“CUORI DI ALLUMINIO” capitolo 33 – SUDO LA TRISTEZZA

CUORI DI ALLUMINIO – capitolo 33
SUDO LA TRISTEZZA
In autostrada il traffico era scarso. C’erano pochissimi TIR, era sabato notte, e circolavano solo quelli con i permessi speciali. Trasportavano merce in pericolo di deterioramento. E gli autisti dentro? Quelli non si deterioravano? Credo non importasse granché, gli autisti potevano anche crepare, la cosa fondamentale era consegnare la merce.

Spaccasassi guardava fuori dal finestrino, si gustava il paesaggio fatto di guard-rail e corsie d’emergenza. Si viaggiava attorno ai novantacinque all’ora, ma dal rumore assordante che faceva la panda rossa agonizzante pareva che la velocità fosse 300 orari, e che tutto fosse in procinto di scoppiare: motore, marmitta, Riga e l’altro mongoloide dentro.

In autoradio andavano in onda i Pixies.

Riga impiegò quasi un chilometro per sorpassare un autocarro che puzzava di letame. C’erano dentro paglia e tre cavalli con il muso recintato dietro grate di alluminio.

Le BMW tecnologiche e potenti che ti fai la doccia dentro e le Volvo confortevoli che praticamente porti in strada il tuo divano sfrecciavano alla loro sinistra. Quelle andavano alla velocità della luce. Dentro c’erano uomini e donne. Qualche volta anche cani. Che cosa dovevano consegnare questi? Di tanto urgente? Le loro facce volavano sull’asfalto a pochi centimetri da Riga e Spaccasassi, le facce di quegli esseri apparivano e si dileguavano all’istante, e quei pochi centimetri erano una terribile distanza. Riga immaginava i loro discorsi e non li prospettava divertenti; sfiorava i loro pacchi, camicie, valigioni, qualche volta biciclette sul tettino, roulotte a rimorchio, bambole, gommoni.

“Gommoni? Ma dove vanno questi col gommone a rimorchio, siamo a gennaio!”

“ma che ne so, la gente sta di fuori”

“hai finito di ripulirti il naso? Sei un porco”

Spaccasassi fece un sorrisetto fiacco, poi alzò il volume della radio. Non voleva sentire altre stronzate.

I due ragazzi arrivarono al Barfly, si sedettero al bancone, bevvero sei birre in un’ora. La folla li ricopriva. Dietro di loro certe frasi da sceneggiature televisive brasiliane di atroce livello:

“la tristezza? ma cos’è la tristezza, il sabato sera io prendo la tristezza e la chiudo in una stanza”

“lascia sempre una finestra aperta per far entrare un nuovo amore, io glielo dicevo a Gilberto, ma lui non ha voluto ascoltarmi, e mo ciao, mo peggio per lui”

E ancora altra gente che spingeva e che diceva altre cose.

Attorno ai due l’atmosfera era frenetica, la gente si dava da fare per vivere nella maniera più allupata possibile il sabato sera. Una ragazza molto magra aveva optato per delle zeppe alte venti centimetri. Aveva un’espressione malinconica. Quel poco che aveva di femminile evaporava solo a vederla camminare. Un altro tizio aveva invece scelto un paio di occhiali con lenti giallognole. Lo scopo era porre rimedio ad una faccia un po’ ordinaria. Sembrava un pressista in libera uscita, un ometto felice, con la passione di andarsi a sconvolgere una volta al mese nelle discoteche di Riccione.

Anche Riga era un pressista in libera uscita, certo, ma Riga si sentiva diverso. Non migliore, non peggiore, diverso. Uno che dalla vita cerca di succhiare tutto, con tutti gli stimoli e i guizzi che un giovane uomo può ritrovarsi a disposizione: la voglia sfrenata di sesso, un pensiero mediamente funzionante, delle aspirazioni, il tremendo e quasi inconscio desiderio di trovare un amore sempre più grande.

E fu proprio pensando al grande amore che Riga si alzò dallo sgabello con uno strappo deciso. Si ritrovò nella bolgia di facce che scorrevano indemoniate nei corridoi. Qualcuno lo spingeva da dietro, qualcun altro diceva a voce veramente troppo alta di volere la fica. Riga era come sott’acqua, in balìa della corrente, ma subito oltre l’angolo spuntò il banco, le piadine, e quei capelli lunghi, non troppo lisci. Eccola. Elena era più bella della notte precedente.

Riga trovò una colonna su cui appostarsi. Aspettò il momento in cui Elena potesse dedicarsi alla sua irruzione. Riga non aveva voglia di dilungarsi in convenevoli. Voleva arrivare immediatamente al punto e andarsene.

Alla fine la pescò appoggiata alla solita lavastoviglie. Puntò decisamente verso di lei.

Lei lo vide, lo riconobbe, scattò in piedi. Riga la guardò sorridere, e quel sorriso fu qualcosa di tremendo, come un’onda gigante che ti ricopre: devi reggere l’urto se no ti cappotta.

Riga prese fulmineamente la parola prima che lei potesse dire A:

“ciao. Hai visto? Sono ritornato. Sarò breve. Ci vieni a cena con me?”

Lei disse immediatamente di sì.

“Allora dammi il tuo recapito, così riuscirò a rintracciarti senza fare un setacciamento a tappeto di tutte le Marche nord-orientali”

Lei scrisse qualche cosa su un tovagliolo di carta e glielo stese. C’era segnato un numero di telefono.

“a proposito, fammi anche una piadina, devo mangiare, sto morendo”

Riga pagò con l’atteggiamento distaccato di un normale cliente e tornò da Spaccasassi, che nel frattempo stava tentando l’approccio con una donna appariscente: “…e quindi niente. Quando sono triste prendo e mi chiudo in camera mia. Ho una sedia nell’angolo fatta apposta per quando sono triste. Mi siedo lì ed aspetto che la tristezza esca dal mio corpo. A volte la sudo, a volte la caccio fuori in altro modo… se sono ubriaco di solito la posso anche vomitare. Certo, poi ogni volta mi tocca pulire…”

La ragazza fuggì con la faccia schifata.

Riga afferrò la birra di Spaccasassi e fece un sorso: “sei un coglione”, proclamò.

Non ancora pago, Spaccasassi si voltò di scatto e subito importunò un’altra sconosciuta di passaggio: “senti scusa, sai dove sta il Barfly? Sto cercando il Barfly ma non riesco a trovarlo, puoi aiutarmi?”

Quella si divincolò con uno strattone, gridò qualcosa, se ne andò.

“sto facendo selezione. Quella che mi ha appena mandato affanculo sembrava in gamba, no?” dichiarò con ghigno ironico Spaccasassi.

“no, non mi pareva proprio”

“e che ti pareva allora?”

“boh, una che urla”

“bah, a me sembrava in gamba. Secondo me è talmente in gamba che fra tre ore, quando sarà tornata a casa, ripenserà a ciò che le ho detto e scoppierà a ridere. Fra tre ore le sarò simpatico”

“dici che è una di quelle che tornano a casa e riesaminano la serata?”

“certo! Peccato che fra tre ore sarò io ad odiarla”

I due rimasero immobili per qualche tempo. Senza parlare. La musica era del tutto diversa da quella, bellissima, della sera prima. Si udivano colpi. Regolari. Indistinguibili l’uno dall’altro. Quei colpi facevano venire in mente la troia della pressa. Riga pensò che i ritmi settimanali fatti di otto ore / otto ore / otto ore cinque giorni su sette si sposassero bene con quei colpi. Pensò che caffè e Jagermeister al bar due volte al giorno, il cucciolone reiterato, la schedina e il buongiorno/grazie meccanicamente rivolto al benzinaio si sposassero bene con quei colpi. Con quella specie di martello pneumatico fatto di abitudini e vinile.

Riga e Spaccasassi si alzarono dagli sgabelli e si affacciarono sulla pista. Erano in molti, a ballare. Alcuni, scatenati, si contorcevano ad occhi chiusi. Sembrava che i loro corpi avessero preso fuoco.

“andiamo via!”

“sì sì, andiamo via di corsa!”

Brevevita Letters




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“Put the freaks up front” by Deus, from the album “The Ideal Crash”, released in 1998