“CUORI DI ALLUMINIO” capitolo 34 – GUARDARLA IL MENO POSSIBILE

CUORI DI ALLUMINIO- capitolo 34 
GUARDARLA IL MENO POSSIBILE
Il giorno dopo era domenica, e fin da quando s’era insediato al trono il mondo senza dio, la domenica era diventata una cosa per dormire. Riga sognò qualsiasi cosa: scene con Vetriolo, Selenio, Elena, Giovanna, quei due scemi di Pezza e Lu Furnar, la panda rossa agonizzante e l’autostrada (un’accoppiata che aveva sorprendentemente funzionato), Spaccasassi che al ritorno dormiva sul sedile…

Riga dormì sempre, di continuo, tutto il giorno, sul letto, sul divano, davanti alla tv, dovunque. Interruppe quel torpore solo per chiamare Vezna al telefono verso mezzogiorno, per sapere come stava, che faceva, per rimanere aggiornato sulle sue cose. Sempre oscillando tra visioni oniriche (cioè dormendo) si presentò verso le 2 p.m. al Campo Sportivo Comunale di centobuchi per la quarta giornata del girone di ritorno del Campionato di Promozione Marche Girone B. Era una stagione mediocre in cui la sua squadra aveva preso a stazionare senza sussulti a metà classifica, e l’interesse di Riga verso la sua carriera di calciatore, specie quell’anno lì, era divenuto così scarso che è superfluo scendere nei particolari di quale partita, quale risultato, quale gol, tutto inutile e assolutamente privo di delizia: il calcio, quell’anno lì, Riga lo visse di striscio. Dunque, in questa sede, è inutile dilungarsi in vicende ed emozioni che lui non sentiva affatto sue. Diremo solo che Riga continuava a piazzare le zampate giuste, e riceveva novecentomila lire al mese per far questo.

Basta.

Alle nove di sera telefonò Giovanna e i due si scambiarono i rispettivi resoconti di qualche episodio irrilevante. Poi ti voglio bene / anch’io ti voglio bene bla bla bla.

Riga uscì a farsi un bicchiere.

La pressa era ormai in agguato.

Lunedì il ragazzo arrivò in fabbrica puntuale, stava lanciato, parlava di continuo con i suoi amici blu, cantava, il lavoro gli volava, perfino la pressa gli sembrava meno odiosa. Aveva già deciso che appena fuori da quel posto avrebbe chiamato Elena. Pensò per tutto il giorno alle sue ginocchia flesse ed ai suoi denti, a quanto potere frastornante detenesse un suo sorriso.

Una volta a casa Riga puntò dritto verso la cornetta. Il cuore scalciava come un cavallo imbizzarrito: “ciao, chiamo per la cena. No, vengo io da te. Dimmi tu quando”

“per me va bene anche stasera”

Elena abitava ad Ancona. Riga non era mai stato ad Ancona. O forse qualche volta sì, a qualche gita scolastica del cazzo. Pensava ad Ancona e non gli veniva in mente nulla, se non qualche lontanissima lezione di terza elementare, in cui un maestro brizzolato e dalla faccia mite spiegava geografia mentre Riga disegnava Tex sul suo diario. Mise in moto la panda rossa agonizzante immaginando Ancona. Imboccò l’autostrada e si diresse verso nord, immaginando Ancona. Guardò il mare da un viadotto.

Il mare era nero.

Elena gli aveva detto per telefono che abitava in via degli Eremiti diciotto. Sull’autostrada la panda rossa agonizzante agonizzava di continuo, ma ancora una volta condusse Riga a destinazione.

Ancona la immaginava più giovane, sembrava che molti palazzi avessero bisogno di una ripitturata; ovunque saliscendi di asfalto, gallerie, buchi neri; le persiane erano molto provate dal traffico, gli incroci sovrappopolati e contorti, i marciapiedi grigiastri e frequentati da spettri… ma lo scenario davanti ai suoi occhi lo avrebbe ugualmente sedotto, se solo avesse potuto esser certo dell’esistenza di mille persone speciali nei pressi. Magari in città mille persone speciali esistevano! E con quelle vicino Riga avrebbe potuto vivere anche dentro un tubo di scappamento.

Dopo aver chiesto informazioni a una serie di passanti infreddoliti (tutti impegnati a far pisciare il cane), Riga raggiunse via degli Eremiti diciotto. Scese e citofonò:

“eccomi, scendo” era lei.

Apparve. Riga intravide jeans sdruciti, moltissimi capelli, una borsetta nera e lucida che pendeva da una spalla. Riga non notò altro, non volle notare, non voleva vedere. Cercò di guardarla il meno possibile e soprattutto la guardò pochissimo in faccia: se si fermava a guardare la faccia poteva diventare imbecille.

Brevevita Letters




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“Kebab Spider” by Sleaford Mods, from the album “Eton Alive”, released in 2019