“CUORI DI ALLUMINIO” capitolo 8, scena 4

CUORI DI ALLUMINIO – capitolo 8 
I NUMERI DEL BARFLY, scena 4
Fu alle 4 e mezza di mattina circa, all’altezza di Civitanova Marche, che Riga rinvenne dallo stato di euforia della serata tutt’a un tratto. Elena e le altre belle cose appena accadute sembrarono dissolversi un tantino. Cominciò a delinearsi nella sua mente il giorno dopo, quello che sarebbe stato un sabato terribile: innanzitutto avrebbe dovuto interagire per quattro ore con la pressa, parlarle, sorriderle, vomitarle addosso saliva e succhi gastrici, farla nera di zampate fino a bozzare il ferro delle sue scarpe antinfortunistiche, cose così. Poi, nel pomeriggio, i veri guai. Riga aveva voglia di piangere. Alle due avrebbe dovuto rispettare un impegno indeclinabile con un suo parente, uno talmente educato e sprovveduto che gli faceva pena, uno di quelli a cui, forse proprio per questo, Riga non ce la faceva a dire NO. Non sapeva ancora di cosa si trattasse esattamente, ma Riga temeva un pomeriggio denso di schifezze. Poi gli venne in mente Vetriolo, quello zingaro maledetto. Riga aveva un appuntamento con lui, alle nove di sera, davanti alla sala-giochi di Centobuchi. Era una situazione particolare: da una parte Riga se la faceva sotto, dall’altra s’infiammava. Vetriolo era un viscido individuo, imprevedibile e pericoloso, un tipaccio da affrontare a mente lucida, e a Riga gli si era presentata l’occasione per scacciarlo definitivamente dalla vita sua, e da quella dei suoi amici soprattutto.

Riga si chiese in quale modo potesse esser riuscito a mettere da parte tutti quei macigni di pensieri per ore ed ore. Tipo che li aveva accantonati, momentaneamente rimossi, e aveva pure funzionato.

Non seppe trovare una risposta. A quell’ora aveva in mente solo un letto, e delle coperte speciali che lo proteggessero da tutto.

Comunque la radio sputava fuori una vecchia canzone di Gianni Bella – “Non Si Può Morire Dentro” – e Riga pensava “chissà se è vero, chissà chi gliele avrà garantite, certe cose, a Gianni Bella”

Adesso tutti tacevano e questa fu una buona cosa perché in testa Riga c’aveva un ingorgo: tra le altre cose subentrò anche la faccia di Giovanna, la sua ragazza infermiera. Quello con Elena era stato un approccio preoccupante: Riga era decollato, gli era sembrato di volare, e sognava di volare ancora. Pensava a una cena, a una bottiglia di vino buono, ai denti dritti e perfetti di questa donna, ai suoi capelli lunghi, non troppo lisci, e al sesso. Riga pensava alle cose da dirle ancora, e pensava che dovessero categoricamente essere interessanti. La faccia di Giovanna in tutto questo ci stonava. Era un problema suo, di Vito Riga. Egli stava leggermente umiliando la faccia della sua ragazza, aveva imboccato la strada scoppiettante e un poco oscura che conduce al tradimento.

Gli idioti arrivarono a casa alle 5 e dieci. Riga si sentiva male dentro, si sentiva bene, stava come un mezzo uomo, un mezzo pazzo, un mezzo eroe, uno che per qualche motivo ancora poco chiaro aveva iniziato ad assaporare cose ignote. Aveva un po’ paura, forse. Scese dalla macchina senza dire una parola, impiegò alcuni lunghissimi secondi per trovare le chiavi del portone, entrò in casa, chiuse tutto il mondo fuori, salì di sopra, raggiunse la sua stanza. Udì il motore della Passat di Pezza che rombava via. Gettò tutti i vestiti per terra. Urtò due volte il ginocchio sinistro contro la sponda di ferro del suo letto. Tutte e due le volte nello stesso punto. Bestemmiò. Cominciò a chiacchierare. Sottovoce sperava di mettersi in contatto con qualche eventuale divinità. Gli venne in mente la parola sacrilegio (ovvero deplorevole mancanza di rispetto verso quanto è degno di essere amato): l’ultima volta che l’aveva sentita nominare era stato al catechismo, l’ultima volta che avevano cercato di spiegargli il suo significato Riga non vedeva l’ora di andare a giocare a figurine sopra qualche muretto di cemento. Poi l’aveva persa di vista, quella parola. Nel mondo reale, quello stupido dei grandi, quello delle presse e delle benzine senza piombo, Riga non l’aveva mai incontrata questa parola, come d’altronde la parola Dio, immenso amore, non rubare non uccidere non inculare il prossimo. Riga borbottò qualche assurdità sulla faccia di Giovanna. Qualche altra a proposito di Elena, a proposito delle sue ginocchia flesse. Accennò qualcosa su Vetriolo e sulle cose pesantissime che avrebbe dovuto dirgli il giorno dopo. Parlava con l’eventuale divinità: “avrei delle domande: si può finalmente sapere che cazzo succede? Ci spiegherai tutto appena morti? E il nulla? L’antimateria? E i mondi sconosciuti che nessun uomo può intuire e concepire? E che significa nulla, universo, stelle, antimateria, uomini, sole, mare, cambiali, fabbrica, sesso, musica, Vetriolo, Elena, Giovanna? E i miei amici? E io? Tutto questo amore che ho dentro non ci entra nella cassa da morto, caro mio, una cassa da morto non lo contiene, tutto l’amore e la rabbia che ho”

Il nulla lo faceva sentire sempre un pidocchio microscopico. L’universo pure. L’antimateria manco sapeva cosa fosse. L’amore e la rabbia erano le sue consolazioni gigantesche. Attraverso tutte le altre cose menzionate Riga cercava di divincolarsi alla meglio. E quella cazzo di eventuale divinità non rispondeva mai.

Bah. Per il momento gli interessava solo chiudere gli occhi. La sua trapunta a quadri bianco-rossi lo rassicurò non più di tanto. Si addormentò all’istante. Non gli succedeva spesso.

Brevevita Letters




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“Pellastre” by Fog Prison, from the album “Pentothal”, 2013