intervista a Vespasiano d’Angelo

F i c t i o n
INTERVISTA A VESPASIANO d’ANGELO
di Brevevita Letters

Dopo la sua morte centobuchi si immerse in un clima di profonda scontentezza. L’impatto fatale sulla via salaria aveva rosicchiato speranze collettive. Io stesso, già deluso dall’andamento di certi affari, venni travolto da una specie di ingorgo dell’ottimismo, ovvero i sogni continuavano ad esserci e li potevo anche toccare, ma transitavano lenti, quasi immobili, sfibrati come le folle sulla sopraelevata in attesa per i lavori dell’ANAS. Sogni esauriti litigavano fra loro creando una enorme baraonda di clacson e di sputi fuori dal finestrino.

Ma ti prego, amore, adesso alza la testa. Guarda più su.

Per questa grande mattinata il tg stradale marche-abruzzo propone una flotta di Aermacchi scoreggianti le nuove verità tricolori da ammirare nell’alto dei cieli celesti, oltre il guard rail e oltre il bilico verde dei supermercati tigre, oltre le radio digitali coreane che diffondono la voce di albano, ed oltre le trippe dell’ingegnere dell’ANAS: “QUEL CHE E’ GIUSTO E’ SBAGLIATO”, “CIO’ CHE E’ SFIGATO UCCIDE”, “L’AMBIGUO LA VINCE”, sempre direi, vaffanculo muoviti sfigato del cazzo, guarda i politici, guarda le grandi mostruose imprese di carta, guardale si muovono solo al telefono, e solo dall’altra parte del mare, dalmazia, tirana, durazzo, non le puoi mica toccare, non puoi mica entrarci in un negozio a parlare con un normale commesso, più passa il tempo e più devi essere niente, hanno deciso, ma porcaccia madò vergognatevi fate schifo per ricoprire ‘sta buca tre ore, la fregna di mammeta. Guardati sei immerso nel magma. Non ti vedi. E’ arrivato è affascinante è il lento muoversi. E’ lui. Il lento muoversi dello scomparire. Alle enormi facce dei politici sui cartelloni 6×3 sopra la tonic (segate a pari di fronte per non far vedere la cocciapelata), o ritratti con sullo sfondo i campi coltivati a cavolo verza, tipici delle sterminate vallate picene, fanno da contraltare gli splendidi manifesti abusivi del circo sulle colonne di cemento armato, sotto il ponte di p.d.a. I manifesti del circo sono incredibilmente numerosi, e ti rendi conto che questi manifesti sono qui sotto la sopraelevata da mesi forse da anni, tanto che ti chiedi se il circo abbia deciso di trapiantarsi in pianta stabile a san benedetto. Caspita pensi, ma se stanno qui da 15 anni, questi del circo, allora per forza hanno clienti fissi, gente che ci va tutte le sere, al circo, perché alla fine non siamo in molti, in questo agglomerato smaccatamente urbano che è più l’asfalto e la saputezza della gente che la compassione umana vera e propria: in tutto, tra centobuchi, s.b.t., martinsicuro e p.d.a. saremo un settanta-ottanta mila, e dunque non è possibile che ci sia un ricambio di clientela così importante da permettere a una carovana circense di sopravvivere ed anzi prosperare fino a decidere di mettere addirittura le radici in una singola città, la città ultima e definitiva, quella votata come perdutamente florida, insostituibilmente grassa e bisognosa di sedazioni di gruppo e ipnosi piatte, affamata di un divertimento farmaceutico, fisso, prescritto tutte le sere a dosi funamboliche. A meno che, appunto, nella città, non vivano i malati, gli interrotti, i neurotici depressi maniacali, che fanno e rifanno all’infinito le stesse identiche cose, tutte le sere, e allora ti immagini tutti ‘sti concittadini, a decine e decine, con anche dentro centinaia di insospettabili professionisti, e giuristi, e architetti, e ispettori dell’ente parastatale, e così via, te li immagini tutte le maledette sere al circo, da anni e anni. Ah ah ah.

E’ incredibile ma ‘sti manifesti del circo sono dappertutto, più dei politici, o meglio quasi a parimerito, quasi si contengono il primato del martellamento stradale: ed ecco un enorme elefante contro una guanciotta vasta e satolla di aspirante politico, più in là un coccodrillo contro un sorriso 6×3 di ascendente assessore, e poi ancora un domatore in abito meringa foderato di perline luccicanti se la deve vedere con la fastidiosa belva del manifesto a fianco, il callidus rudis (rude incravattato), mani in tasca e giacca come va di moda adesso, cioè tenuta appesa su due dita, pendente di dietro tipo fagotto (forse per dare l’idea della mole di lavoro che si accolla quest’uomo e soprattutto dell’impegno che spende nella sua missione); alle spalle del callidus rudis (rude incravattato) e smisuratamente in alto, regna un sole stilizzato che si tuffa nell’avventuroso orizzonte dell’alba, e del terreno agricolo pronto ad accogliere le sementi del solanum lycopersicum (li pommador) e delle cucurbite (li cucocce).

Scintillante ed esiziale come quella favolosa pubblicità della playstation di inizio 2000, in cui una moltitudine di corpi si arrampicava su per una specie di palo, formando un clamoroso grattacielo di carne, allo stesso modo qui, sopra e sotto il ponte di Tronto, all’imbocco dell’Ascoli-Mare, in questa striscia di confine tra la contrada Isola, l’ipercoop e martinsicuro, le immagini e i colori si susseguono e si intersecano, si accoppiano selvaggiamente come sesso anale in un film di ciprì & maresco, fanno l’amore fino a confondersi e a restituire all’occhio del viaggiatore un’unica malloppa, caleidoscopica e smisurata, ricca di contenuti post-Twin Peaks: qui dove la violenza non è più sangue, qui dove il male non è più tenebra.

Certo, si fa per fare un po’ di commedia, ma io, nello scenario sgranato e convulso degli anni ’10, continuo a sognare, specialmente la notte, perché di giorno ti ricoprono di qualsiasi liquame di repertorio e troie putrefatte dal vivo, e dunque la notte è l’unico momento adatto a me, a studiarmi, e a coltivare le fantasie. Vi dirò che di solito mi sogno le cose solo in un secondo momento, parecchio dopo averle vissute, perché esse mi devono prima invadere il subconscio. Ad esempio, non sognerò mai un barman palestrato col papillon e a petto nudo, e nemmeno un casellante dell’autostrada. Per sognare una cosa, quella cosa deve ferirmi, o devo amarla sfrenatamente, e se per caso ho sognato qualche volto apparentemente insignificante, vuol dire che sotto quel volto dovrò bene indagare. Scansare la nebbia del quotidiano, incunearsi tra le apparenze banali.

Manco a dirlo, specie mo che s’è morto, v.d.a. è uno di quelli che mi sogno spesso. L’altra sera ad esempio l’ho sognato, e anche se da qualche parte ho letto che i sogni (anche quelli che ci sembrano più lunghi) durano pochissimi secondi (e per la maggior parte sono concentrati nei momenti immediatamente precedenti il risveglio), questo sogno mi è parso durasse delle ore, forse addirittura per tutta la notte.

Dunque ascoltate bene, perché qui va scomodata la categoria sogni assurdi: v.d.a. stava ospite a una trasmissione televisiva, di quelle tipo intervista faccia a faccia, ma non era né fazio né marzullo, e inoltre c’erano altri ospiti in sala, difatti somigliava più a un costanzo show del periodo novanta, ma quel che forse era più assurdo (e all’inizio anche divertente), è che il presentatore ero io, e che mi ero proprio fissato con il fare le domande a v.d.a., e gli altri ospiti erano presenze quasi gassose, e vacue, e non li pensavo nemmeno di striscio. Con v.d.a. intendevo andare a fondo su ogni argomento, introspettivo e non. Io presentatore mi ero messo in testa di spolparlo, a v.d.a., forse per via del fatto che il vederlo di giorno mi mancava parecchio, e allora mo che ce l’avevo davanti cercavo di sfruttare l’occasione. Nello studio tv c’era un maestro che somigliava a demo morselli, il quale effettuava dei divertenti stacchetti musicali, disimpegnati ma con gusto, un po’ stile madness.

Tra uno stacchetto musicale e l’altro ponevo le domande a v.d.a., avevo un disegno preciso, lavorarlo ai fianchi, partire con cose che potevano perfino sembrare banali, ma che alla fine, mettendo insieme i vari tasselli, sarebbero forse state sufficienti a pizzicare le sue difese, e a farlo sbottonare sull’idea di futuro dell’umanità, caso mai ce ne fosse stata una. Gli davo anche del lei a v.d.a., per la prima volta in vita mia. Eccoci con le domande dunque, ed i lettori tengano presente che, trattandosi di un sogno, il lessico è talvolta surreale e grottesco:

intervistatore:
“d’Angelo, lei ha sempre sostenuto che l’arte va presa una pillola alla volta: una pillola di arte e una di piscio, come sosteneva lei stesso nella sua terza lettera all’amico suo di Amsterdam”

v.d.a.:
“vede, caro lei, scusi le parolacce ed in generale le sgrammaticature, ma se non vai un po’ in giro per il mondo a ficcarti in testa per esempio che l’udito è un senso decisamente sopravvalutato, vale a dire che la maggior parte delle cose che ascolti sono delle tremende cazzate, poi caro mio rischi di perderti. E d’altronde badi bene che . . . .”

int.:
“mi scusi si decida, mi dà del lei o del tu?”

v.d.a.
“faccio come mi esce ”

int.
“va bene la spigliatezza eccetera, ma non starà esagerando con le confidenze?”

v.d.a.
“faccio come mi pare non mi interrompa . . . stavo dicendo . . . quando dico in giro per il mondo non intendo il viaggiare, ma intendo molto più un discount, un autobus, un cortile di condominio . . . vede queste sono proiezioni molto più veritiere di quei concetti che noi chiamiamo amore amicizia e odio, cioè quelle cose che creano le storie e i retrogusti dolceamaro, e che danno sapore alla nostra esistenza”.

int.
“e con questo? non mi ha mica risposto”

v.d.a.
“una volta mi pare monicelli disse che la commedia all’italiana era morta quando i registi smisero di prendere l’autobus. Ora, questa è una frase di alcuni anni fa, ed è probabile che nel frattempo lo scorrere delle arti e delle esistenze abbia rivelato al mondo nuove forme di estetica e di comunicazione, eppure, questa frase continua a essere pregna di un dannatissimo significato, e di uno squisito fascino pop. Fondamentale come un pamphlet di competenze sceniche e un cumulo di ragguardevole ispirazione. Vedi, una cosa è conoscere il mestiere, e un’altra cosa è il tuo sangue. Un conto è conoscere i tasti da premere dietro e davanti la macchina da presa, e un altro conto sei tu, nel profondo, il dover essere. Per mangiare, scopare e guadagnare dei soldi è sufficiente vivere e sgomitare, ma per fare un film bello devi ‘essere’. Devi fare un mestiere difficile, devi fare il padre, devi ‘essere’.”

int.
“e con questo? non mi ha mica risposto..”

v.d.a.
“lei viva in un girotondo accademico e lontano dalle masse, un castello isolato ed abitato financo da bravissimi artisti, e poi provi a dirmi che cosa veramente si crea lì dentro: un gigantesco movimento ellittico fine a sé stesso, un piacersi letale, un grande e sberluccicante nulla. E’ per quello che dico, dunque, un sorso d’arte e uno di piscio. L’arte si deve mescolare con i liquami quotidiani delle persone, deve lavarli, e restituirceli bellezza. Altrimenti siamo di fronte al superfluo. Un mero esercizio di stile. Sterile come un preservativo. Confermo. La può accendere. Ora le ho risposto.”

int.
“più volte, nelle lettere ai suoi discepoli, lei ha usato la dicitura <<creare mostri>>, oppure <<corpi in cui viene inserita cultura con la siringa da 1oo emmeelle>> . . . ecco . . . vogliamo finalmente far chiarezza su questo punto? ci vuole esattamente spiegare a cosa allude?”

v.d.a.
“Elementare. E’ un concetto speculare ed opposto rispetto al precedente. Al disidratato gli puoi solo bagnare le labbra, lo puoi mica far attaccare alla borraccia, ma cristo non lo hai visto il buono il brutto e il cattivo quando Clint Eastwood stava morendo nel deserto? In egual misura, lei prenda un inconsapevole idiota di adesso e gli dia da bere interi litri di cultura e di informazione non convenzionale, così, di punto in bianco. Ebbene lei creerà pericoli, oppure nulla di interessante, bene che le vada lei avrà creato un <<mostro>>, appunto. E’ per questo che dico: vanno idratati, gli idioti di adesso, piano piano, non è mica uno scherzo, è un lavoro rischioso. Bisogna porre rimedio a decenni di buonismo e morte televisiva. Bisogna ripartire dalle fondamenta. Non vorrei sembrarle troppo disfattista ma bisogna riprendere dall’a b c, dall’analisi grammaticale, dalle cose semplici e rispettabili, da Sandra Mondaini, cose così. Ecco. Le ho risposto di nuovo.”

int.
“un’altra allusione frequente, che lei fa nelle lettere ai suoi discepoli, è questo fantomatico “mettere la cravatta a lu puorc”, ci vuol spiegare esattamente che significa?

v.d.a.
“Beh, lo dice la parola stessa: sai com’è, una Regimental al collo di un maiale ci stona. E’ un proverbio popolare pieno di cinismo e stratosferica ironia, che tratta con saggezza di talune distrofie antiestetiche presenti nell’Universo. Vuol dire che a volte l’idratazione di cui sopra è fatica sprecata.”

int.
“come sappiamo, la morte l’ha colto nel suo momento di massima gloria, ecco, si sfoghi davanti alle telecamere”

v.d.a.
“dopo aver visto migliaia di film ed essermi immaginato migliaia di possibili scene finali sapevo bene che c’erano elevate possibilità che io andassi a morire in maniera ridicola. Il fatto di essere rimasto al mondo per 40 anni circa ha permesso che io minimamente preparassi questo momento come si deve: solo musica buona, solo cose che mi interessano parecchio, solo strade statali, specie a primavera. Ci ho pensato e ripensato, e credo che in fondo tutti gli uomini, quando muoiono e quando godono, rischiano di mostrare la loro parte più debole e ridicola. Ecco! Io ho lavorato esattamente in questa direzione. Ho cercato semplicemente di nasconderla, ‘sta parte, di renderla il più possibile riservata, misurata, volevo costruire una morte nordeuropea, onesta, da persona seria.”

int.
“mi scusi ma lei mi parla come se fosse morto in una napoleonica battaglia, invece a quanto pare lei mi è morto in una maniera ridicola parecchio, in quanto un 42enne di roccafluvione le si è suicidato addosso.”

v.d.a.
“sì ma stavo ascoltando i pixies, << where is my mind >>, non so se mi spiego. Chiunque vorrebbe morire con quel pezzo nelle orecchie, calandosi giù per direttissima nella scena finale di fight club, con i filtri fotografici sparati sul granata modalità contrasto 100 X, che quasi i volti ti sembrano bagnati dalla brina del congelatore, guardando i grattacieli da un’enorme vetrata e tenendosi per mano con una tipa assurda come Helena Bonham Carter. Me la immaginavo così, la discesa all’altro mondo. Sì, proprio così. Ci ho messo del mio, ci ho lavorato. Morire bene significa vivere bene, perché morire non è altro che una parte della vita. Il resto non dipende da me, mi spiace. Se tu la tua vita la trascorri facendoti le seghe, o affondando sul divano, allora morirai così, ignavo.”

int.
“qual è la sua idea di futuro ?”

v.d.a.
“preferisco non rispondere a questa domanda, poiché la risposta sarebbe una parolaccia. E badi bene non una parolaccia verso il futuro, bensì verso di lei”

int.
“visto che lei è morto, cosa farebbe se ritornasse al mondo?”

v.d.a.
“in primo luogo calcoli sempre l’imprecazione di cui sopra + un insulto campestre rivolto a sua sorella, ma chi ve le scrive ‘ste domande del cavolo . . . in secondo luogo, farei qualcosa che potrebbe portare sollievo ad altri. Vede, in genere occuparsi di sé stessi è noioso: le autocommiserazioni, e tutto il mondo dell’autoreferenziale in genere, sono roba da principianti. Il fatto è che in questo scenario stravagante di ladri e di vitalizi depennati per marketing, in questo piscio totale che quando abbandoni i tuoi pensieri e fai ingresso nella scena sociale ti sembra di entrare in una stalla con il direttore delle poste tipo mucca che ti scalcia pure, le dirò, se ci fosse un magnate indonesiano che investe 15 miliardi di euro non sull’Inter, ma sulla Rivoluzione dell’Uomo rispetto al denaro e al consumismo beh, io ci entrerei a scapicollo, in questa fantastica avventura.”

int.
“ora due domande a bruciapelo: lei è per la pratica o per la teoria ?”

v.d.a.
(proprio un idiota questo) “la teoria è una cosa molto interessante, soprattutto dopo che ci hai sbattuto il muso di brutto nonostante che tua madre, il tuo migliore amico e la puzzona della tua professoressa di scienze ti avessero avvertito più volte urlandoti e prendendoti per il bavero. Capito com’è? Prima di aver effettuato errori bellissimi e rozze incespicature, la teoria è un carrozzone sterile che proprio non interessa, né me, e né il più incredibilmente intelligente degli esseri umani.”

int.
“vede il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto ?”

v.d.a.
“mezzo pieno,
. . . la prego passi in fretta alla prossima domanda, prima che mi venga fuori l’insulto che sto ruminando da tempo dentro lo stomaco”

int.
“ah ah ah, sempre pungente”

v.d.a.
“sempre”

int.
“ecco, durante la sua vita, nonostan….”

v.d.a.
“è che non sopporto le persone come lei, che fanno le interviste, ah ah ah. Le trovo vuote e insignificanti”

int.
“ah ah ah, gradasso spocchioso maledetto, stavo dicendo . . . durante la sua vita, nonostante la sua tossicodipendenza, il suo vivere costantemente ai margini, e la sua turba mentale scoppiatale in età adulta, lei è stato spesso accusato di essere un tuttologo . . ”

v.d.a.
“non ho capito perché la parola tuttologo dovrebbe cozzare con le altre cose da lei appena citate. In ogni caso, chi non lo è, un tuttologo? E’ molto noioso occuparsi di un solo settore per tutta la durata dell’esistenza, non trova? ma se l’immagina che povertà ? una sola fonte di cibo a cui attingere per decenni e decenni, ma che palle . . . come i grandi intellettuali monotematici (quelli con un solo nemico), o i redattori delle testate specializzate (quelli con un solo argomento), tutto il tempo a spulciare tra gli archivi dei propri padreterni . . . vivono la vita degli altri, bah, è abbastanza umiliante. Oppure come certi calciatori che dopo un anno te li ritrovi già a rinavigare in veste di allenatori, o in veste di commentatori, o in veste di secondi allenatori, con quelle espressioni fintamente arcigne ed impegnate, contano meno del quattro a tressette, poveretti! Insomma vivete ragazzi miei, svegliatevi, non abbiate paura, reinventatevi, c’è sempre altro da fare, nella vita. Un peccato sciuparla tutta dietro a un unico carrozzone.”

int.
“mi scusi ma lei si è sempre occupato di mobiletti da cesso e ora ci viene a fare la ramanzina come se noi fossimo dei comuni mortali e lei invece il personaggio più interessante del globo? ”

v.d.a.
“mi scusi ma prima mi accusa di essere un tuttologo, io sopporto la provocazione persino confermandole scherzosamente la cosa, e poi mi viene a dire che altro non sono che uno squallido operaio? e allora Lo dica che vuol farmi incazzare, mi scusi. Eppoi la ramanzina io non l’ho fatta a nessuno, maledetto complessato del cazzo.”

int.
“in effetti, messa così . . . perdoni ha ragione, mi sono espresso male, sono troppo contraddittorio per fare le interviste, me ne rendo conto, il fatto è che volevo dire un’altra cosa, ovvero . . . insomma . . . passiamo ad altro”

v.d.a.
“ma no mi dica, cosa voleva dire? non voglio passare per l’orco prevaricatore che terrorizza i deboli e gli incapaci, la prego . . . non facciamo che mi mette il muso, adesso, se no va a finire che mi tocca anche farmi le domande da solo, mi è già capitato, la prego, insisto, mi dica . . ”

int.
(brutto recchione tossico arrogante, proprio una maledetta testa di cazzo, mo ci penso io per te) “ecco volevo solo dire che lei, seppur da sempre le abbiano affibbiato questo ruolo di tuttologo, ruolo che lei stesso si arroga, il suo storico non sembrerebbe discostarsi più di tanto dalla classica ‘vita unilaterale ‘usa e getta’, a parte il prima dei trenta, vabè, quello un po’ tutti. . .”

v.d.a.
“dove vuole arrivare , che cosa sarebbe questa vita unilaterale usa e getta ?”

int.
“il buttalallà, eddaje, il vivi tu che vivo anch’io, lasciamoci vivere alla stracazzola, non prendiamo iniziative mi raccomando . . . mi segue ? Le aperture internazionali e le vastità psicosomatiche che dice di avere, e che in molti le hanno conferito nel corso degli anni, le vengono unicamente dalla frequentazione del bar. Se io la conoscessi ora, se non ci fossero state certe magiche serate trascorse a distruggere videocassette obsolete contro i muri della sua stanza, quel che mi sembrerebbe di vedere è un cervello con le ali trucidate dal campari e prosecco. Insomma, visto da fuori, per chi non la conosce, ecco, sembra che lei abbia passato la solita vita, non così diversa. Insomma, proprio quello che si dice un provinciale.”

v.d.a.
“mi piace. Il discorso si fa duro. Ti risponderò dunque in maniera molto provinciale. Ho fatto molto sesso, ho usato molte droghe, e attorno ai venticinque/ventott’anni ho sperimentato parecchio, ho giocato a guardie e ladri con la polizia nei vicoli di pescara, ho giocato al boss e alla matricola sui treni, al telefono, nelle volkswagen golf modello Serpico GL, quelle ocra col doppiomento nero, guidate da spacciatori dell’ex-Jugoslavia. Dopodiché ho lavorato un sacco di tempo nella fabbrica, è vero, ed ho giocato veramente poco al calcio, sicuramente non quanto lei e tutto il resto degli italiani <<rincorinco>> . . . ho avuto dei bambini . . . ho avuto una vita piena . . . bella . . . niente male . . . sai, quando raggiungi un sufficiente grado di consapevolezza, ogni cosa che fai diventa speciale. Qualsiasi evento è il benvenuto. Lo sgradevole diventa gradevole, il brutto diventa bello e io amo l’inquietudine e l’angoscia . . . tocchi la disperazione di chi fa la fila alle poste . . . a volte addirittura la trasformi . . . e soprattutto . . . il fatto che tu ti possa occupare di un caso di omicidio (a livelli professionali dico), e poi di cinema, e poi di prodotti per capelli, è la cosa più bella che possa accadere a un essere umano. Semplicemente. Vedi più cose. Capisci come funziona. Ottimizzi il compito. D’altronde, che cosa ci staremmo a fare qua, se non per conoscere la vita?”

int.
“vabè. Chiaro. Cambiamo argomento. Lei cosa direbbe al fuoriclasse De Comajcan, che siccome sa tutto di vini e di agricoltura biodinamica allora crede che tutti gli altri siano dei rusticoni bizzarri, e meritevoli solo di essere sottomessi da un’ondata di fascino austero e inappellabile, che dovrebbe ricordare un conte ungherese ma che onestamente si fa fatica a intravedere, ‘sto fascino . . . scusi la parolaccia, ma stavolta la devo proprio usare, che cazzo, in fondo stiamo parlando di un barista . . . mestiere assolutamente dignitoso e rispettabile, ma che di certo non ti permette di tirartela a quel modo” v.d.a”non conosco di persona questo De Comajcan, ma ho sentito spesso parlare di lui, da più parti, e penso di aver afferrato il senso della tua domanda. Gli direi sei uno di quelli minuscoli che affibbia una enorme importanza alla propria esistenza, un solipsista che amplifica le proprie competenze. Non è colpa tua.” int.”invece. Che cosa direbbe a una donna che tradisce?”  v.d.a.”non mi lasciare amore mio, le altre non sono donne, sono solo stampelle che uso per tenermi dritto in piedi, per arrampicarmi di fronte alle opinioni basse che ho di me, per cancellare le erezioni che mi perseguitano durante la giornata: sulla scrivania, fisso il venerdì mattina che è tranquillo, in macchina mentre accompagno l’altra collega all’aeroporto, o nel cesso del caffè di Piazza Peretti, davanti alla Stazione, con il capo. Sono sempre io. Mi sgolo, mi sbottono, uso le donne, ho un capo donna, perdonami, perdonami, perdonami, devo far soffrire me stesso e le persone, uso le altre donne per raggiungerti, per raggiungere la dignità, per avvistare le tue chiome nel lago fatato e poi sulla torre, per capire che cosa realmente ho io. Perdonami amore sono un seriale non sembra ma ho bisogno di aiuto.” int.”in pratica lei dà per scontato che una donna possa tradirla solo per vendetta o per frustrazione, non che si possa innamorare di un altro, o che possa vivaddio ritenersi insoddisfatta della vita che conduce con lei. . .” v.d.a.”sì esatto ha ragione. Questa parte di me è da smussare. Il ritenersi un figo totale è la cosa meno interessante che si possa fare”

int.
“ci dica. L’aneddoto più divertente della sua vita”

v.d.a.
“boh, mo su due piedi . . . che ti dico . . . eravamo in 4, stavamo a casa di un amico, eravamo tre maschi e una femmina. Tutta gente affidabile per dio, con competenze diverse. Avevamo fatto cena e come al solito avevamo mangiato troppo, e come al solito avevamo alzato il gomito. A un tratto uno di noi si alzò, il più coglione dei quattro, di cui non farò il nome, e l’unica femmina presente gli fece notare che s’era macchiato il serafino con una patacca di sugo veramente cafona. Allora ‘sto tipo si recò in fondo al soggiorno, dove albergava il vecchio fucile a tracolla del bisnonno del padrone di casa. Dopocena dovevamo andare a un concerto, che più che concerto qui chiameremo intrattenimento musicale in un baretto. Il tipo indossò il fucile a tracolla come fosse uno zaino, e con la cinta del fucile ci si coprì la macchia di sugo. Tornò dagli altri e disse: <<vengo al concerto col fucile, così non mi si vede la macchia di sugo.>> ‘Sto imbecille nemmeno si rese conto di aver detto una cosa effettivamente divertente, e subito passò ad altro, tipo accendere sigarette, gironzolare per il soggiorno senza via di salvezza, girare sui canali del ricevitore satellitare eccetera. Quanto agli altri, due di essi continuarono tranquillamente nelle loro operazioni di espletamento del niente; l’ultimo dei quattro, però, rise, e rise parecchio, così tanto che restò in fissa con la cinta del fucile, e non smise di ridere per parecchi minuti, da solo, ogni tanto lo sentivi che riprendeva a ridere, in macchina, e poi saltuariamente per tutta la durata del concerto. Ero io quello che rideva, e credo proprio che in poche altre circostanze io abbia riso così tanto”

int.
“bene. Adesso passiamo a quello più romantico”

v.d.a.
“ci eravamo lasciati da anni. Era stata una storia rocambolesca e sfasciata, tra le più entusiasmanti che cristo ricordi, piena di campari soda e cocktail martini, una storia che vide la più grande spasura di ormoni mai concimata sulla Vallata del Tronto, e difatti la girammo in lungo e in largo, la Vallata del Tronto, a bordo di un bolide 4×4 nocciola metallizzato, di proprietà del padre di lei. Bona, ricca, spumeggiante, incredibilmente divertente, avevo fatto 13. Vissi quelle poche settimane cavalcando a 140 orari nei centri cittadini di Colli del Tronto, Offida, Centobuchi, Controguerra, spargendo semi e poesie, finzioni luccicanti da sceneggiatura tv, caricature di amori bellissimi e maschilisti. Godemmo di attimi di celebrità per tutto il territorio Marche-Abruzzo. Scopammo nei parcheggi irreprensibili di viale de gasperi, di pomeriggio, mentre le signore asfittiche dei condomìni facevano la spesa; scopammo sulla ringhera dell’Albula, sul Lungotronto in mezzo alle erbe più strane, e poi fuori dal Pronto Soccorso dell’ospedale di s.b.t., mentre aspettavamo un compagno di sbronze che era andato a farsi medicare una caviglia. Scopammo nei cessi dei locali, così, perché proprio non riuscivamo a trattenerci. Ormoni giganteschi ci attorniavano come fantastiche bolle di sapone. Entravamo nei locali e BAM! Irradiavamo sesso. Fiati di erotismo si depositavano tra i tavoli e sul bancone. Quel ciarpame di clientela inchiodata lì da ore ci piantava gli occhi addosso. Di solito io mi mettevo a fare l’idiota con la barista, mentre lei intratteneva 2 corrieri s.d.a. + un elettrauto al bancone. Andava così. Lei era sciolta e maschia. Era una viziata del cazzo, ma conosceva maledettamente la vita. Non aveva paura di niente. Non aveva paura delle persone. Non aveva paura del male che possono fare le persone. Se la godeva. Sfoggiava un talento naturale nel mettere in atto le piccole insignificanti azioni quotidiane. Le sapeva trasformare in un fantastico film. Aveva una gran classe. Smise di ascoltarmi quasi subito. Mi salutò al telefono, una notte. Ricordo che restai disorientato per mesi, e lei divenne un mito. Col tempo l’amore non mi è sceso. Romantico non è quando ti amano, romantico è quando ami tu. La rividi molti anni dopo nel bar più putrido della Grande Vallata di cui sopra, io strafidanzato, lei con mezzasega al seguito. Entrò all’improvviso. Come un’apparizione di cristo la madonna. Cazzo, io ebbi ‘na botta tremenda, che comunque riuscii a contenere, lei mi fissò a bocca aperta tutto il tempo. Lei e il mezzasega si bevvero un drink e si sedettero nell’unico posto ancora a disposizione, una specie di panca proprio a fianco a me. Le nostre vite si sfiorarono, di nuovo, dopo anni . . . anzi, forse non eravamo stati mai così vicini . . . col dito medio la sfioravo e le dicevo guarda che fine sci fatt, col dito indice la sfioravo e le dicevo guarda che io sarei ancora disposto a lasciare tutto per te, e a sparire clamorosamente dalla vita che mi sono ritagliato. Le sue dita mi sfioravano anch’esse, e mi dicevano apertamente sei tu, in un certo senso ti amo, io ti ho sempre amato, a modo mio, sei il migliore che ho avuto, sei tutto quello che ho sempre desiderato in un uomo. Non se ne fece niente. La serata si diresse al termine, e andò ad affogare tra i soliti cubalibre fatti malissimo, sgassati e dolciastri. Ecco qua. E’ la disperazione che compone l’amore romantico, quello invertito e pieno di sudore bianco dei tossici, quello impossibile che dura per sempre.”

int.
“qual è la cosa che le è piaciuta di più della vita umana?”

v.d.a.
“dunque. Dobbiamo sempre ricordarci che ovunque nel mondo esiste tanta bellezza, e che esiste sempre qualcuno in grado di fabbricarla, nei luoghi più inaspettati, con gli attrezzi più rudimentali, perfino in uno scantinato di cemento nella baraccopoli numero tre. Noi, come comuni mortali, dobbiamo semplicemente essere bravi a individuare che cosa, dove, e soprattutto chi. Queste persone e questa bellezza non ci lasciano mai, ci accompagnano sempre, indubbiamente presenti negli olfatti dei cani e nelle polveri incrostate dei guard-rail, dappertutto negli occhi di chi ama sinceramente, qualcuno l’ha scritta e l’ha cantata, questa bellezza, qualcuno ha disegnato qualcosa, anche se il qualcuno e il qualcosa non fanno parte del quotidiano di ognuno di noi. Dobbiamo sempre ricordarci che questa bellezza esiste, è assolutamente dedicata a noi, e scorre imperterrita, come un instancabile rivolo di salvezza nella roccia inquietante. La bellezza di uno è la bellezza di tutti, buoni e cattivi. E’ proprietà delle coppie che si amano teneramente, è proprietà dei politici, dei sindaci auffa, della gente che si accoppia in diretta sui marciapiedi di san benedetto. E allora folla. E allora folla inesorabile, infinito, arriverà sempre qualcuno, e questo qualcuno è per tutti. Noi rivolo d’acqua nella roccia tremenda. Una meraviglia di forma canzone, una forma di dio, un’immagine. Quando accade quel momento, quando lo senti che arriva, quella è l’arte, e allora ti sembra che tutta la sapienza del mondo ti venga a far visita.”

int.
“facci un esempio. Sei morto da poche settimane. Quando guardi la Terra, che cosa vedi tu oggi da lassù?”

v.d.a.
“vedo i complicated e gli sky of birds, vedo vincenzo fasano, vedo viaggio al termine della notte, la francia, e una barca di gente. A una certa età non serve la quantità, basta implementare.”

int.
“i politici?”

v.d.a.
“i politici cosa?”

int.
“i politici. cosa pensi”

v.d.a.
“nulla, i politici non hanno nulla, i politici sono solo una grande azienda che spreme, vanno di moda, tutto qua. Finirà, come è sempre finita.”

int.
“dio esiste ?”

v.d.a.
“no, ma come una volta mi disse un famoso regista (uno di quelli che purtroppo ha smesso di prendere l’autobus) esiste un posticino a sinalunga che fa la cinta senese stracotta, quella sì, è un’esperienza mistica”

int.
“suggerimenti da dare al pubblico?”

v.d.a.
“volevo dire una cosa sui garage, i garage delle persone, e sulle tremende mondezze in essi depositate. Volevo dire è inutile che perdi tempo ad accumulare cose, perché le cose dureranno più di te, tu muori ed esse restano, ed è un fatto veramente da idioti, perché poi arriveranno altri (tua nipote, tua moglie) che dovranno pensare a buttare le tue cose (e magari a scoprire il grado avanzato della tua follia). Buttale tu, per una volta, le tue cose. Guardale morire, è una gran soddisfazione. Buttale finché sei in tempo, ti sembrerà di aver portato a termine qualcosa. Come disse chuck palahniuk in quel famoso scritto, le cose che possiedi sono pericolose, le cose ti seppelliscono fratello”

 int.
“cosa pensi dell’expo di milano?”

v.d.a.
“Non so cosa sia”

int.
“e dell’italia ? ”

v.d.a.
“l’italia cosa ?”

int.
“cosa pensi . . ”

v.d.a.
“uguale. Non so cosa sia.
Anzi, cambio risposta: credo non esista più.
Anzi, mi voglio correggere di nuovo: l’Italia non è un argomento meritevole della mia attenzione, al momento”

int.
“cosa pensi di facebook”

v.d.a.
“credo sia quell’aggeggio del capitano kirk, no? quello che apri nel palmo della mano e vedi le facce dei tuoi colleghi sull’astronave, no? non è questo? era ora che l’inventasse qualcuno, ‘sto coso, dopo tanto ciarlare”

int.
“anche se dici che dio non esiste, avrai un’idea dell’infinità dell’universo in generale”

v.d.a.
“no, non ce l’ho. Da bambino mi faceva soffrire ‘sta cosa. Poi la mia mente si è allargata ed è stata pervasa da un mare di cazzate tali da sotterrare quel disagio (sotterrare, bada bene, mica eliminare!). Da bambino pensavo che dopo morti si potesse sapere qualcosa in più sull’esistenza, su dio, sull’Universo eccetera, pensavo che qualcuno ci potesse rivelare finalmente il grande e illuminante segreto, una magica info che avrebbe spiegato, se non tutto, molte cose. Invece no. Sbagliato. Dopo morti si riabbraccia quel disagio, ma lo si ama anche un po’, lo si guarda con tenerezza . . . siamo stati noi sulla Terra, chi più chi meno, abbiamo fatto il meglio che potevamo . . . e di certo anche adesso si continua a sapere praticamente nulla. Devi semplicemente abituarti alla tua insufficienza. Alla tua porca natura di navigatore della profondità incompleta. Il fatto è che noi non ci riusciamo a concepire tutto. L’Universo è inconcepibile. Troppo grande e vasto per degli scarafaggi arancioni, che sgomitano, che vili s’ingozzano a spese dei propri fratelli, e che quando li schiacci esce un liquido colore vaniglia.”

int.
“cosa pensi del denaro?”

v.d.a.
“penso che ha distrutto l’uomo, e lo dico anche per vendetta, perché non sono mai stato capace di farlo, il denaro.”

int.
“le vicende degli uomini riescono ancora a conquistarla ?”

v.d.a.
“beh, ti dirò . . . stando al censimento 2011, nel comune di Cairano (AV) vivono 19 stranieri: 13 provenienti dal marocco, 2 dall’ucraina e 4 dalla romania. Le ritengo cose incredibilmente interessanti. Sai com’è, è che anche da morto non smetto di evolvere, lo sento chiaramente. Anche i capelli continuano a crescere dopo che sei morto, come dissero i fratelli coen in quel famoso film (“L’UOMO CHE NON C’ERA”, 2001), ma nel contempo c’è un rovescio della medaglia molto amaro: dovete sapere che io vi osservo tutti, e mi avete stancato, siete forse belli da vedere, ma solo da lontano. Vi conosco, non ne posso più di guardarvi rotolare nella pappa come sanguisughe rivestite a festa. Fate bei sorrisi e tanti bei pompini, e succhiate, succhiate così tanto da schifarvi, e così tanto che vi dissanguate tra di voi. Siete ciechi. Vedi, caro intervistatore, ora come ora non ce la farei a vivere in mezzo agli altri, e quando dico altri tu non fai eccezione (Vespasiano si rivolgeva adesso a me, nel sogno), togliti di dosso quelle certezze, anche tu, col microfono, guardati lì, avido e opportunista non meno di tutti quelli che contesti, con la tua vitarella appesa a una cencia di molletta per mutande, e con il tuo filo di egoismo, fastidioso, che si insinua, nonostante i tuoi sforzi per celarlo . . . sei patetico . . . cristo è così provinciale il tuo comportamento . . . volevo dirti in confidenza che anche se lo hai nascosto si stravede, quel filo di egoismo, brulica, sotto le tue frasi vergognosamente politiche, intrise di un buonismo imbarazzante. Vuoi ancora restar lì ad accontentare tutti, coglione! quando comincerai a comportarti da uomo . . . ”

Eccetera gli insulti. Vorrei andare avanti e continuare a seguire questo film, ma è ora di svegliarsi. Grossa delusione v.d.a., mi ha denigrato in tv pesantemente, e proprio mentre mi svegliavo (momento sempre critico). Un rumore da fuori la finestra mi fa dubitare di ‘essere’, di esserci ancora. Quella cosa di cocci la subisco io, mi ripeto assurdamente ad alta voce e in dormiveglia. La subisco? cocci chi? cocci carlo? cocci gerardo? che cavolo dico? esco dalla paranoia del rem.

Peppe? abbiamo detto? cocci bernardo?

Poi mi sono svegliato, e come al solito il letto era in soggiorno, i tubi erano rotti, tutto viaggiava capovolto, e scomodo, e inquietante, come in certi episodi di Martin Mistère. Il soggiorno cazzo il soggiorno era diventato un angusto pertugio dove ti dovevi ritagliare dei sentieri. L’inquilino di sopra sgrollava sigarette sul mio balcone, l’altro inquilino faceva sgorgare acqua dalle scolature fronte ovest. C’erano delle bollette da pagare e nella mia casa funzionava niente. Vespasiano il mio unico amico mi aveva anche tradito, seppure in sogno. Qualcosa significherà . . .

Significa che niente è vero nella vita.

Non so nemmeno se ho capito, non so più quale persona e quale sogno, però, mi sono detto, proprio mentre accendevo il gas per scaldarmi la colazione, beh, niente di meglio . . . non potrebbe succedermi di meglio . . . damien jurado . . . “great today” . . . un grande oggi, questa è di certo la cosa più bella e straordinaria che poteva succedere,   devi crescere, devi sempre crescere, devi contenere tutto, ingolla gli eventi come i sogni, come sacchi dietro le spalle, zaini pesanti e dignitosi dietro il tuo corpo, spara dentro, non guardare le persone, non guardarle, You could be so much better . . . eccetera.

Pensa a quel fantomatico tg . . .

Le cose belle.

Pensa ed impara, la fotosintesi clorofilliana, gabriele d’annunzio, la dalmazia.

Tu non sei la mente, amico mio, non prenderti questa responsabilità, tu sei più normale della mente. Tu sei bravo, non distruggerti, la tua mente è un’altra cosa, è un’arma, devi solo usarla, non spalmarti su di lei, non lasciarla comandare, scopatela, e poi lasciala andare. Ce la farai, tu mi sei sempre piaciuto, tu sei uno che se la caverà. Te l’hanno già detto una quindicina d’anni fa, eccetera, sei tu sono io. Siamo noi. Siamo tanti. Alcune volte ci amiamo. Sto per iniziare un lungo viaggio. Sento una locomotiva che sta partendo.

Brevevita Letters
published on 27th December 2018
written on 2015




wow, you’ve found a matching song!
“All’Italia” by Invers, from the album “Dal Peggiore dei Tuoi Figli”, 2012