“CUORI DI ALLUMINIO” capitolo 37 – I DIVERSI VOLTI DI ELENA

CUORI DI ALLUMINIO -capitolo 37
I DIVERSI VOLTI DI ELENA
Elena iniziò a vuotare il sacco.
Ecco cosa disse quella sera:

(1)
“Studio legge. Mi manca ancora qualche esame. A vent’anni ero una di quelle che sorridono beate e passeggiano al Corso col proprio fidanzato. Mano nella mano entravamo al ristorante, mano nella mano in spiaggia, mano nella mano dappertutto. Lui veniva a casa mia, parlava con mio padre, gli illustrava i suoi progetti, le sue intenzioni dopo la laurea. Anche lui studiava legge. Questo idillio stucchevole fu interrotto da un improvviso svalvolare dei geni quelli che chiedevano di vivere più sporco, e con più pericolo. Si è trattato di un processo lento, ma ci fu un episodio scatenante: il venerdì lavoravo in un pub dove facevano il karaoke. Il mio compito era girare tra i tavoli e trovare della gente disposta a cantare. Il mio compito era sfoggiare un vestito provocante e comportarmi da gallina. Nel pub vedevo gente di tutti i tipi, che alle mie domande reagiva in tutte le maniere, specialmente le maniere quelle dei segaioli, ma una sera incontrai un ragazzo che mi disse: <<senti, io proprio non ho voglia di cantare>>. Cristo, questa risposta io l’avevo sentita mille altre volte, ma quella sera fu tremendo. Il ragazzo mi guardò dritto negli occhi, disinteressandosi delle mie apparenze frivole. Mi trattò come un essere umano, e nessuno mi trattava così il venerdì sera. Quel ragazzo mi piegò le gambe. Avrei voluto scoparlo all’istante, nel cesso del locale. Dopo di questo continuai a girare fra i tavoli tra mille difficoltà, perché il mio desiderio più grande era scomparire. Alle tre di notte, finito il lavoro, posai lo stupido microfono che avevo in mano e tornai a casa quasi correndo. Quella notte piansi. E il mio fidanzato e la mia vita iniziai a perderli di vista in quel momento, mentre quelle lacrime mi scolavano addosso”

(2)
“finivo i compiti e mi fiondavo al parco. A sedici anni avevo la mia panchina personale, con a fianco il prato e le altalene. Ero seduta lì con la mia amica Benedetta. A un tratto piombò nel parco un ragazzo sconosciuto. A bordo del suo motorino effettuava strani percorsi in mezzo all’erba, sgommava evitando gli alberi, faceva la gimkana tra le altalene vuote. Poi iniziò a girare attorno alla panchina dov’ero seduta. Io seguivo i suoi volteggi con la coda dell’occhio, e quando mi passava di fronte abbassavo lo sguardo. Alla fine lui parcheggiò il motorino e iniziò a fissarmi. Io e Benedetta ridemmo molto, e lui, per tutta risposta, andò a comprarsi un gelato. Quando tornò, riprese a fissarmi. Io e Benedetta ridemmo fino quasi a farci venire il mal di pancia, ma a un certo punto quel ragazzo mi disse: “tu come ti chiami?” Smisi immediatamente di ridere. Rimasi zitta. Folgorata. Benedetta scomparve. Le sue risate in sottofondo sembrava provenissero da un’altra dimensione. In quel momento c’ero solo io, e c’era quel ragazzo. Lui non disse altro, mangiò il cono a grossi morsi, mise in moto e se ne andò. Non l’ho più visto. Ogni tanto mi viene in mente che forse è meglio così. Magari esiste ancora, da qualche parte. E forse è ancora bellissimo… Affascinante, sfrontato, spudorato, un vero leader”

(3)
“viaggio intercontinentale. Santo Domingo. Ancora io e Benedetta. Eravamo in un albergo con degli italiani che a pranzo s’incazzavano perché volevano mangiare gli spaghetti. A cena invece si dannavano l’anima per piazzare la parabola e guardare la tv italiana, volevano vedere il telegiornale, le notizie del calcio… Di notte non lo so che facevano. Immagino che andassero a sverginare quindicenni”

(4)
“tutte le volte che mi hanno detto ti amo mi sono sforzata di non ridere. È una stronzata. Quando sento parlare dell’amore come se fosse matematica… quando sento dare quelle definizioni prepagate provo disprezzo. L’amore è il ragazzo sul motorino che mi fissa, stop. A distanza di anni lui continua a fissarmi, anche di notte, lui veglia su di me. Non c’è definizione. Ognuno ha la sua storia”

(5)
“ero sul punto di lasciare l’Università, cominciai a saltare le lezioni, mi appestavo di canne, la sera uscivo con un gruppo di ragazzi fissati con la politica. Parlavano solo di politica, solo di quello, stavano sempre incazzati. Insieme ad essi frequentavo locali con dentro gente dalle movenze inconcludenti. Mi guardavo intorno, cercavo una strada, ma pensavo solo a dove prendere l’aperitivo alla sera. Non avevo più una meta da raggiungere, o forse la meta era incredibilmente vasta, così grande da non poterla nemmeno coscientemente concepire. Rimpiansi il karaoke. Rimpiansi il fidanzato che avevo. A casa era sempre una guerra. Alla fine mi ripresentai a lezione, e a riassaporare quel certo scorrere della vita la mattina alle sette. Quell’aria lì, quella della mattina presto, quando i cani solitari pisciano sui bidoni dell’immondizia, quell’aria lì è meglio di qualsiasi psicologo”

(6)
“c’erano due mamme abbracciate, erano tutt’e due mie, era un sogno spaventoso. Le mamme erano identiche, solo una più giovane e una più vecchia. Io le prendevo per la testa e cercavo di riappiccicarle, ma non ci riuscivo. Le due mamme parlavano anche tra loro, era inquietante. Mi svegliai, mi alzai dal letto, feci una doccia di un’ora, ma non riuscivo a scrollarmi di dosso quel maledetto perdurare di rivoli di angoscia. Quella stessa mattina, alle otto, avevo appuntamento in ospedale per fare una lastra alla caviglia. Pagai il ticket, aspettai per ore il mio turno. A fianco a me c’era una vecchia di almeno ottant’anni, che mi lanciava sguardi dolci. Era sola. Era piena di magia. Mi trasmise un sacco di cose stupende, a cui tuttora non so dare un nome. All’improvviso, la mia angoscia era diventata un mazzo di fiori profumati, un’arma potente con cui sopportare pazientemente le situazioni intimamente estreme”

(7)
“spero di ricordarmi il profilattico, piuttosto… Perché potrebbe arrivare questo sconosciuto e potrei decidere di concedermi a lui nel giro di venti minuti. Poi potrei scendere al bar, fare colazione, comprare un giornale ed ascoltare le nuove battute del ragazzo dell’edicola. Lui vorrebbe che io cadessi tra le sue braccia da almeno dieci anni, e da dieci anni io niente: sorrido e gli dico di no. Gli regalo qualche sguardo rovente. Lo lascio bollire eternamente. Lui è simpatico, carino, correttissimo, niente a che fare con il sesso”

Ecco qua.

La serata al ristorante era finita, Elena e Riga uscirono fuori nel freddo e saltarono in macchina.
Riga mise in moto.
Poi la voce di Elena squarciò il buio, ancora, all’improvviso: “con chi parli di queste cose, di solito? C’è qualcuno?”
“sì, c’è una persona, ma proprio non riesco a…”

Riga uscì dal parcheggio e si immise in strada.
“è una donna?”
“sì, è una donna, ma non riesco a parlarle, non ci sono mai riuscito bene”
“che significa”
“non lo so, non riesco a essere me 100%, non riesco a farle vedere tutto quello che contengo…”

Riga sussurrava e aveva gli occhi lucidi. Non smise di guardare la strada nemmeno per un attimo.
Lei lo fissava, Riga si sentiva quello sguardo fermo arrivargli addosso.
Due gatti attraversarono la strada, si inseguivano, correvano veloce, quasi come i pensieri nella panda: “non importa, quelli come te non capitano spesso, io ti tengo”, disse infine lei. 

Giunsero in via degli eremiti diciotto. Elena scese dalla panda. Quell’ultima sua frase fu bellissima. E maledettamente triste. Riga era in orbita, come uno con un proiettile nel culo. Respirava un sacco di aria fresca, ma anche era schizzato talmente in alto che adesso doveva decidere come paracadutarsi giù. Poteva diventare un problema.

Durante il viaggio di ritorno Riga non smise mai di pensare: “Giovanna è in gamba ma non mi ha mai spaccato il cuore in due. Elena è bellissima e le ho subito detto le cose più inaudite, le ho detto delle cose che nemmeno sapevo di avere nella testa. Ma dove stavano nascoste? Le tenevo in frigorifero? Stavano sott’olio?”

Riga aveva sonno e pensava.
Dello stare bene o male lui se ne fotteva, l’importante era che si stesse vivendo.
Furono cento chilometri percorsi volando, e immaginando un bacio sulle labbra.
L’autostrada nemmeno sembrava il solito aggeggio spaziale.
Lo splendido volto di Elena era tatuato sul parabrezza, lampeggiava in cielo e nel mare, appariva e spariva, illuminava gli spartitraffico, riddava la vita alle gallerie spettrali di Pedaso, come un arbre magique da cento milioni di dollari.

Brevevita Letters




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“Tonight she comes” by The Cars, from their greatest hits released in 1985