“CUORI DI ALLUMINIO” capitolo 6 – ACCOSCIATI DA SINISTRA: SPACCASASSI

CUORI DI ALLUMINIO – capitolo 6
ACCOSCIATI DA SINISTRA: SPACCASASSI
Spaccasassi fumava sessanta sigarette al giorno. Non prendeva caffè, non comprava dischi, non comprava libri, e cinema col contagocce. Usciva di rado, la sera, ma quando usciva tendeva a bere, e quando beveva non conosceva le mezze misure: o 5 litri o niente.

Spaccasassi era il suo vero cognome (in realtà un cognome abbastanza diffuso in provincia di Ascoli Piceno) e di nome faceva Adalberto, ma anche era talvolta chiamato dai suoi amici “il Porco” per la sua stazza da porco (1,90, peloso, un po’ di panza) e soprattutto per il suo lavoro da porco, ovvero un lavoro nel quale col minimo sforzo si portava a casa risultati economici strabilianti.

Spaccasassi era un rappresentante di una grossa ditta di dolciumi, una di quelle con nel mirino i bambini ed i coglioni collezionisti di sorprese e figurine. Non esisteva bar in tutta Italia che potesse fare a meno dei dolciumi di questa grossa ditta; non esisteva bambino, genitore, tossicodipendente, vecchio disperato, eremita o barbone che non conoscesse i suoi ovetti; e non esisteva commerciante di alimentari della provincia di Ascoli che non si rifornisse da Spaccasassi, appunto.

Fatica ed esaurimento nervoso da routine giornaliera erano cose che non lo riguardavano, allo schifoso. Difatti alla mattina Spaccasassi si alzava il più delle volte all’ora in cui ne aveva voglia (mai prima delle nove), tirava fuori la sua Opel Kadett cabrio rossa dal garage e faceva un giro. Ascoltava la radio: quelle puttanate di scherzi e deejay che non la facevano mai finita di parlare. Gli piacevano questi programmi mattutini del cazzo, li trovava dinamici, diceva che lo facevano svegliare di buon umore. Mah. Quindi Spaccasassi individuava un bar, inchiodava, spegneva la radio, spegneva la macchina, spegneva la sigaretta, scendeva. Entrava nel bar, produceva un sorriso sul suo volto giallastro: buongiorno come va? bene grazie. Manca qualcosa?

Mancava sempre qualcosa.

Riempiva un modulino, firma leggibile del cliente e stop. Finito. Ripeteva l’operazione sei o sette volte al giorno. Apposto. Tre milioni al mese.

Ecco perché si svegliava così di buon umore, alla mattina. Altro che dinamismo, altro che cantilene inespressive del deejay. Ecco perché ci pagava sempre da bere e metteva benzina nelle nostre macchine, altro che chiacchiere.

Durante il giorno Spaccasassi dava l’idea di una persona ampiamente felice e realizzata, perfettamente inserita nel meccanismo commerciale. A conoscerlo così, superficialmente, da uno come lui ti saresti aspettato una vita privata all’insegna del conformismo più sfrenato: che so, bar per fighetti da frequentare durante la settimana, qualche prima-visione di Kolossal pluri-reclamizzati al cinema, cenetta chic con moglie o fidanzata il venerdì, discoteche alla moda il sabato e gita nell’entroterra la domenica, con relativa pizza, la sera, insieme a tutti gli amici incravattati.

Invece no.

Spaccasassi c’aveva un sostanzioso lato oscuro, un’altro volto: LA SERA. Dopo le otto e mezza di sera si trasformava: nove volte su dieci giaceva disperato sul divano, fumava mille sigarette inutili, tutte insufficienti a risolvere il guaio dell’esistenza. Diventava allora una sagoma bianca che prendeva fuoco tra le nuvole di fumo e gli accendini, un rogo serale immancabile che veniva consumato fissando i pixel dello schermo (pareva che ne fissasse solo uno), mentre la tv mandava in onda quei pietosi talk show delle tv locali, le telecronache del calcio dilettanti col cronista dialettale, i vecchi telefilm trasmessi in centoquindicesima replica nella notte, eccetera. Spaccasassi tritava di tutto. E non cercava di trovarci un senso, o un’emozione, perché probabilmente neanche c’erano. Lui lasciava che le immagini gli si sovrapponessero confusamente nella testa, non seguiva niente, nessuna trama o telecronaca, ma si limitava a cambiare canale, di continuo, a volte con rabbia, a volte con fastidio, noia, una certa governabile ansia.

Era come uno sballo.

Ciò che lui cercava era un divano. Poi gli bastava accendere la tv e subire. Era disposto ad ingoiare ogni immondizia, pur di annientare i suoi pensieri, che magari erano talmente neri e laceranti da ridurlo ogni sera come una mummia.

Al bar tutti dicevano che Spaccasassi avrebbe dovuto sbloccarsi e sconvolgere le sue pigre abitudini serali, darsi una svegliata, mettere la ciliegina sulla torta. Al bar tutti dicevano: “se fossi al suo posto bla bla bla altro che televisione, altro che bar…”

I soliti discorsi del bar.

Lu Furnar, invece, zigzagando a 30 all’ora sul Lungomare il sabato sera alle quattro di notte, diceva semplicemente: “mi sono rotto le palle di stare sempre al volante ubriaco mentre questa mummia mi si stravacca sul sedile!”

Si riferiva a Spaccasassi.

Ma Spaccasassi non sentiva niente, diceva no continuamente, era pigro di gambe e di cervello, e pregava tutti di parcheggiare a un metro dalla destinazione finale.

La destinazione finale? Ma scherziamo? E qual era? La birreria? Il cinema? New York? Un appartamento di 70 metri quadri? Il matrimonio, il Cristianesimo, la Bibbia? Sé stesso, sua madre, il suo barista? Una strada provinciale ammonticchiata, un deserto, una stazione? L’ossido di carbonio, un campo di grano falciato, polvere di ferro per colazione e per merenda? Un divano, una macchina diesel, aria condizionata dappertutto? Un posto di lavoro tranquillo, redditizio e sicuro?

Bè, in quest’ultimo caso Spaccasassi ci stava proprio seduto sopra, alla destinazione finale, gli rimaneva solo di mettere la ciliegina sulla torta, come appunto dicevano nel bar.

Brevevita Letters




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“Lonely Planet” by The The, from the album “Dusk”, 1993