“CUORI DI ALLUMINIO” capitolo 8 – I NUMERI DEL BARFLY

CUORI DI ALLUMINIO – capitolo 8
I NUMERI DEL BARFLY
Vezna e i quattro bad boys di questa minchia entrarono dentro. Il Barfly era pieno, però si respirava, e c’era pure un buon odore. Prima di appiccicarsi a qualche bancone i giovani fecero un giro. Soliti panorami che si potevano ammirare ovunque nel mondo, nella seconda metà degli anni ’90: impasticcati con magliette attillatissime arancioni e tessuti nervosi straziati da qualche nuova sensazionale droga; gruppi di persone totalmente assoggettate alle radiazioni della lampada abbronzante; qualche cultore del pettorale a tutti i costi. Belle donne poche. Erano tutte troppo sfasciate e mascoline. Oppure troppo alternative e disilluse. L’unica veramente bona stava a lavorare al banco, e vendeva le piadine.

Pezza e Lu Furnar si diressero proprio in quella direzione, divorati da una belva che si chiama fame chimica. Lei lavorava lì, e tra piadine bollenti e rotoli di mortadella lei luccicava. Era così bella da rendere soave uno srotolamento di salsiccia sul pane. Un barattolo di ketchup, nelle sue mani, assumeva le sembianze di una pregiata confettura da spalmare sui formaggi.

Arrivarono le piadine dei due fuoriditesta: Lu Furnar si sbavò immediatamente la mozzarella sulla camicia. Pezza scosse la testa e disse: “ma cazzo, non ti sei portato il bavaglino?”

“è colpa di ‘sta troia, me l’ha fatta troppo fusa, la piadina”

“è la mozzarella a essere fusa, non la piadina in sé, stupido ignorante”

Non era una novità che i due stronzi tossicomani si sfidassero a colpi di maleparole: Lu Furnar vedeva ovunque cose che gli stavano sul cazzo, invece Pezza era il classico soggetto che pensava di meritarsi compagnie più altolocate. Ah, stronzate.

“Tra cinque minuti avrà inizio il concerto” annunciò improvvisamente una voce al microfono.

Spaccasassi e Vito Riga si guardarono. Erano seduti su due sgabelli al bancone del bar. Stavano da dio. Viaggiavano da paura. Potevano guardare tutta la gente era il top. Bevevano birra bionda doppiomalto 04. Potevano fare gli sguardi cattivi a quelli che passavano. Ma soprattutto potevano guardare quella lì delle piadine, che era una cosa notevole cazzo, era bellissima, e Riga avrebbe voluto dirle delle cose.

Vezna invece, più scafata, puntava a fottersi qualcuno della band. Sapeva già i punti deboli di qualche musicista, la mamma, la sorella, le saghe familiari, queste cose qua, i tasti da pigiare. Il fatto è che – mentre gli altri bevevano come pivelli – lei s’era già data da fare nel dopo-soundcheck, effettuando incursioni fatte di sorrisi malefici e scollature. Questo genere di presentazione scostumata le aveva fatto guadagnare un sei-sette minuti di udienza presso un tastierista. Vezna era molto maschia in queste cose. Adesso per esempio se ne stava appollaiata a fianco al mixer, su di una ringhiera a fianco ai camerini, tipo avvoltoio, e sarebbe rimasta lì ad attendere il momento in cui proseguire la sua opera di rosicchiamento delle attenzioni.

Intanto Pezza aveva raggiunto gli altri al bar. Aveva lo sguardo impaurito e decisamente perso nel vuoto:

“avete sentito che hanno detto al microfono? sia chiaro io voglio vedere il concerto da là davanti”, disse.

“Lascia stare, amico mio, io sono un esperto, quando dicono che mancano 5 minuti vuol dire che manca mezzora perlomeno” , gli rispose Vito Riga.

“sì, ma Daniele Silvestri è iraniano?”

“cosa? C’era dell’acido in mezzo all’eroina?”

“gli iraniani sono sempre in ritardo di mezzora”

“Pezza, amico mio, ma che significa?”

“io sono malato, io devo guarire, io devo vedere il concerto di Silvestri”

“lo sappiamo, lo sappiamo tutti, guarirai, ma adesso calmati. E poi il concerto lo si vede anche da qui. Magari per sbieco ma lo si vede, niente panico, dai retta a me, stiamo calmi, non facciamo i mongoloidi”

Trentotto secondi dopo, il buio totale calò improvvisamente sul Barfly, e dal palco arrivò una nota distorta, seguita da tre magiche parole:

“F O R S E   S O N O   M O R T O”

Riga scattò in piedi nel buio totale, abbandonando gli altri al bar, ed abbandonando anche tutti i propositi di autocontrollo manifestati qualche istante prima. Si tuffò a tutta forza tra la folla. Altro che calma e le altre minchiate.

Riuscì ad inserirsi in un punto da cui si vedeva Daniele Silvestri, ma non il resto della band. Da lì ascoltò il brano apripista dell’album: “SEGUIMI” con le mani in tasca ed il piedino destro che scandiva il ritmo sulla pista. Sentiva caldo dentro al petto. Sentiva che sarebbe successo qualcosa di fantastico. I suoi pensieri più luccicanti gli si spargevano per tutto il corpo fino alle estremità delle dita dei piedi, e poi di nuovo ritornavano prepotenti tutti in su, verso il sistema nervoso centrale, come un autotreno di regali di natale.

Gli venne in mente Giovanna, la sua ragazza infermiera, si rese conto all’improvviso che gli mancava un po’. Questa cosa non gli capitava da settimane. Ma era vero pure che ogni volta che rivolgeva lo sguardo verso la ragazza dei panini, Giovanna letteralmente evaporava. Mentre pensava tutte queste cose accavallate si accorse che si stava dirigendo verso il cesso. Da lì si sentiva ancora bene la voce del Silvestri, il quale stava cominciando a familiarizzare con il pubblico, le prime battute spiritose, le prime gags.

In quel preciso istante Riga chiuse gli occhi ed immediatamente partì di testa. Fantasticò delle stupidaggini assolute: immaginò che il Silvestri, pescandolo a caso tra la folla, l’avrebbe invitato a salire sul palco per cantare in duetto “PRIMA DI ESSERE UN UOMO”, che tra le luminose tracce dell’ultimo cd era il non plus ultra. Riga immaginò di esplodere in un gagliardo assolo vocale, favorito anche dall’incedere implacabile di quello splendido pezzo. Riga immaginò gli applausi, Daniele Silvestri a venti centimetri da lui, e le facce dei suoi amici deformate da risate sguaiatissime. Immaginò queste scene. Gli sembrò di vederle per davvero.

Quando riaprì gli occhi si accorse invece che a venti centimetri da lui c’era un rotolo di carta igienica, non Silvestri, il quale aveva guarda caso attaccato con un pezzo tratto dal suo primo album:

“I D I O   T A”

Come dire, un brusco ritorno alla realtà.

Uscito dal cesso, Riga si appoggiò alla prima colonna che gli capitò di fronte. Da lì ascoltò altri due pezzi ripetendo parola per parola strofa e ritornello. Era una serata favolosa, ma Riga non riusciva ancora ad assaporarla appieno. Non si dava pace. Aveva troppe teste davanti, troppe cristo!

Lu Furnar e Spaccasassi avevano trovato un buco sulle ringhiere poco oltre la pista, ma a Riga non piaceva neanche quello, così andò a cercarsene uno migliore per suo conto, convinto di scovarne uno talmente vicino al palco da fare schifo. Riga si guardava intorno spazientito. S’intrufolò sfacciatamente dappertutto finché si ritrovò in una specie di privée, sbracato su un divano affianco a un buttafuori. A questo punto gli sguardi severi della sicurezza gli stavano già addosso. Alla prima mossa sbagliata sarebbe stato buttato fuori a volo d’angelo, come quel gol di Bettega in un Foggia-Juventus-2-6 di venti anni prima. Comunque lui faceva il vago, fingeva di essere a suo agio, diceva “buonasera” e sorrideva a persone che non aveva mai visto in vita sua. Cercava di cavarsela ostentando naturalezza e buon umore. A un tratto spuntò Vezna, che addirittura salutò il buttafuori con un sorrisino da bastarda. Cristo, era già di casa la maledetta. Raggiunse Riga e gli disse: “che cazzo ci fai tu qui?” (forse temeva che potesse rovinarle la piazza), poi si mise immediatamente a ciarlare di tremila argomenti con altre puttane che erano lì.

Da quei divani Vito Riga ascoltò “VIA COL VENTO” e “HOLD ME” con un sorriso da ebete stampato sul volto. Stava godendo. Silvestri era a 3 metri da lui, e lo poteva ammirare comodamente, dal divano.

Dopo la struggente “Strade di Francia” e dopo la geniale canzone sulla cacca, Riga sovvenne. Ebbe l’ispirazione. Eccoci. Aveva in mano un bicchiere, e lo posò sul tavolino di vetro davanti a sé. Accese una sigaretta. Si alzò, scese le scalette, si fece strada tra la folla.

Si diresse verso il banco delle piadine. Era semi-sgombro. Lo splendido esemplare di ragazza non aveva clienti da servire, e svettava appoggiata a un frigorifero. Riga arrivò da lei, come John Wayne arriva in fronte a una qualsiasi sciacquetta di Abilene (Texas, Stati Uniti Sud-Orientali). Riga le disse “senti una cosa”, e come esordio non fu per niente eccezionale. Ma non era il cosa era il come, e il come Riga lo stava azzeccando di brutto. Una sicurezza cosmica.

Brevevita Letters




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“The Headmaster Ritual” by Smiths, from the album “Meat is Murder”, released in 1985