“CUORI DI ALLUMINIO capitolo 40 – IL CLAN DEGLI ISOPI

CUORI DI ALLUMINIO – capitolo 40
IL CLAN DEGLI ISOPI
Riga guardò il suo bicchiere. Il drink era finito. Infilò in bocca un ghiacciolo e lo tritò coi denti. Sentiva molto caldo. La domanda che aveva ricevuto era di una pesantezza quasi inaffrontabile.
Riga fece sì con la testa e disse no, raccontò della gita per i cento giorni all’esame e disse non lo so.
Quel giorno lì, il giorno della gita, Riga e il suo compagno di scuola Isopi Tiziano detto cunill rubarono un motorino e scorrazzarono per le vie della città, sbraitando ed impennando. Poi rimisero il motorino nel posto in cui l’avevano trovato e tornarono dagli altri, che si stavano ingozzando al ristorante. Ma erano a Loreto, non ad Ancona… Riga ne era sicuro…

Comunque, a sentire Elena, a livello temporale i giorni potevano coincidere. Si trattava del medesimo periodo storico, primavera 1989 pressappoco, con la new wave che lasciava a poco a poco spazio al Grunge ed al crossover, i primi red hot chili peppers, i Cure che scavalcavano la prima generazione di seguaci, deejay television verso un irrimediabile declino, i Soundgarden, i Nirvana.

Riga si alzò dallo sgabello con uno strappo deciso: “scusa, devo fare una telefonata”

Uscì fuori, raggiunse una cabina, tirò fuori tutte le monete che c’aveva in tasca. Per una interurbana servivano almeno seicento lire, sì, ce le aveva anche spicce, ma non sapeva esattamente a chi cazzo telefonare. In cabina un elenco telefonico non c’era, e anche se ci fosse stato avrebbe recato i numeri della provincia di Ancona. Telefonò allora al duepercento, e chiese per piacere a Spina un favore urgente, che si sarebbe sdebitato presto, e gli disse se per cortesia gli apriva l’elenco della prov. di Ascoli e gli trovava tutti gli Isopi presenti a Centobuchi:

“ma che cazzo ci fai con questa informazione di merda?”, gli disse Spina.

“tu fallo e basta!”

In pratica, sentendosi elencare tutti gli Isopi intestatari di un contratto telefonico, di certo Riga avrebbe ricordato il nome del padre di Tiziano. A quel punto si poteva capire quale numero fare per ottenere ulteriori precisazioni su quel cazzo di giorno.
Mentre Spina, bestemmiando, ottemperava a quell’assurdo compito, Riga sovvenne all’improvviso.
Lasciò allora che la cornetta scivolasse giù dalle sue mani, proprio mentre Spina diffondeva nel freddo della notte anconetana tutti gli Isopi dell’elenco . . .

Isopi Attilio,
Isopi Bernardo,
Isopi Carlo Alberto . . .

I nomi e cognomi si disperdevano meccanicamente nell’aere, in modalità radiofonica, con quel classico incedere della voce campionata dalle onde elettromagnetiche, mentre la cornetta incustodita ciondolava a destra e a manca.

Isopi Lucio,
Isopi Ottavio,
Isopi Salvatore . . .

Solo i fantasmi di passaggio, sempre presenti in ogni angolo dell’esistenza, ebbero la possibilità ascoltare i numerosi vaffanculo di Spina al termine, il quale non ricevendo più risposta, prese ad imprecare.

Riga stava adesso ritornando nel locale, e aveva un passo talmente deciso che avevano preso a gonfiarglisi gli occhi. Cazzo aveva ricordato tutto: la gita era a Loreto, sì, ma a pranzo erano andati ad Ancona, adesso ne era certo, ed era lì che avevano rubato il velocipede di marca piaggio. Lo spaventoso moto dei pensieri che si legano l’un l’altro come centometristi in una impercettibile staffetta aveva poi favorito la concatenazione delle varie immagini, un anarchico oscuro labirinto di cose apparentemente rimosse: l’irrefrenabile voglia di gelato, come una folgorazione, e una frase che Isopi Tiziano aveva pronunciato dieci anni prima, sopra al motorino: “fermati in questo parco, devo pisciare, la faccio dietro queste frasche”.

Il parco… quelle due ragazze… la panchina… Il ragazzo misterioso che mangiava a grossi morsi quel gelato era lui, proprio lui, Vito Riga!

Sfrontato, spudorato, un vero leader…
Riga rientrò nel bar con in testa queste tre definizioni.
Prese Elena e le mise una mano tra i capelli, la baciò, la baciò a lungo, mentre al di fuori dei loro corpi la serata del bar volgeva al termine, e mentre il rombo di quel motorino riecheggiava dietro le loro membra chiuse.

“ero io, ero io quel ragazzo” disse Riga emettendo sospiri.

“io l’ho sempre saputo” rispose lei con le lacrime agli occhi.

Si baciarono ancora a lungo, fino a che il barista dovette intervenire: “aoh, stiamo a chiude”
Quando Riga si staccò dalle sue labbra tutto era finito: il bacio, il gelato, il motorino… tutto pareva appartenere ad altri individui, e un silenzio triste era calato nel mondo. Riga non disse più niente. Andò alla cassa pensando, per l’ennesima volta, che l’ultimo mestiere che avrebbe fatto nella vita era il barista.

Elena e Riga scomparvero oltre il portone e poi lungo la strada, abbandonando le loro anime sopra i due sgabelli. Sarebbero per sempre rimaste lì, e forse Riga sarebbe riuscito a conservare un odore tra le dita, e forse lei sarebbe riuscita a conservare la mano del leader in mezzo ai suoi moltissimi capelli.
Sotto casa di Elena si salutarono con un bacio. Lei gli disse: “chiamami”. Riga tornò a casa cantando a squarciagola “Non Si Può Morire Dentro” di Gianni Bella.

Brevevita Letters




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“Roscoe” by Midlake, from the album “The trials of Van Occupanther” released in 2006