“CUORI DI ALLUMINIO” capitolo 39 – FEBBRAIO

CUORI DI ALLUMINIO – capitolo 39
FEBBRAIO
Tra una decente birrata con gli amici e sforzandosi a riempire certe gelide serate infrasettimanali di provincia, febbraio si avviava veloce verso la metà.
Vito Riga si era un po’ rinchiuso, vedeva poca gente, Elena la sentiva per telefono, Giovanna la sentiva per telefono. Con Elena parlava di cose interessanti e fuori dal comune, tipo dio o la paura dei fantasmi; con Giovanna parlava di pazienti diabetici, primari, Pezza e caporeparto. La differenza era chiara. Riga doveva solo scegliere le parole giuste. Doveva solo decidersi.

Ma Riga non si decideva.
Si sentiva piatto e assente.
In testa c’aveva una porca vita furibonda piena di liti maschie e stimoli assassini, ma nella realtà, questo piglio impetuoso era lontanissimo dal decollare.

L’undici febbraio, tanto per schiarirsi ancora un po’ di più le idee, Riga decise di tornare su ad Ancona. Nel tardo pomeriggio di quel giorno, dopo il lavoro, Riga si reco’ dal meccanico Amadio d Callarà. La panda rossa agonizzante agonizzava di continuo, e nell’ultima settimana aveva prodotto i rumori più diversi, ogni volta molto preoccupanti: sembrava che fossero spuntate delle caffettiere sopra i freni, mandrie di cavalli sul sedile, sciami di zanzare equatoriali che iniziavano a ronzare nel motore dagli ottanta all’ora in poi.

“sta maccna sta p cr-pà” (questa automobile sta per crepare), sentenziò Amadio dopo un breve sopralluogo. Poi aggiunse un litro d’olio e disse: “nu di n’atr t lascia a pè chessa” (questa automobile un giorno o l’altro ti lascia a piedi)

“sì ma io stasera devo andare ad Ancona. Dici che ce la faccio ad andare e tornare?”

“Ancona? Vann vann, fannambuò nda tt par” (vai vai, fa’ come ti pare)

Amadio d Callarà, nel suo bestiale dialetto, rilasciò un altro commento, ancora più duro, e cioè che a bordo di quell’automobile lui non si sarebbe fidato nemmeno di arrivarci a Porto d’Ascoli.
E vabbè, ma Riga azzardò di nuovo la A14, nonostante le severe ammonizioni del meccanico. Che vuoi che sia. La partita si doveva giocare. Che vita è sennò?

L’autoradio.

In autostrada l’umore di Riga barcollava, altalenante tra una canzone e l’altra: “What I Always Wanted” degli Swell (gruppo rock di San Francisco dalle limpidissime pennate di chitarra acustica) irradiava nell’aria strepitosa matematica e faceva luccicare gli occhi; gli ultimi complicatissimi successi di Battiato, ebbri di scienza, costringevano Riga a schiacciare il tasto “avanti veloce”; e “Non Si Può Morire Dentro” di Gianni Bella era una grande culla melodica dietro la quale prostituirsi.

Riga era di nuovo in via degli eremiti diciotto. Scese e citofonò. Il suo stato d’animo era ancora indeciso tra lo starsene seduto in riva al mare e il contemplare una fotografia di quello stesso mare, ugualmente bella, ma per certi versi inutile, impalpabile, finta; ma quando Elena salì in macchina lei iniziò a parlare, e allora cambiò tutto. La testa di Riga si assestò su posizioni più solari, come quando sei seduto su un muretto in compagnia dei tuoi amici: osservi, fai commenti, ti sembra di avere il mondo in mano.

In macchina i due si raccontarono qualche episodio irrilevante e risero abbastanza, ma di tanto in tanto quel muretto sembrava beffare Vito Riga, e sotto al culo, oltre al cemento, lui sentiva angoscia.

Riga diede un colpo di freno quando Elena ordinò: “entra dentro questa piazza e trova un buco. Io intanto mi rilasso”

“sei stressata?”

“diciamo tumultuosa”

“che razza di parola è, tumultuosa, io non l’ho mai sentita”

“allora diciamo che sono loquace, ma affatto spensierata”

“perché? che c’è?”

“niente. Oggi sto così”

Riga parcheggiò continuando a parlare, cambiando discorso, dicendo anche parecchie inutili minchiate. Ostentava una tranquillità che non aveva, grondava una certa sicurezza inaspettata, sembrava avesse preso qualche bella droga rilassante. Doveva avere un bell’aspetto. Dentro, però, prendeva a cazzotti la sua faccia abbastanza di continuo e si diceva “che cazzo stai facendo, che cazzo stai facendo” ogni volta che finiva di parlare.

Elena e Riga entrarono in un posto, un bar con un fantastico bancone circolare disseminato di seggioloni alti. Di solito Riga non guardava mai il resto dell’arredamento. Non notava i poster appesi alle pareti, il pavimento, le travi o il soffitto. Il suo obiettivo era raggiungere il bancone. Poi gli bastava sedersi e guardare le facce intorno. Al limite con la coda dell’occhio localizzare il cesso.

Si sistemarono sopra due sgabelli.
Attorno a loro si vedeva bella gente. Pronta a scatenarsi nella notte.

“Sono due frasi storiche, queste” disse Elena indicando una lavagnetta unta e sbrodolata appesa alle spalle del barista:

…e m’illumino di Ceres
…e m’illumino di Elisabetta
queste erano le frasi.

“non voglio sapere neanche che significa, non voglio sapere niente, non mi dire niente, fanno cacare già così”

Ordinarono due gin tonic. Poi altri due. Parlarono per almeno un’ora ininterrottamente. Riga le raccontò dei suoi amici. Lei gli raccontò di certi strani tic nervosi che deformavano il corpo di suo padre mentre, scuro in viso e con la cornetta del telefono in mano, investiva nei titoli di borsa; allora Riga le chiese come cazzo funzionavano certe cose; lei non lo sapeva, lei non lo sapeva.

“che progetti hai, tu, per il futuro” le chiese lei all’improvviso

“eh?”

Riga non faceva progetti per il futuro, mai. Le cose a cui badava erano piuttosto le parole, le facce, una birra, le frasi delle donne, le frasi da dire alle donne, lo stretto necessario nel portafoglio, non perdere il portafoglio, tette, la panda che non doveva tradirlo, l’autoradio, pisciare.
Elena accese una sigaretta e continuò: “t’è mai successo di ritrovare dopo tanti anni una persona che pensavi perduta per sempre?”
Riga si distolse dal gin tonic, la guardò: “penso di sì. Ma adesso non…” avrebbe voluto aggiungere qualcosa, ma lei improvvisamente lo interruppe, parlando sottovoce, ed arrivando clamorosamente al punto:

“no, non capisci. Intendevo dire che… dimmi la verità: il ragazzo su quel motorino eri tu?”

“cosa?”

“eri tu il ragazzo sul motorino che leccava il suo gelato e mi fissava?”

Riga restò secco, come uno a cui hanno appena sparato. Il ragazzo sul motorino era una razza di amore di quelli irraggiungibili e potenti, lei glielo aveva confessato l’altra sera.. Sfrontato, spudorato, un vero leader…
Si trattava di un amore idealizzato, il peggio del peggio, una di quelle cose da cui ci si aspetta l’impossibile, una montagna di responsabilità ragazzi, e forse è meglio custodire queste seghe tra i desideri difettosi, eternamente, perché troppo spesso è inutile rovinare i film capolavoro creati dal pensiero.

Brevevita Letters




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“La parte peggiore” by Mapuche, from the album “L’uomo nudo” released in 2011