“CUORI DI ALLUMINIO” capitolo 36 – I DIVERSI VOLTI DI VITO RIGA

CUORI DI ALLUMINIO – capitolo 36
I DIVERSI VOLTI DI VITO RIGA

. . . il ragazzo iniziò a parlare . . .
Ecco cosa disse quella sera:

(1)
“la struttura architettonica di un carcere ha tantissime cose in comune con quella di una fabbrica, di un ospedale, o di una scuola. È spaventoso. La gente sta in galera e nemmeno lo sa” 

(2)
“il punto è questo:
io ascolto, osservo, vado in giro, ma quello che so non è abbastanza. La verità è in perenne movimento, ed ha relazioni con dei colori a tempera che sguazzano dentro una vaschetta; la verità sta sotto quei colori, si vede e non si vede, ha una marcia in più, non si lascia mai raggiungere; e la cosa affascinante è che ogni giorno i colori si rimescolano, definendo altre forme e altri scenari; sulla verità io ci rido sopra, e tutte le volte che penso di averla finalmente individuata, l’attimo dopo non so più nemmeno di che colore è; ma la cosa pazzesca è che in molti pensano di averla sempre e saldamente in mano… questo fatto è triste, è divertente, è il succo inesatto della vita” 

(3)
“ero solo sul divano di casa, era notte. Stavo ascoltando una canzone arrabbiata e struggente di uno dei primi album di Moby, che era quasi heavy-metal. Lasciami stare, io sto impazzendo!, urlai a un certo punto saltando in piedi dal divano. Cominciai a camminare come un matto, avanti e indietro nella stanza, e poi mi lanciai di peso contro il portone di legno compatto. Avevo gli occhi gonfi. Uscii fuori e restai seduto sulle scale per almeno mezzora, ma non riuscivo a star fermo, mi agitavo con le mani e col collo, mi sdraiavo sulle scale, guardavo le stelle, mi rialzavo di scatto. Poi montai in macchina e mi immisi nel traffico. Ascoltai le canzoni all’autoradio. In macchina fu folle: mi producevo in gesti psicopatici e ballavo sul sedile, parlavo da solo, davo cazzotti al volante. Quintali di vita e parole uscivano fuori dal corpo. La strada che scorreva, sotto, ascoltava e capiva. Insomma, dopo aver setacciato ogni singola riga d’asfalto nel raggio di venti chilometri, privo della benché minima voglia di dormire, tornai a casa e raggiunsi il mio letto. In tv c’era una partita di tennis femminile. Il telecronista diceva una parola al mese, tossiva, faceva rumori con la sedia, era rilassante. Mi addormentai solo grazie a Giampiero Galeazzi. Basta, il racconto è finito. Stavo così per una ragazza. Mi stava facendo impazzire per qualche motivo. Lei non le saprà mai tutte le bellissime cose che quella sera ho detto alla strada. È un peccato cazzo, un vero peccato” 

(4)
“e comunque le cose sono strane, prendi le idee, le idee sono strane. A volte crollano, e crollano quando meno te lo aspetti. Potrebbero sfracellarsi addosso a un semaforo, o addosso a un idiota del cazzo, che con una semplice frase ti spappola il cranio. Allora rimugini, scavi, e vai così a fondo che a un certo punto ti accorgi che stai ripercorrendo e riconsiderando parecchio, veramente tanto, in pratica tutto, tutta la tua vita. La vita che adesso, per una piccola sciocchezza sopraggiunta, cominci a vedere da un’altra prospettiva. Per quanto mi riguarda è ormai chiaro che le piccole cose fanno paura. Aprono voragini. E accadono sempre, ogni maledetto giorno. Ed io sto appeso lì, io sto sempre appeso in qualche posto, osservo, mi do da fare, dico, ma poi mi arriva addosso qualche microscopico dettaglio all’improvviso e mi cambia. Mi rifà letteralmente da capo. Molto lavoro da fare prima di essere un uomo.

(5)
“Le pizzerie. Ci sono queste pizzerie che sembrano fatte apposta per ospitare rimpatriate di sfigati: ex-compagni di scuola, ex-commilitoni, ex-colleghi di lavoro. Sono luoghi che sanno di periferia desolata della vita mondana e dentro, semi-nascosti in qualche angolo, quasi fossero soprammobili impresentabili, regolarmente ci trovi quei cinquantenni senza nessuno, ottimi muli da lavoro, che cenano da soli. Quegli uomini hanno proprio cucita addosso una tristezza totale, sconfinata, senza scampo. Di sera non c’è nessun lavoro disponibile per loro. Allora mi viene in mente che come mulo da lavoro io sono veramente scarso, perlomeno quel tipo di lavoro concepito come un <<eseguire>> le parti più merdose delle idee altrui. A quel punto mi viene in mente quindi una donna. Anche parecchio imperfetta, o strega, o scassapalle. Mi viene in mente che voglio una donna e basta, un metro prima di arrivare a quel punto mi servirà assolutamente una donna, mi servirà come il pane” 

(6)
“scartare una lettera mi provoca sudori alle mani. Ogni volta m’illudo di trovarci dentro parole impossibili, qualcosa di enormemente speciale, qualche strabiliante informazione su cosa effettivamente vive sopra le stelle, al centro di un cervello umano, sotto la pelle di un cane; ogni volta spero che il mittente mi sveli chi è quel genio che si diverte a fabbricare gli elettroni, chi è quell’altro che ha progettato le galassie, o come cazzo è che mi partono i pensieri… io leggo avidamente ogni volta, ogni volta il contenuto delle lettere lo sbrano, ma mai niente del genere dentro le parole. E tra venticinque inviti a matrimoni di gente che non vedo da un decennio e quattro cartoline degli immancabili stronzi in vacanza a Ibiza possono talvolta mescolarsi due frasi interessanti, belle, ben concepite… ma sono frasi che durano non più di due secondi. Dopodiché la situazione torna insoddisfacente, non compatibile con me, con la mia fame; e allora ciò che ho letto non mi basta, devo ancora dissetarmi, andare ancora alla ricerca, vedere altre persone, scorrazzare, rivoltare tutto finché arriva una parola che . . . che ancora assolutamente… che non riesco ancora a immaginare. Forse è un dio ciò che mi manca”

(7)
“poi faccio benzina, la panda rossa agonizzante mi lancia di continuo dei lamenti da ospedale. Quindi mi fermo ad un self-service e metto dentro diecimila lire. Alle undici e mezza di sera. Do una vista. Mi giro e mi rigiro con la pompa in mano. Alle mie spalle c’è uno che lava la macchina, è a venti metri da me, e posso sentire il suo odore. Sta scrostando qualcosa da sotto al parafango. È con il sifone in mano, posizione plastica, ostinato a ripulire. Mi domando cosa ci sia da scrostare di così tanto resistente. Mi domando cosa cazzo ci sia sotto il parafango. Quindi sorrido, mi faccio qualche altra domanda, fuggo via felice con l’autoradio a tutta. Quasi sempre l’odore di quell’uomo non è affatto un buon odore”

E dopo queste sette cose la scena se la prese lei.
Elena attaccò a parlare . . .

Brevevita Letters




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live by Ultimate Painting, from the full performance on KEXP, released in 2015