“CUORI DI ALLUMINIO” capitolo 8 , scena 2

CUORI DI ALLUMINIO – capitolo 8
I NUMERI DEL BARFLY, scena 2
La ragazza notò subito questa determinazione spaventosa, e quasi gli venne la voce tremolante, come quando vedi atterrare un supereroe.

“si tratta di piadine?” lei gli disse.

“no, voglio conoscerti”, rispose lui.

Seguirono lunghissimi attimi di silenzio in cui Riga non smise di scrutare la ragazza, la quale mostrò di accusare il colpo – lei fece una faccia come per dire: finalmente uno che ci gira poco intorno.

“voglio vederti fuori da qui” incalzò Riga.

Lei sembrava sospirasse, come se volesse prendere tempo, una reazione a metà tra una che dice “madonna che figata di dichiarazione” e un’altra che invece non sa come cazzo comportarsi – nel senso: “non gli posso dire subito di sì, a questo”

“voglio il tuo numero di telefono. Ora me ne vado tu pensaci. Fra un po’ ripasso. Voglio conoscerti hai qualcosa che mi arriva dritto qua”, Riga indicò battendosi l’avambraccio, il posto dove molti suoi coetanei si facevano le pere.

Alle loro spalle, i clienti delle piadine erano in agguato.

Riga se ne andò. Puntò deciso verso il bar. Ordinò una birra. Era così buona quella birra, cazzo era buonissima anzi spettacolare, fu una cazzo di fantastica e perfetta birra, come quando fai un lavoro fatto bene, e alla fine del lavoro ti rilassi.

Lu Furnar gli piombò addosso e gli chiese: “che cazzo hai detto a quella troia?”

“non ho parlato con nessuna troia, tua madre è rimasta a casa”

Riga si guardò intorno. Il Barfly fluttuava e rumoreggiava come non mai. Era una gran serata, come da pronostico.

Malgrado alcune abitudini da sballati fuori di testa, a Riga i suoi amici piacevano. Non lo obbligavano a fare cose. Per esempio, in quel preciso momento ognuno stava trascorrendo la sua serata, seguendo un qualche suo percorso, tallonando da vicino un pugno di pensieri riservati. Si trattava di qualcosa di speciale, qualcosa tipo libertà. Riga poteva entrare in un locale e non essere obbligato a conversare, poteva gironzolare liberamente tra i tavoli, guardare, scovare qualche faccia interessante, ascoltare qualche stralcio di conversazione orrenda. Poteva sedersi in un angolo e rimanere zitto per tre ore. Ognuno del gruppo poteva fare questo. Nessuno doveva preoccuparsi di niente, nessuno era costretto a intrattenere, a riempirsi la bocca con inutili stronzate, a sorridere di fronte alle battute vomitevoli.

A Riga venne in mente un episodio che aveva vissuto da bambino piccolo, una domenica mattina, dietro la vespa di suo cugino, mentre in due sulla strada brecciata andavano a Messa. Si chiese quale fosse il mostruoso meccanismo che collega i ricordi attraverso gli odori, attraverso i colori delle maglie e attraverso le luci, attraverso un quanto misterioso e inafferrabile; qual era quel segreto, quale era?

Nel dubbio, Riga tornò al banco dei panini, allo scopo di riscuotere la talentuosa vendita di sé che aveva effettuata una ventina di minuti prima. Stavolta però era pieno di acquirenti, tutti maschi, stavano ammucchiati come dei maiali in un recinto e si davano da fare per fregarsi il posto a vicenda. Riga dunque si appoggiò a una colonna, spalle al bancone, in una posizione del tutto laterale rispetto al flusso delle bestie.

Si mise a guardare la gente che ballava in pista, il concerto era finito, e ogni tanto gli giungeva all’orecchio qualche raccapricciante frase:

“voglio una piadina dietetica. Ma non ce le hai le piadine light? Il furgoncino qua fuori ce le ha”

“senti vorrei un panino col salame però ‘spetta, fammi vedere che salame mi ci metti, senti però venerdì scorso la tua collega mi ha trattato meglio”

Ma ziocane, alla seconda frase Riga già non ne poteva più. Fortunatamente riapparve Lu Furnar, che con la faccia calma disse: “ho fame”

“Ancora? E mangia! Sei capitato nel posto giusto, questa ragazza vende le piadine”

“ma che cosa stai facendo ancora qua? eh? Che cazzo stai facendo?”

“Niente. Guardo. Guardo la gente”

“Dimmi la verità. Non mentire al tuo amico Lu Furnar che ti vuole bene. Tu stai qua per guardare la ragazza che vende le piadine, non la gente”

Lu Furnar era in procinto di provocare qualche scena pietosa, quindi Vito Riga se ne andò di slancio.

Nel frattempo Daniele Silvestri era sceso in pista a ballare, ma era assediato dai fans, e i fans toccavano gli argomenti più interessanti: “abbiamo fatto duecento chilometri per venire a vederti”

“abbiamo fatto duecentocinquanta chilometri per venire a vederti”

“quando lo fai un altro disco, Daniele?”

Questi erano i fans tranquilli. Poi c’erano quelli più accaniti, che si lanciavano alla carica urlando, sgomitando, e con in mano tutti i dischi per farseli firmare. Silvestri voleva solo ballare. Fu costretto ad andarsene dopo pochi minuti.

“Ho detto a quella ragazza che sei un grande” irruppe nuovamente Lu Furnar con un panino in mano. Rideva come un matto. Riga s’incazzò all’istante:

“e dimmi, sei soddisfatto?”

“di cosa?”

“di averle detto questa cazzata”

In quel momento una specie di visione pazzesca bloccò la discussione: Spaccasassi era sceso in pista a ballare. Doveva essere ubriaco fradicio, perché durante tutta la sua vita aveva osato cimentarsi in questa arte motoria solo in altre due o tre occasioni, non di più. Il fatto è che ballare gli riusciva proprio male. Riga e Lu Furnar rimasero imbambolati qualche istante, vergognandosi per lui (Spaccasassi scuoteva braccia e gambe senza senso, come una mummia le cui bende avevano preso fuoco).

Poi Riga riprese la lite imbestialito, urlò qualche altro insulto, fece per andarsene di scatto.
Lu Furnar lo trattenne per un braccio: “no no dai, parliamone ancora un po’.”

Continuava a ridere. Riga si divincolò, si diresse verso il cesso.

Due minuti dopo Riga rischiò l’infarto: Sulla soglia del bagno c’era quello splendido esemplare di ragazza. All’improvviso! Stava chiudendo la porta. Lei lo vide, lo riconobbe, gli disse “ciao Vito” recapitandogli un sorriso che prometteva cose decenti, se ne andò.

L’aveva chiamato per nome cazzo, di certo era opera di quel frocio de Lu Furnar. Riga si sciacquò la faccia e le corse dietro. La raggiunse. Lei era già al suo posto, dietro al banco. Era impelagata nei lavoretti di fine serata: pulire, asciugare, scrostare, disinfettare.

“E allora se sai il mio nome sarebbe anche ora che io abbia i tuoi recapiti”, decretò con tigna strafottente Vito Riga, ormai lanciato verso il traguardo.

Lei si chinò, flettendo le ginocchia, per aprire un frigorifero. Aveva un modo delizioso di flettere le ginocchia. Si muoveva con l’elasticità di una bella pallavolista soda, una pallavolista speciale ed aggraziata. La ragazza tirò fuori dal frigorifero una bibita al limone, la stappò, se la versò in un bicchiere, fece un sorso. Poi virò lo sguardo verso l’alto: una delle casse del gigantesco impianto stereo del Barfly era sospesa poco sopra la sua testa.

“allora? questi recapiti?” incalzò Riga guardandosi alle spalle, come se dovesse scappar via da un momento all’altro.

“ho anche il codice fiscale, se ti va”

“in effetti i codici fiscali andrebbero rivalutati. Dietro quelle cifre fredde c’è del sentimento”

“dimmi un po’, ma sei abruzzese?”

“quasi. Sono di Centobuchi, vicino San Benedetto del Tronto, e frequento il bar Duepercento, dove lavora un barista con la faccia da maiale. Si chiama Spina, penso si faccia le seghe nel cesso del bar”

“eh?”

“senti, io faccio una maledetta fatica a parlare, in questo posto. C’è troppo rumore, non so nemmeno più che dico, devo andare, ciao”

“aspetta! dammi una sigaretta, ti prego” disse lei, disorientata dall’atteggiamento sbrigativo di quella specie di elemento, che comunque la incuriosiva, e molto.

“tieni. Prendine due, se vuoi”

Riga aveva le guance viola. Era stanco morto cazzo.

Si voltò, rifilò un paio di gomitate al piano di marmo che rivestiva il bancone, se ne andò. Al Barfly la serata volgeva al termine. In pista era rimasto soltanto qualche relitto barcollante. Vezna e Spaccasassi sedevano sfiniti su un divano, Pezza e Lu Furnar vagavano senza meta per i corridoi. Poi, all’improvviso, davanti a Riga apparve di nuovo lei.

“il mio accendino è scarico. Dovresti anche farmi accendere”

Riga rischiò un nuovo infarto. Lei era bellissima, e lui pietrificato. Riuscì comunque a tirar fuori l’accendino.

“Io lavoro qui. Anche domani. Mi chiamo Elena. Fatti vedere”

Si strinsero la mano. La ragazza lavorò di grandi occhiate. Poi sparì tra i corridoi..

Ce n’era a sufficienza, assolutamente, per cominciare a fantasticare e poi per sognare.
Ce n’era a sufficienza per vivere.
Come no.

Brevevita Letters




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“Siberia” by Diaframma, from the self-titled album, released in 1984