“CUORI DI ALLUMINIO” capitolo 38 – ZINGARO AL BAR

CUORI DI ALLUMINIO – capitolo 38
ZINGARO AL BAR
Dopo la scorpacciata di contenuti filosofici del cazzo Riga si calmò un momento. Voleva un po’ capire.
Venne martedì.
Poi mercoledì.
E furono due giorni maledettamente uguali: sveglia, vestiario da lavoro, pressa, tappa a casa per il pranzo, spaghetto divorato in quattro forchettate, insofferenza più nera, traffico e passaggi a livello maledetti, sigarette inutili, ancora pressa, doccia, cena, collasso serale sul divano.
Uniche interruzioni a questo spaventoso ruolino di marcia furono una telefonata di Giovanna:

“vengo giù a metà febbraio, il quindici Daniele Silvestri suona a San Benedetto. Stavolta lo vedo anch’io”

“veramente c’è Silvestri il quindici? Cazzo va bene! Meno male cazzo! E niente… insomma stavo collassando sul divano, scusa, torno lì. Mi devo comprare un telefono senza fili. Come si chiama? Cordless? Non ho dimestichezza con questi nomi inglesi”

E una citofonata de Lu Furnar:

“esci?”

“no”

Poi, finalmente, giovedì, all’uscita dal lavoro, a Riga tornò in corpo una minima energia: aveva addosso un moderato buon umore, quello pressappoco necessario ad ordinare un aperitivo ed affrontare il bar. Riga pregustava già le battute dei suoi amici e le mille stupidaggini da riferire al barista Spina faccia da maiale.

Ma c’era Vetriolo, al Duepercento, e il buonumore scricchiolava. Stava con un suo amico zingarone, parlava a voce alta e diceva le bestemmie. Una signora con in braccio una bambina molto piccola pagò lesta due gelati e corse via, lasciando ai due loschi individui il 100% della scena.
Spadroneggiavano, i bastardi.
Un vecchio che aspettava placido al bancone fu bersagliato dagli insulti: “ma questo stronzo zoppo che tiene da bevere? ah ah ah”

“ma che ne so, questo ci si muore qua davanti, guardalo sta cascando, si tiene in piedi per miracolo”

“ah ah ah, sta messo male forte”

Le misere pallottole di buonumore che Riga deteneva ancora addosso scomparvero del tutto alla vista della faccia del barista: Spina sembrava un maiale bastonato, un maiale senza i denti, sganasciato e viola dalla rabbia.

“cerca di stare tranquillo, adesso se ne vanno” gli disse Riga sottovoce.

“lascia stare, zitto, zitto!” rispose Spina sbatacchiando il solito strofinaccio sul bancone.

“fammi un camparino corretto, allora và”

“pronti! Prosecco o gin?” disse Spina fingendosi pimpante.

“ma quale gin, il gin fa male. Mettici il prosecco, e dammi quei tuoi maledetti stuzzichini, anche se fanno schifo al cazzo”

Solo allora Vetriolo parve accorgersi della presenza di Vito Riga nel locale. Lo slavo alzò lo sguardo, riconobbe Riga, cominciò a fissarlo. Era ubriaco fradicio e continuava a dire cose che avrebbero messo in fuga qualsiasi cliente profumato e rispettabile. Si rivolse al suo compare massaggiandosi uno stinco con l’alluce del piede destro. Indossava le solite, sudice pianelle. Diceva che aveva voglia di ammazzare qualche stronzo che gli doveva dare i soldi. Le allusioni erano chiare.

Riga scolò l’ultimo sorso di campari, posò il bicchiere, si avviò verso l’uscita. Ma mantenne le orecchie bene aperte e piazzò un paio d’occhi sulla schiena. Sbagliò. Sarebbe stato meglio spegnere ogni antenna, indossare un casco, non sentire, non vedere: Riga udì in ordine sparso il suo nome e cognome, il nome del santo a cui avrebbe dovuto affidare il suo destino e degli insulti pesantissimi, che avevano come argomento madri puttane e padri cani. Riga si voltò d’istinto, come se volesse abbozzare una reazione.

La scena era adesso questa: Vetriolo si era tirato fuori il cazzo dai calzoni, lo sventolava in aria, e chiamava in causa Vito Riga invocando nome di sua madre; il compare di Vetriolo era piegato dalle risa; Spina farneticava qualche frase alla cornetta, di sicuro aveva fatto il 113.

Riga si passò le mani tra i capelli, ricacciò la rabbia in gola, abbassò lo sguardo e uscì dal bar. Se l’altra sera in sala-giochi si era sentito un eroe, adesso gli pareva di essere l’ultima merda del mondo: calpestata, presa a calci, uno schifo totale. Si avviò verso la doccia umiliato.

Bah, la cosa più importante era che lo zingaro non venisse più a scocciare per i soldi, rifletté.

Dopo qualche minuto di fumante rabbia, Riga accolse quella umiliazione come una piccola vittoria. “Chi sbrocca ha sempre torto”, disse sottovoce tra i denti, “un grande segno di debolezza”, continuò, “il silenzio è forza”

C’era parecchio da sopportare comunque. Quella era la vita.

Brevevita Letters



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“Discourse” by Sleaford Mods, from the album “Eton Alive”, released in 2019