el Morbo

F i c t i o n
el Morbo
di Brevevita Letters

E L   M O R B O

Morbidelli era una mezzala. In serie C aveva giocato da terzino, ma negli inferi della promozione e dell’Eccellenza, dove da tempo era decaduto, era stato sempre impiegato come uomosquadra, ovvero leader dello spogliatoio e centrocampista fulcro del gioco. Come il grande Junior, che nel Brasile faceva il terzino sinistro, però poi nel Pescara e nel Torino decisamente il regista. mbè minimo!

Corporatura normale, volto normale, altezza IKEA mod. “play-maker standard” (uno e settantacinque secondo il sistema di misurazione europeo), esente da tatuaggi ed orecchini, segni particolari niente, giusto un neo rosa sporgente da porcellino sulla punta del mento. Morbidelli era un tipo tranquillo. Si spalmava sulle fattezze delle persone. Se usciva con gli alcolizzati si alcolizzava, se giocava a carte coi malati predatori di cavalli era capace che trascinava tutti a raspare su e giù per i pavimenti della SNAI, e se si ritrovava in macchina con tre puttanieri, diventava un maiale che si rotola nella melma più incancellabile e oscura.

Se c’era una cosa che Morbidelli non amava fare era uscire con le persone normali. Il cinema, le uscite a quattro con le fidanzate al seguito, ‘ste cose qua gli rivoltavano lo stomaco.

Era avido di storie umane, e di tratti caratterizzanti. Mostrava un irrefrenabile interesse riguardo il terreno errare e peregrinare, e riguardo le diversità della vita. Ti catalogava dopo pochi secondi di udienza e, se ti rispondeva in spagnolo (rivolgendosi con la coda dell’occhio al suo fedele compagno di reparto, un certo Diaz), voleva dire che ti aveva già scartato.

Delle persone si succhiava tutto, una vera e propria spugna assetata di sangue, come David Bowie, che una volta ha dichiarato che in pochissimi minuti di conversazione era capace di papparsi l’accento di uno del midwest, e volendo avrebbe potuto attaccare a parlare ‘uguale identico’.

Lo spalmarsi e propagarsi del “MORBO” (così lo chiamavano i suoi compagni, con evidenti riferimenti farmaceutici) sulle personalità altrui era funzionale all’ottenerne il controllo. Era un leader nato, e quando ti ritrovavi nella stanza con lui, entro pochi secondi tutto il tuo contenuto doveva albergare candido nel palmo della sua mano. Tutta la raccolta di informazioni era atta a prevedere le tue mosse. Un controspionaggio preventivo, liscio ed automatico come acqua che esce dal rubinetto, ma che spingeva la sua urgenza di potere una tacca oltre, ed ancora più in là, fino a contarti l’ultimo insignificante pelo sul culo. Faceva tutto velocemente e poi se ne andava, per non tornare mai più. Somiglierà anche a una forma di egoismo, o di sfacciataggine, ma cristo mi fulmini se questa non si chiama fame di vivere, e anche desiderio ardente di sapienza.

Quando era incazzato, oppure stanco, usciva fuori lui, lui veramente, a parte il succhiare gli altri. La parlata sua ancestrale atavica. Padre di giulianova e mamma spagnola. Ciò che questa commistione produceva a livello dialettale era qualcosa al di fuori delle attuali conoscenze foniche.

Una volta, dopo una cena ad alto tasso alcolico, alle 11 e mezza di sera, con la macchina piena di calciatori allupati, El Morbo andò a citofonare a un suo amico giuliese che vendeva le cozze, per farsi riddare l’opuscolo ‘corriere incontri’, ché gliel’aveva prestato la settimana prima.

Il suo amico si rigirò dall’altra parte del letto e lo mandò affanculo.

Nel silenzio della notte, con rabbia, El Morbo esternò allora il suo disappunto sputacchiando al citofono: <<combà combà cogno mujer>>; africa e venezuela messe insieme, non lo so che è, fatto sta che questa frase rimbombò negli spogliatoi per tre quattr’anni, tramutandosi in una inconfutabile chiosa a cappello di qualsiasi discorso.

Di queste diciture intercontinentali Morbidelli ne tirava fuori a piccole dosi semestrali, e proprio perché rare, diventavano subito dei cult. Doveva proprio incazzarsi tanto, o essere stremato, altrimenti la parte spagnola non gli usciva. Le imprecazioni che rivolgeva al preparatore atletico erano infernali, ad esempio, e addolcivano la fatica delle ripetute sui quattrocento, che da che mondo è mondo sono le più massacranti.

E a proposito.

Se c’era un’altra cosa che non gli piaceva fare, a Morbidelli, oltre all’uscire con le persone normali, era allenarsi. Come tipo d’atleta non era un bell’esempio per le giovani generazioni. Fiacco, atteggiamento da mediomen, svogliato. Escogitava trucchetti e allacciamenti di scarpe per saltare una serie di progressioni su tre.

La domenica però si trasformava.

Quando era l’ora della partita indossava una strana calotta, con su scritto capitan america, e guidava tutti i suoi compagni verso la vittoria, e/o verso l’acquisizione di una mentalità vincente. A quel punto diventava grandioso. Era semplicemente accompagnato da dio. Sapeva esattamente dove posizionare il suo corpo (in quale millimetrico punto del campo) e che cosa fare per tutti i 90 minuti: correre, strattonare, dribblare, andare ad accorciare per aiutare l’attaccante troppo solo, retrocedere spazzare suonare la carica: un uomosquadra appunto. Ma la sua vera specialità era il rapporto con l’attrezzo, la palla. Stoppare la palla, danzare sulla palla, veleggiare palla al piede seguendo le folate di vento, rifacendosi ai saggi lumi tracciati da Cino Ricci, indimenticato skipper di Azzurra. Che altro c’è da dire . . . che come ogni grande centrocampista, Morbidelli aveva un paio di occhi piazzati sul culo, ovvero sapeva cosa succedeva alle sue spalle, quanti uomini c’erano, chi, e che colore di maglie. Credo fosse la palla ad avvisarlo, di ‘ste cose (sì, perché lui con la palla ci parlava). La palla era come una donna, lui ci parlava, ci parlava . . . e siccome alla fine le donne gliela davano sempre di prima (cioè quasi sempre al primo appuntamento), lui ripagava in campo la cortesia: era un autentico genio nel darla di prima. La dava immediatamente. Neanche il tempo di abbassarsi i calzoni, quei poveri avversari.

Vedeva figure geometriche dove altri no, solo canaloni di fogna.

Nella sua fisiognomica il piede è definito come una struttura concava che si spalma sulla sfera, diventandone essa stessa una parte, e dando vita pertanto ad un corpo uniforme (esattamente come accadeva con le persone). Basta sfiorarla, a volte, una palla, per aggiustare una traiettoria volgare. Per razionalizzare un rinvio sbilenco del difensore scarparo. Basta uno sguardo, a volte, per conquistare la gente. Una flebile schicchera e voilà, questa donna ce l’hai in pugno per sempre.

Ti resta attaccata.

E a proposito di donne, El Morbo, esattamente come una malattia, si infilava nelle vite altrui distruggendole, sdoppiandole, rendendole poltiglia per topi. Di ragazze e di storielle ne cambiava molte, ma aveva una fidanzata storica a cui voleva molto bene. Lei era della Toscana nord-occidentale, Santa Croce sull’Arno, provincia di Pisa. L’aveva conosciuta quando lui giocava in serie C, nel Cuoiopelli. Insieme formavano una bella coppia, ma si lasciavano e riprendevano in continuazione. Era stressante, soprattutto per lei. Allora lei scendeva giù una o due volte al mese, per dei finesettimana brevi, sabato a mezzogiorno su domenica pomeriggio tardi, qualcosa di simile ai 36 ore delle caserme militari. Le visite erano sempre festose all’inizio e drammatiche alla fine. Partivano con del sesso spettacolare e famelico, in ascensore, ancor prima di entrare in casa, e sboccavano presto in geremiadi malsane. Allo scoccare della 36esima ora, El Morbo, non vedeva l’ora di sgrossarsela di dosso.

Non c’era verso.

Lei veniva usata per andare ai matrimoni, per le cene sociali con dirigenti e compagni di squadra, per essere mandata a farsi fare i preventivi all’agenzia di viaggi, con sei mesi di anticipo, da brava ragazza assennata, a scandagliare le varie ‘situescions’ in vista delle ferie di giugno. Lei era la vita normale, lei era quella adatta per il cinema, per una coppa gelato in quattro il sabato sera, a parlare di offerte immobiliari a Lanzarote, o in seconda fila sul lungomare di Alba Adriatica. El Morbo non era fatto per questo tipo di colloqui. Gli venivano le escoriazioni sulla lingua e l’ipertricosi, a pensarsi in una dimensione da ragionevole padre di famiglia.

A me, Morbidelli, siccome gli facevo le entrate in scivolata in allenamento, mi chiamava puerco, oppure cabron. Mi nascondeva la palla di quel tanto, per non farmici mai arrivare, mi faceva venire troppo il nervoso. mmm . . .

. . . hmmmmmmm . . .

. . . Questa abitudine tutta ispanica di tessere, e di portarti alla follia lentamente . . .

E’ sempre una questione di pochi centimetri, El Morbo continuava a ripetermelo. In campo come in autostrada. In discoteca come su un volo interno delle linee aeree capoverdiane. In amore, al lavoro, in guerra. Il tempo trascorso sulla Terra non è altro che un gigantesco alleggerirsi a spese degli altri. Un nascondere il proprio volto più vero, e insieme ad esso le cose preziose, e le cose da mangiare, e il nostro tesoro più intimo. In fondo, stiamo solo prendendo la vita per le corna. Stiamo semplicemente cercando di farcela.

Mi chiedevo quando sarebbe finita questa simpatica moda di dissacrare il mondo intero con tutte le sue creature sopra. Mi chiedevo cosa avrebbe fatto El Morbo se non ci fosse stato il pallone. Non mi veniva in mente niente se non un figlioditroia di agente ‘colpisci e sparisci’, una vendita abbagliante ‘seduci’, un ‘vodafone abbandona’, una multinazionale lussemburghese ‘uccidi’.

Cose così.

Lo conobbi che lui aveva già 31 anni. Ci parlai la prima volta durante una festa a casa sua, che lui stesso indisse dopo una settimana di preparazione, il primo anno che era in squadra con noi. Fu una grande manovra di arruffianamento con la quale intendeva acquistare amore. Fece tipo due porchette, ‘na cosa sfacciata.

Io e El Morbo entrammo in sintonia su molti argomenti: il mangiare, il bere, l’aggiungere sangue alla noia della vita. La nostra conversazione composta da sillabe di gorilla marche-abruzzo fu più volte interrotta da interventi iperprotettivi del padre di Giulianova e della mamma di vicino Alicante . . . cussù cussù entonze vamos . . . Lo trattavano come il cocchetto di casa. Innocente e pieno di talento. Lo spumeggiante fidanzato un po’ birichino ma insomma, quello che basta. Il bebè che si appresta a sposarsi, eheheh che vuoi fare, ma certo, poverino.

Ebbene, come molti genitori, si sbagliavano. Loro figlio era una caraffa di vino alla spina buttata giù a gargarella. Nessun domani era pianificato, mai.

Le nostre fidanzate, alle cene sociali, dicevano che Morbidelli era un bel ragazzo, è così solare e positivo, dicevano, guardalo ride sempre, è sempre contento. Sembra sempre che sta andando a uno spettacolino festoso, diceva la fidanzata di Diaz.

C’era qualcosa di evanescente e inafferrabile in lui. Qualcosa di squisitamente leggero. Si trattava di una scia edificante. Era il suo fascino.

E quando effettuava i lanci lunghi, i difensori avversari saltavano per prenderla di testa, ma la palla li oltrepassava sistematicamente, di pochissimo, max 3-4 cm sopra le loro figure. Più i difensori saltavano in alto, e più la palla sembrava librarsi, fare un gradino sopra, restare in aria un attimo in più, come una beffa.

E quando dribblava a centrocampo, accerchiato dai cani con la bava alla bocca, le ringhiate avversarie parevano seppellirlo sotto la polvere, salvo poi scoprire che ‘sti pastori tedeschi, anche loro, arrivavano max a 3-4 cm dal pallone, a farfalle, come i difensori che saltavano di testa.

Mi sono sempre chiesto ‘sta cosa dei 3-4 cm. Come mai. Che cosa significava. Nascondeva un senso profondo? Una favola soprannaturale? Perché sempre ‘sti 3-4 cm. Da dove venivano. Perché. Perché solo lui. Non lo so come faceva. Era magico.

Probabilmente erano quei quattro centimetri in più che fanno di un uomo un modo di essere. Di un tocco di palla una poesia. E del Morbo un irripetibile talento.

Brevevita Letters
published on 8th March 2019
written on 2015




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“Clandestino” by Manu Chao, from the self-titled album of 1998