“CUORI DI ALLUMINIO” capitolo 8, scena 3

CUORI DI ALLUMINIO – capitolo 8
I NUMERI DEL BARFLY, scena 3
Dopo questi eccezionali avvenimenti Vito Riga passò del tempo in solitudine, in silenzio, a godersi quella che sembrava una vittoria. Era interessante starsene seduti su un divano e raggranellare gli ultimi pezzi di serata, gli avanzi del proprio e dell’altrui pensiero, i segmenti di colore, i flash, lo stare lì ad inforcare l’humus vitale che smuove tutta l’umanità verso queste assurde passeggiate notturne, in questi templi anonimi di locali. E’ come quando apri il frigorifero e dentro ci trovi una fetta e mezza di bresaola scurita dall’ossigeno (che è penetrato nel domopak) e un broccolo spappato della sera prima, ma è il ciclo sporco della natura, e c’è poco da lagnarsi, c’hai fame, fame di vita, e sei costretto a farne un piatto commestibile. A volte viene bene questo piatto, talmente bene che Riga, dal divano del Barfly, riusciva a vedere il mare adriatico.

Prese un tovagliolino di quelli del bar. Ci scrisse sopra una frase incomprensibile, poi la firmò con il suo secco e breve nome, e aggiunse subito sotto il numero di telefono della sua abitazione. Aveva in mano ‘sto fazzolettino bianco, e lo sventolava come una bandiera, come se quel fazzoletto custodisse i negativi del grande evento fotografico che si stava svolgendo nel suo cranio.

Tutto regolare.

Meglio tenere la follia per sé, specie all’inizio. All’inizio è meglio non sembrare strani, si disse Riga tra i denti, all’inizio è molto meglio non dare idea di chi siamo veramente.

In questo genere di cose era maestra la mia ex, pensava Riga, la mia ex quella di due anni fa, non mi fa’ morì da sola, diceva la mia ex, mannaggia, mi gira la testa.

Si dovette alzare per sgranchirsi un po’ le gambe, il ragazzo. Per un istante gli sembrò di non essere più lì, né lì né da nessun’altra parte; gli sembrò di non essere più al mondo, fu quasi come sparire inghiottito dal vuoto, gli sembrò di non sapere più chi fosse, ed ebbe paura, proprio adesso che aveva conosciuta quella che poteva trasformarsi in una importante donna, Riga ebbe paura di non riuscire ad essere più lo stesso uomo; tutte le informazioni nel suo cervello sembravano in pericolo, gli impegni di domani, tutto sembrava appartenere a un’altro essere, fu una sensazione sgradevole; le sue ex gli si mescolavano, a milioni, come una pappa candita dal miscelatore moulinex, o come cazzo si chiamava lo sponsor del catanzaro; ognuna con i suoi rigurgiti da comandante: a partire da quella che voleva sopprimerlo, fino a quella che dietro i viaggi a Londra con le amiche nascondeva un provincialismo da morta di fame, per arrivare a quella che al caffè dei poeti di San Benedettto del Tronto si nascondeva dietro le frasi degli intellettuali, per ottundere la cultura analfabeta e materiale trasmessale dai propri genitori. Ogni volta che gli capitavano questi attimi di feroce dispersione, Riga doveva poi ricordarsi di esistere sulla Terra. Gli avevano detto che l’alopecia di cui soffriva dietro la nuca poteva essere correlata con queste assenze, con questi stress mentali inconsueti e a loro modo sinistri.

Riga raggiunse gli altri. Era in orbita, e non riusciva a capire di cosa gli altri stessero parlando. Poi la conversazione tra Spaccasassi e Vezna si arenò.
Entrambi si voltarono verso di lui:

“Che cazzo le hai raccontato per tutto questo tempo a quella lì?” chiese Spaccasassi a Vito Riga.

“niente. Fatti i cazzi tuoi, mummia del cazzo”

“scusate se interrompo questo interessante scambio di opinioni, ma che ne direste di raccattare Pezza e Lu Furnar? Li ho mandati a ritirare i giubbotti, ma ancora non ritornano” disse Vezna.

“Aaah, hai mandato i due intellettuali al guardaroba con i tagliandini… ottima pensata”

“addio giubbotti”

I tre si smossero.
Scorsero Pezza e Lu Furnar mentre a gesti tentavano di comunicare con una malcapitata addetta al guardaroba.

Lu Furnar praticamente abbaiava, Pezza sembrava si stesse cagando addosso: tagliandini persi, era sicuro.

Lu Furnar aveva delle pupille inguardabili, era penoso.

Si stava cercando di capire in quale stressantissima maniera recuperare i giubbotti quando Lu Furnar tirò fuori dalla tasca dei suoi jeans 10 mila lire orribilmente stropicciate, un pacchetto di Marlboro morbide ridotto a brandelli e cinque talloncini del guardaroba impregnati di sudore.

“ma sei deficiente? Ce li avevi in tasca” fu il commento istantaneo di Pezza.

Lu Furnar cercò pateticamente di giustificarsi con la ragazza del guardaroba: “ti giuro, un attimo fa non c’erano”

“è vero, non c’erano, è comparso all’improvviso un iraniano e ha detto: adesso metto i talloncini nella tasca di questo deficiente” continuò Pezza.

Lu Furnar rifilò alla ragazza altre cazzate: “un attimo fa non c’erano, davvero. Credi a me. Credi al tuo amico Lu Furnar che ti vuole bene”

“sì sì, ci credo” rispose meccanicamente la ragazza del guardaroba, supervaccinata all’assalto di drogati e scassapalle.

Pezza: “ci crede, non ti preoccupare, ha capito… l’ha visto anche lei, l’iraniano, l’abbiamo visto tutti”

Lu Furnar: “Oooh, e falla finita, non scocciare il tuo amico Lu Furnar, è tardi, il tuo amico Lu Furnar ha mal di testa”

“non puoi avere mal di testa, non può farti male una cosa che non hai”

“E basta! Non accetto rimproveri da uno che si mette i pantaloni della bonarma di suo nonno”

Pezza e Lu Furnar continuarono a beccarsi fino all’imbocco della A14, casello di Loreto-Porto Recanati.

Poi calò il silenzio.

Sull’autostrada Pezza guidava, Vezna stava attenta alla strada e non diceva niente, Lu Furnar tossiva e sputava fuori dal finestrino di continuo, Spaccasassi se ne fregava di tutto e dormiva, e Riga, per qualche inspiegabile motivo, guardava l’orologio ogni tre secondi. Si sentiva ancora su di giri, non riusciva a calmarsi, avrebbe voluto saltar fuori e mettersi a ballare su una piazzola di sosta. Sì vabbè…

Brevevita Letters




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“It’s so true”, by Spain – from the album “The Blue mood of Spain”, out in 1995