesorabili, e dalle imprecazioni di molte altre persone, a centinaia, che scorrendo come figure di plastica e dimenandosi paurosamente cercano di non annegare nel mare bollente delle strisce pedonali non abbastanza riverniciate, o nell’assetto lavico incandescente dell’ansia. Il fiume di lava. Il lento muoversi. Il lento muoversi della distruzione. Tutto è caotico e lento, e apparentemente privo di una ragionevolezza estetica, compresa l’insegna variopinta della ferramenta valentino striglioni sas. Compreso il pranzopronto da babbo gigio, a 6 euro primo secondo e contorno.

Ho sempre vissuto su un altro pianeta, ma adesso . . . adesso . . . non riesco a fermarmi quando faccio le cose, non riesco a fermarmi quando faccio le cose, ho incontrato una mia vecchia amica fuori dalle poste, una di quelle simpatiche che ti restano cucite addosso per sempre, è un po’ che non la vedevo, e mi sono vergognato per come stavo agitato, e anche per come stavo vestito. Vengo fuori dai mobiletti da cesso proprio adesso, le ho detto. Mi sono cambiato per andare a correre, le ho detto. Ero talmente distrutto che mi sono cambiato appositamente, le ho detto. Lei ha detto qualcosa ma non ho capito cosa ha detto. Ci siamo salutati ciao-ciao.

mmm . . . non andava mica bene, quel che avevo fatto, e che cosa avevo detto, e il come soprattutto, come le avevo dette, quelle cose. Allora ho telefonato ad un mio amico e gli ho raccontato di quest’amica salutata male, e della tipa dell’agenzia parastatale montepaganini riscossione crediti, affiliata assoindustriali.

“fattobbene che t’ha trattato così, la troia. Certo che resta comunque una troia, ma tu amico mio gli servi un assist praticamente perfetto, a presentarti lì con la tuta viola di durazzo, gli ti appoggi con la testa sul tronco dell’albero, pronto per essere segato a pari di collo. Senza nessuno sforzo povero me, stai bruciato”.

“e tu allora credi di fare proseliti quando persino il negoziante di articoli sportivi, dio non mi ricordo. Umiliazioni che ti aprono letteralmente in due, il tuo cranio sulle scale”, gli ho risposto io.

“Vespasià non ho capito un cazzo, mo c’ho da fà, ciao, ciao!”

. . . uuuhh . . . che dolore che dolore.
E’ quasi finita, è quasi finita . . .,
ho ripetuto.

Sono le 12,45 di uno splendido martedì mattina, a porto d’ascoli, la via delle poste.
Che bellezza può esserci, qui.
Col meccanismo commerciale che vortica e trotta a pieno regime, col sole che picchia sulla rotatoria della scuola media cappella, quel brecciolino blu, e tutte quelle automobili lungo la statale.

Cosa mai potrà esserci?

Cosa mai potrà trovarci un artista?

Eppure qualcosina c’è.

Resisti la vita ritorna, resisti Vespasià,
mi sono detto,
ma i pensieri ostici e surreali alla “Velluto Blu” di David Lynch si accavallavano:
io . . .   io . . .
sono già stato è già successo,
sono andato dall’osteopata, mi sa, la via delle poste, a p.d.a.
Tutto è confuso i ricordi s’incasellano male.
Ti vedo passà uno co ‘na bicicletta.
Mi sembra ‘na faccia conosciuta.
E’ Stefano Patauelli, il figlio del socio di dove lavoro, che da ragazzino ci avevo giocato a pallone insieme. Ala destra classica. Guizzante. Guardalo qua, è spelacchiato pure lui, e forse sta andando a riprendere i bambini dalla scuola. C’ha n’andatura ciancicante, in bicicletta, che sembra che sta a dribblà il terzino del corridonia, ah ah. Mi ricordo che era simpatico parecchio, Patauelli, grande energia e grandi esilaranti battute, dei tempi comici perfetti. Mi farebbe piacere salutarlo ma non si ferma. Ci scambiamo un “ciao stè, ciao vespasià”. Con molti rimpianti. Molto carico di grandissime scene del millennio scorso. Mi fa ridere solo a vederlo, e non si tratta di una risata di divertimento, ma di contentezza ancestrale atavica, merce per cui dici ha senso vivere, una cosa lontanissima dai soldi.

Devo dire che Patauelli, a prima botta, cioè, appena lo vedi, co’ ‘sta tuta scuscenejata da fare schifo, tutta sporca di vernice bianca, sembra l’unico essere al mondo vestito più feccia di me; invece a livello introspettivo/subliminale dà l’idea di uno che adesso fa cose molto diverse rispetto a 20, o anche 10 anni fa: e quelle di adesso sembra proprio siano cose divise in due gironi: o cose completamente inutili, o cose che la vita che hai vissuto fino a mo’ non conta un cazzo.

Patauelli m’ha fatto solo un bel sorriso, ma andava di corsa, come me, come tutti questi pazzi.

Eravamo molto amici, io e lui, ma oramai le cazzate hanno preso il sopravvento. L’esatto inflessibile minutaggio che divide l’uscire dal lavoro, dalle poste, e poi dal prendere il bambino a scuola. Il minutaggio crudele ci ha messo dentro una stanza tipo “cube” di Vincenzo Natali (Canada, 1998) , tutta di ferro, senza finestre, dove uno ad uno muoiono tutti, prima uno, poi n’altro, muore tutta la gente.

Immagino il racconto che Patauelli farà stasera a sua moglie, dopocena, dopo che i bambini saranno andati a letto: “ho visto Vespasiano d’Angelo non lo vedevo da forse quattr’anni . . . manco mi so fermato, c’avevo i minuti contati, siamo diventati proprio delle merde schifose, non valiamo più un cazzo, non siamo più nessuno, siamo zero” e toh voglio fa’ pure il romantico, me lo immagino co’ ‘na lacrimuccia che gli cala dagli occhi.

Immagino anche il racconto che farò stasera io, alla mia adorata moglie, coi miei due bambini spettacolari che mi si strusciano addosso, con i loro corpicini che cercano riparo (questa è gente che mi sta salvando la vita ragà): “sono finalmente contento amore mio, vedrai ce la caveremo, sto ritrovando il bandolo della matassa”, e stasera gli sorriderò, a mia moglie, e ai bambini gli dirò: “babbo tuo da scuola ci ritornava da solo, e secondo me anche voi ce la farete, prima o poi. Babbo vi aiuterà fino a che non ce la farete”.

Beh, basta così. Basta. Non c’è niente di speciale in questa storia.  Mi piaceva solo capire per quale straccio di motivo ci fracassiamo dietro allo storyboard di una vita che non ci appartiene, e che altri hanno disegnato per noi. Perché a volte, negli anfratti di porto d’ascoli o dentro gli uffici infestati dalle puttane, ci impauriamo e/o non ci ricordiamo chi siamo. Volevo solo conoscere il tempo dedicato alle cose che vogliamo veramente. Vorrei abbracciare questo tempo, salutarlo, accaparrarmelo, stringergli la mano, proteggerlo come quando con il pugno proteggi la fiamma di un cerino. Quanto tempo quotidianamente per conoscere i sogni e i desideri, e quanto invece per le cose asettiche definite imprescindibili, ma che ci distolgono da noi, da ciò che eravamo, e che forse continuiamo ad essere nel profondo, senza accorgercene. Te lo dico io quant’è, ‘sto tempo, so’ tre minuti, a fronte di 1.440 di cui è composta una giornata, compresa la merda di televisione, compresi il pranzo e la cena, e compresa la notte con tutti gli incubi dei pagamenti, e delle persone maleducate e porche da affrontare. Mi interessa capire ciò che ho combinato, 40 anni di mie azioni, mi interessa capitalizzarle, renderle concrete, e durature per i miei figli. Mi interessa capire quanto è stata intensa e distaccata la mia vita precedente, e quanto è intensa e folle questa nuova, e mi interessa vedere quello che succederà.
Questa è la vita, e a me piace.
Credo sia una bella sfida, una cosa che si capisce dopo morti, e noi non la capiremo mai, la capiranno i nostri figli.
Fine . . . >>

Chiuse le virgolette. Stop.
Ebbene ecco qua la paginetta di diario.
Cazzo Vespasià. Mi fai commuovere come è successo a Patauelli.

Comunque qua le avvisaglie di una guarigione forse si carpiscono. Tra le righe avverto una specie di mostruosità romantica che sta evolvendo per il meglio, la luce alla fine del tunnel, le turbe psichiche che stanno per finire sottocontrollo. Un mese dopo Vespasiano riceve la splendida notizia che una multinazionale dei mobiletti da cesso, da lui da tempo inseguita, lo ha assoldato per vendere in Europa. Girerà in pull-over e borsello-uomo in pelle, col treno, con l’aereo, con le macchine a noleggio. E’ l’interruttore finale decisivo, il click verso una vita spettacolare. Ciao alle fisse ciao alla noia ciao alla clinica di ascoli, ciao all’Italia, quell’italia bassa immobile vecchia e mafiosa, putrida fatiscente sporca, immobile pervertita disabile, immobile fannullona incompetente, quella poltiglia giallastra schifosa da cui ti sembra di non poter uscire. Ciao ciao agli amici psicofarmaci. Ciao alla mediocrità, ciao al mare.

Bene.

Due mesi dopo Vespasiano crepa in un incidente stradale pirotecnico, degno dei Monty Python, o di “Suicidi Accidentali per Menti Poco Evolute” (titolo originale “The Darwin Awards”, di Finn Taylor, USA 2006), in cui un 42enne di Roccafluvione (AP) al grido di “io sono il corsaro io sono il corsaro” gli va addosso come un giapponese sulle piattaforme di Pearl Harbor.

Stava tornando dall’areoporto di Fiumicino, Vespasiano, aveva fatto la Salaria, perché gli piaceva di più, specie a primavera, invece dei viadotti della A24.

Stava ascoltando i Pixies, Vespasiano.

Quando lo tirarono fuori dalle lamiere erano le cinque e mezza di un bellissimo pomeriggio di aprile, ed era la volta di “Where is My Mind”. Un pompiere che s’intendeva un po’ di musica dichiarò che “disincastrarlo sotto le note di quel pezzo era stato struggente, e ti faceva venire da piangere”. Artista fino alla morte, ‘sta merda. Ha dovuto morì pure co’ la canzone giusta.

I giornali dissero che l’autore della piratata devastatrice soffriva di depressione, ma che non aveva mai dato segno di poter perpetrare gesti inconsulti, meno che mai di questa portata. Ebbene sono le persone più pericolose. Quelle mute. Quelle che non danno mai segno. Teneva un registratorino in macchina che immortalò i suoi ultimi mostruosi monologhi. Al medico legale, quando ascoltò il nastro, vennero i brividi.

Non lasciò moglie e due figli, come Vespasiano, ma un barista sessantacinquenne inconsolabile (500 € in meno sull’incasso mensile la perdita lorda per quest’ultimo) e una mamma factotum grandissima cuoca che a quasi ottant’anni ancora teneva le redini di tutta la casa.

Depressione la chiamano . . .

Vespasiano però quando era depresso era buono, non era come questo maledetto coglione di provinciale, prosseneta irrisolto del bar, disabituato alla sofferenza e completamente impreparato sulle mille diverse evoluzioni della condizione umana. Stupido imbecille, non lo sai che prima o poi la vita ritorna?

Sei morto prima di capire che la discrezione è tutto, e che la depressione è amica tua, è fedele, è tenue, ed è una cosa che puoi facilmente controllare. Bagaglio insostituibile di una vita vissuta per intero. Hanno detto che soffrivi di depressione ma io non sono d’accordo. La depressione, se non bella, perlomeno è interessante. Produce le persone buone. Tu non sei depresso, tu sei la felicità dentro la scatola, sei come la dipingono in tv, sul tablet, al cellulare con i messaggini automatici di auguri. A questi livelli la felicità è pericolosa, crea desideri osceni, crea infelicità. Non è roba per te, lascia perde. Tu sei semplicemente uno che non ce l’ha fatta.

Sai cos’è? è che quando compri le emozioni al mercato delle vacche, o in farmacia, allora diventi cattivo. E quando questo accade povero te, e poveri tutti gli altri. Anche quelli a seimila chilometri, anche quelli che si succhiano tutto e che incroci per sbaglio con la macchina in un pomeriggio di aprile, quelle foglie tenui che sentiranno la tua disperazione, e urleranno al posto tuo.

Non è colpa tua, è colpa di quello che vedi nelle scatole, una ninfomane lorda, una grossa capra incappucciata che trasporta un cero oscuro, non pensi più niente è come una droga. Ti rincoglionisci a volte persino inconsapevolmente. Nemmeno sai che sta succedendo. Guardati, sei morto. Lo sei sempre stato. Ogni egoista è un cancro per se stesso e per l’umanità.

Vespasiano è vivo, invece. Ancora ama. Continua incredibilmente a farlo.

Forza!

Brevevita Letters
published on 26th December 2018
written on 2015




wow, you’ve found a matching situation!
“Fight Club” ending scene, a film by David Fincher (1999) based on the 1996 novel of Chuck Palahniuk. Song on air is “Where is my mind”, by Pixies, from the album “Surfer Rosa”, 1988