“CUORI DI ALLUMINIO” capitolo 7 – ACCOSCIATO A DESTRA: VITO RIGA

CUORI DI ALLUMINIO – capitolo 7
ACCOSCIATO A DESTRA: VITO RIGA
Veniva definito l’unico del branco con in dotazione un cervello, e per questo all’interno del branco veniva ascoltato parecchio, ma sarebbe esagerato dire che comandava lui. D’altronde, 4 cani sciolti che si raggruppano al bar non necessitano di un capo. Ognuno abbaia per suo conto e ognuno continua a vagare nell’anarchia.

Riga giocava a calcio e lo pagavano anche. Ovviamente lui non doveva allenarsi perché aveva un talento naturale nel trovarsi nel posto giusto al momento giusto. Faceva il centravanti. Fino ai 18-19 anni aveva riposto molte speranze in una sua probabile carriera da professionista, ma adesso che ne aveva ventisei, di anni, s’era un po’ sbracato ed aveva preso a sfasciarsi specie nei fine-settimana, anche perché, oramai aveva capito che 30 gol all’anno, nelle categorie infernali in cui si era ridotto a giocare, li avrebbe siglati ugualmente.

A livello psicologico non si sentiva tanto a posto. Neanche lui. Solo era assillato da altri generi di stramberie, rispetto agli altri idioti. Riga vedeva un sacco di gente assurda, con idee assurde, che cercava ed inseguiva cose assurde. Conosceva gente fisicamente sanissima che faceva due esami del sangue a settimana, altri capaci di uccidere per un buono della raccolta punti del benzinaio (si vinceva un bicchiere) o coppie di fidanzati che trascorrevano intere domeniche pomeriggio agghiacciati al tavolo del bar. Potremmo andare avanti.

Gli sembravano tutti pazzi.

Pressappoco tutti, a parte chi si guadagnava da vivere con le oscillazioni della borsa valori, il patron del Festivalbar, Bruno Pizzul, gli ex-calciatori che coadiuvavano le telecronache di Bruno Pizzul, e altri gruppi privilegiati, che invece non gli sembravano pazzi affatto.

Riga era l’unico del gruppo ad avere una ragazza, andava avanti già da qualche mese, e nonostante avesse ormai da tempo battuto ogni record di pseudo-fidanzamento, quello con Giovanna era un rapporto tutt’altro che tranquillo, tenuto flebilmente in vita da continui e burrascosi contatti telefonici. Giovanna faceva l’infermiera a Bologna. Forse era proprio per questo che durava, perché i due si vedevano pochissimo, una o due volte al mese, e non c’era abbastanza tempo per capire bene le cose, c’erano troppe cose non dette.

Soprattutto a causa dell’atteggiamento di lui, passivo e inconcludente, che lasciava sempre che certi discorsi bivaccassero in disparte, relegati in angoli scarsamente frequentati della mente. Un giorno forse Riga avrebbe preso quei discorsi e li avrebbe analizzati per bene. Per il momento però il ragazzo preferiva restare in superficie, non scavare troppo dentro, non esagerare con l’impegno.

Poi c’era il sesso, e quello era tutto un altro discorso. Troppo lungo, peraltro. Il sesso – comunque – può tenere in vita un rapporto un poco monco, il sesso può.

La telefonata standard tra Vito Riga e Giovanna provocava spesso questo genere di acidi effetti: Riga alzava la cornetta con addosso un umore decente e dopo dieci minuti la riagganciava in preda a fastidiosi attacchi di inquietudine, disordine mentale, gonfiori alla testa. E per Giovanna non è che andasse molto meglio, in certi casi. Era la tipica coppia turbolenta di quell’età, di quando hai tutta la vita davanti e credi che le persone che incontrerai in futuro saranno strepitose. Hai tante e tali aspettative da rischiare di essere ingannato dal tuo stesso ego.

In pratica Riga mostrava ambizioni alte, ma gli mancava decisamente qualcosa. Gli mancava di essere un uomo, gli mancava di completare e mettere a posto quella manica di pezzi di puzzle che gli avevano fornito a casa, a scuola, nello spogliatoio, nei lavori del cazzo che aveva trovato fino ad allora, nelle donne, e nel gruppo amicale. Con Giovanna avrebbe potuto vivere, passeggiare, sorridere, litigare, ma il punto era che qualche volta gli sarebbe piaciuto anche volare; magari per aria, come un coglione innamorato.

Seh.

Una sera Riga aveva provato a parlare di queste cose a Lu Furnar, il quale gli aveva risposto: “anche a me manca qualcosa, una bella fica da leccare ha ha hha!” e dopo tre minuti ininterrotti di risa sguaiate aveva riattaccato il discorso esibendo uno dei suoi monologhi: “oggi dovevamo fare molta produzione, dovevamo far partire dei camion per la Jugoslavia, invece lo sai che è successo? S’è fermata la macchina dell’imballo! Abbiamo dovuto impacchettare e scaricare a mano, ci siamo fatti un culo tanto, ma adesso vediamo… se a fine mese non ci pagano lo straordinario facciamo un macello e bla bla blaaa…”

Una cosa così può trapanarti il cervello e le budella, può scavare buchi dentro, specie se viene spiattellata a qualcuno che ha veramente bisogno di parlare.

Va beh lasciamo stare. Passiamo al resto: Riga aveva un diploma di perito industriale (che nemmeno lui sapeva bene che cazzo significasse) e dopo aver cambiato almeno 200 lavori, a quell’epoca lo avevano assunto in una ditta di impianti elettrici nella zona industriale di Ascoli Piceno. Faceva l’operaio. Aveva ottenuto il posto grazie ad una raccomandazione di un amico di un amico di suo padre. Stava alla pressa. Non era un lavoro entusiasmante: doveva prendere due pezzi di ferro, metterli sotto la pressa, togliere le mani, premere due bottoni contemporaneamente, riprendere i due pezzi di ferro e accatastarli su un bancale nei pressi. I pezzi di ferro erano più piatti e più lisci, dopo la pressa. Anche Riga si sentiva così, dopo nove ore di quella roba.

Non sapeva per quanto tempo sarebbe ancora durato, quel lavoro da operaio, presumibilmente per poco, gli mancava l’aria a stare chiuso tutto il giorno in quel capannone ordinato e glaciale. Quando entrò per la prima volta in quel posto sembrava che gli uomini blu che scivolavano silenziosi sul pavimento di cemento fossero nati lì dentro, che non fossero mai usciti a prendere una boccata d’aria, sembravano spenti, rassegnati, sepolti.

Riga non voleva essere così, voleva stare più contento, era un piccolo ragazzo con un cuore che passeggiava sulla strada. Voleva vivere, voleva assolutamente vivere, ma in mezzo a tutto quell’asfalto e a quelle radio commerciali lui ci nuotava abbastanza male. E poi tutti quei concorsi a premi, lo sgomento del Papa dopo ogni efferato omicidio, le parole di ogni Presidente della Repubblica prima di ogni Capodanno.

Il mondo che vedeva non somigliava ai suoi pensieri.

Lui pensava ai treni, alle cartine geografiche, ai personaggi visionari dentro i film di David Lynch, a come far sopravvivere in eterno la sua panda rossa agonizzante, e si chiedeva perché mai tanta gente sperava di trovare LA LUCE attraverso un viaggio in India. Riga si chiedeva per quale cazzo di motivo. Perché sistematicamente l’India? Perché non una sperduta fattoria della Polonia centrale? Non riusciva a capire bene perché, ma l’idea della fattoria polacca lo affascinava da matti. Prima o poi avrebbe voluto vederla, con la sua aia polacca e relative galline polacche. E chissà cosa mangiava, la sera, un contadino polacco; Riga aveva voglia di saperlo, di sapere cosa il contadino polacco ci metteva dentro ad un panino, o dentro a una giornata; sapere che cosa gli piaceva e cosa no, sentire le sue parole polacche incomprensibili, studiare bene la sua faccia.

A parte questo, Riga era terrorizzato dal fatto che un giorno avrebbe potuto trovare naturale lavare la macchina ogni sabato pomeriggio nel cortile di casa. Era terrorizzato dall’idea di giocare la schedina per tutta la vita e fare la fila dentro tabaccherie piene di gente che aveva appena lavato la macchina. Era terrorizzato dalle domande di ogni giornalista, ben sapendo che da un momento all’altro si sarebbero potuti inventare anche una domanda simile: “secondo lei lavare la macchina è un rito? O lavare la macchina aiuta a vivere meglio?”

Riga vedeva molte cose terrorizzanti in giro, potremmo andare avanti.

A questo genere di argomenti un po’ strani (la Polonia, i treni, le domande dei giornalisti) Riga pensava alla sera, infilandosi sotto le coperte, in attesa di un’altra giornata di lavoro del cazzo.

Brevevita Letters

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“Currency of love” by Joseph Arthur, from the album “The Ballad of Boogie Christ: Act 1”, out in 2013