I mostri dello Stroud Green Market

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I MOSTRI DELLO STROUD GREEN MARKET
di Brevevita Letters

Avevo iniziato Canopy da un giorno. Ancora ero stordito per l’enorme stress dovuto all’esordio della nuova company in una nazione che non conoscevo, in un mercato che non conoscevo, con degli attrezzi di lavoro per me nuovi, che non conoscevo: il gazebo, le application per i parcheggi, e il portapacchi di amazon sul tetto della Opel Corsa, reggerà? e queste fascette sadomaso di amazon, reggeranno? come cazzo si montano?

Il frigorifero mi serve? non mi serve? intanto lo compriamo, vai, altri 170 £ e passa la paura.

Avevo un magazzino ad Alexandra Palace che era grosso la metà di un garage, tipo otto metri quadri, a un paio di km da dove abitavo all’epoca. Per le distanze di Londra, questa cosa significava che il garage stava praticamente sottocasa, ok , e per le prime 8 settimane il prezzo d’affitto era ancora qualcosa di umano, ok, dopodiché il prezzo raddoppiava, a secco, dalla mezzanotte successiva, come da contratto.

Gli ultimi giorni prima del raddoppio divennero un incubo. Il contratto si sarebbe rinnovato automaticamente, se non sloggiavo.

Trovai un altro magazzino a Manor House, ma anche in questo caso il termine “magazzino” è senz’altro fuori luogo: stavolta si trattava di una stalla, con aroma di mucca e pecora, che avevo ottenuta in subaffitto da un subaffittuario (valvassore), che aveva ottenuto anche lui mezzo spazio da un subaffittuario “senor” (detto vassallo), diretto discendente del Tenant ufficiale (l’affittuario vero e proprio, che qui chiameremo feudatario). E non azzardiamoci a parlare del landlord, ossia il padrone delle mura, quello non va neanche nominato, perché quello era Dio.

Mi assegnarono un angolo di quel merdoso spazio, di cui non vi potete rendere conto la puzza, e tenevo tutto stipato in 4 metri quadri, vino, tavoli, insegna, posters, sedili posteriori della macchina, e 2 box di plastica con gli attrezzi per montare la vetrina nel market. Mamma mia.

Per un malinteso dovuto alla scarsa comprensione della lingua inglese, dovetti sloggiare dal magazzino n. 1 in tutta fretta il 30 di agosto (invece io pensavo il 31) per non iniziare un nuovo contratto a prezzo doppio il giorno dopo, visto che oltretutto già avevo firmato l’accordo per l’altro spazio puzzolente.

Quindi andai via dal magazzino n. 1 con 75 cartoni di vino dentro e sopra la Opel Corsa, a 10 all’ora, pregando Dio che non piovesse (qui questa è un’esigente richiesta) perché metà dei cartoni stavano sul tetto della macchina, e se si fracicavano i cartoni era la fine, perché sarebbe franato tutto il vino sull’asfalto; e pregando anche ai semafori di non andare addosso a nessuno per la scarsa visibilità, in quanto l’uso degli specchietti retrovisori mi era negato dalla presenza di troppa merce nella macchina.

Furono cose estreme, fu come un viaggio disperato all’interno di uno di quei sogni ricorrenti dove il pedale del freno non funziona. Non vedevo un cazzo. Ero talmente stretto nel vino che non riuscivo a mettere le marce. Era tutto pieno di cartoni di vino e non vedevo gli specchietti retrovisori. L’unico specchietto che riuscivo a vedere (quello centrale) rifletteva anch’esso cartoni di vino. Il mio sedile era talmente appiccicato al parabrezza che di certo dovevo sembrare un mostro grottesco, dal di fuori; uno che è stato appena cacciato di casa.

Ecco, la situazione era questa.

E’ così qui. Le cose succedono veloce, e devi sbrigarti a toglierti dal cazzo.

Però, d’altro canto, le cose succedono talmente veloce che talvolta si rimettono a posto da sole: Martyn, un fruttivendolo che sapeva della mia idea di importare e vendere vino, mi diede il n di telefono di un certo Edmund: chiamalo, mi disse.

Chiamai questo Edmund. La domenica dopo avrebbe inaugurato un mercato a 300 mt dalla stazione di Finsbury Park, lo Stroud Green Market appunto, tutte le domeniche che Cristo avrebbe mandato sulla Terra, da settembre 2017 in poi. Sì o no veloce, al telefono, 2 secondi di riflessione concessi. Accettai.

Non sapevo veramente 100% cosa stesse succedendo. Non avevo sottocontrollo niente. Dovevo solo vivere e pedalare, perché le e giornate del mondo se ne fregano di tutti questi approfondimenti.

E allora arrivò ‘sta prima domenica dello Stroud Green Market. Pioviccicava un po’, e quando caricai tutto il vino, la mattina alle 5 e mezza a Manor House, era così grigio e puzzolente che mi veniva da piangere.

Una volta arrivato nello spiazzo adibito allo Stroud Green Market, vidi Edmund per la prima volta. Un ragazzo decisamente gradevole, tipicamente inglese, con un perfetto accento inglese che a sentirlo parlare lo faceva sembrare molto più grande dei suoi 30 anni.

Edmund mi aiutò a montare il pesante e poco maneggevole gazebo riservato a me. Aveva modi eleganti, un po’ all’antica. Mi piaceva. Era un perfetto direttore per il mercato: paziente e acculturato, ma energico.

A quel punto dissi a me stesso: “mo’ faccio un display da paura”. Vabbè. La prima ora il mercato sonnecchiò, si palesarono solamente un commesso di Sainsbury + una guardia giurata peruviana , ed entrambi mi dissero: “sarà anche buono ‘sto vino, ma costa troppo”. Dopodiché cazzo, fu una vendemmia. Letteralmente un’esplosione di vendite, clienti curiosi e benestanti, il meglio del meglio. Fu venduto un sacco di vino. Fu una giornata esaltante.

Ricordo ancora il nome della birra che mi feci al termine di quella incredibile giornata: Lagunitas, e il nome mi faceva pensare al Venezuela. Fu una delle più grandi birre della mia vita. Silvia era lì con me. E la notte lei mi diceva dai, dai che lu piu è fatt* . E io le rispondevo di no, no assolutamente amore mio. Sapevo che la strada era lunghissima, e in salita, e non sapevo proprio dove mi avrebbe portato.

Brevevita Letters

* : “lu piu è fatt” = il grosso del lavoro è fatto.




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“A National Car Crash”, by 90 Day Men, from the album “To Everybody”, 2002