“CUORI DI ALLUMINIO capitolo 32 – QUALCOSA DI POTENTE DA SOGNARE

CUORI DI ALLUMINIO – capitolo 32
QUALCOSA DI POTENTE DA SOGNARE
Il protagonista al duepercento era Pezza. La gente lo acclamava. Lui fumava e stava zitto. Manteneva un’espressione sorniona, come una celebrità attorniata dai fotografi. Ad alimentare il fuoco degli insulti ci pensava Spina, sempre lui, la tremenda faccia da maiale del barista: “ragazzi, salutate Pezza! È appena tornato da Harlem, dove gli hanno lavato il cervello con l’idrante anti-sommossa”

“ma che fine hanno fatto i tuoi abiti vecchi? Li hai portati dallo sfasciacarrozze?” chiese Manolo Valori sventolando il suo cravattone più sgargiante, quello del sabato sera.

“come, non lo sai?” intervenne Peppe Lu Gabbian “Pezza ha fatto un museo, gli hanno dedicato un museo, l’ingresso costa tremila lire. Con tremila eccinque c’è compreso il pranzo al sacco e un bonus per annusare i suoi vecchi calzini”

“tremila lire per entrare nel museo dove sono esposti i vecchi calzini di Pezzaa! Non mancate! Chi vuole visitare il museo tiri fuori lire tremila!” riprese Manolo Valori ululando e scimmiottando i toni di un venditore ambulante di giornali.

Ridevano tutti, chiunque entrava, persino corrieri sda con la caratteristica divisa a strisce bianche e blu, che a Centobuchi consegnavano la merce al punto di raccolta: non capivano molto della situazione, ma venivano travolti dall’atmosfera luccicante. Lu Furnar a un certo punto si avvicinò a Vito Riga e disse: “mi vuoi dire che succede? che cazzo ci facevi in macchina con Vetriolo?”

Riga si tolse dal bancone. Lu Furnar lo seguì. Si sedettero a un tavolo in disparte. Spaccasassi e Pezza li raggiunsero subito dopo. Lu Furnar sorseggiava una Beck’s e fumava.
Riga espose i fatti.

“..e insomma mo se tornate ancora da Vetriolo io vi sgozzo”, dichiarò al termine.

Ci fu silenzio.

Pezza guardava Vito Riga con la faccia di chi, in un discorso, ci ha capito poco o niente; Lu Furnar sbatteva il piede sul pavimento e chiedeva: “ma perché l’hai fatto, perché ti sei immischiato?”

“è capitato per caso, mo è inutile che ci mettiamo a scavare ogni dettaglio. Comunque quello zingaro fa schifo, non lo reggo, mi manda il sangue alla testa. Non sopporto che venga a scassare il cazzo a casa mia”

“casa tua di che, tu non c’entri un cazzo”

“ti sembrerà incredibile, e ti giuro pure a me sembra incredibile, ma tu e Pezza siete casa mia”

Lu Furnar si grattò la testa, guardò lo scaffale dei vini alla sua destra, alzò il culo e lo rimise sulla sedia, poi sbottò: “ma cazzo, io adesso non c’ho nemmeno i soldi che ti devo ridare, le centocinquanta carte…”

Sì vabbè, i soldi . . .

I soldi certe volte contano come l’ultima delle merde del mondo. Lu Furnar lo sapeva benissimo, e anche Vito Riga lo sapeva, ma in quel momento parlare di soldi era l’unico modo per tappare certe schifezze che venivano a galla. Fogne profonde inerenti l’insufficienza. Quel certo non riuscire a contenere le conseguenze delle varie azioni. Cacare fuori dalla tazza, si chiama tecnicamente, con tanto di mamma occasionale che accorre, pronta a ripararti il culo.

“gliele ridò io!” gridò Pezza in preda a un inspiegabile slancio entusiasta “ho prelevato tre pezzi da cento prima di cena”

“Pezza, ma ziocane, che ci faccio con tutti questi soldi? Mi devi ridare la metà, ma non sai nemmeno questo?”

“e va bè… m’ero scordato”

“ma l’abbiamo ripetuto mille volte anche adesso coglione, che cazzo, non lo sai?”

“e va bè… non ho sentito!”

“e cosa senti, tu, mentre noi parliamo?”

“mentre voi parlate io penso, io penso sempre, io non smetto mai di pensare, io non ci riesco. Ogni tanto vorrei smettere di pensare alle mie cose, concentrarmi sulle vostre parole ma, a parte il fatto che le vostre parole sono sempre sciocche, io non ci riesco”

“e quali sono le tue cose, Pezza? Vuoi finalmente dircelo? Cos’è che non riesci a dire?”

“sono cose che tu non puoi capire”

“le cose delle messe e di quell’altre religioni?”

“adesso basta, taci, tu non puoi capire”

Pezza inglobava perfettamente la sua disperazione. Voleva sembrare impenetrabile. A guardarlo da fuori gli avresti attribuito la rara capacità di auto-psicanalizzarsi.

Intanto s’erano fatte le undici e la vita, al Duepercento, s’era affievolita di parecchio. Tanta gente se n’era già andata a bere nei locali, a drogarsi, al cinema con qualche nuova ragazza.

I quattro amici si guardarono attorno.

Al bar erano rimasti in pochi. C’era Spina, c’erano quelli che giocavano a carte, c’erano i vecchi immobilizzati sulla sedia a rotelle. Poi c’erano quelli che stavano appesi, in attesa, senza far niente.

Riga rimaneva sempre folgorato, quando vedeva questi qua: passeggiavano avanti e indietro nel bar, verso il cesso, le carte, il bancone, la porta, e poi di nuovo verso il cesso, le carte, il bancone, la porta. Poi prendevano un giornale e lo sfogliavano senza leggere una sillaba; poi ripiegavano il giornale con il modo di fare di chi ha letto già abbastanza; poi si piazzavano davanti alla televisione.

Restavano a fissare la televisione per mezzora, mani dietro la schiena, a un palmo di distanza. Guardavano ma non vedevano facce, ascoltavano ma non sentivano parole.

Erano attratti forse dai colori, i colori della televisione, li studiavano, i milioni e milioni di misteriosi granelli colorati che formano lo spettro luminoso dello schermo. Dopo essersi cecati abbastanza coi granelli facevano marcia indietro in direzione del bancone, si appoggiavano lì, guardavano Spina mentre asciugava dieci bicchierini della grappa, sette 04 della birra, venti tazzine da caffè.

Quindi si riaggiustavano la giacca e se ne andavano a sfogliare un giornale che avevano già sfogliato; o a studiare dei granelli che avevano già studiato; o dicevano qualcosa che avevano già detto; poi si mangiavano un gelato; poi si guardavano un paio di mani della partita a briscola che stavano facendo di là.

Riga non sapeva che cosa circolasse nelle loro teste, di preciso.

Forse gironzolavano in attesa di qualche clamoroso evento che potesse cambiar volto alla serata: una bella figa che va a comprare una busta di latte, un viandante slovacco con trecce e tatuaggi che ordina pizza rossa e cappuccino, un incidente stradale con quattro morti spiaccicati davanti al Duepercento.

O forse semplicemente aspettavano e basta. Stavano lì. Senza una vita.

C’era gente di vent’anni che aveva già inaugurato un’attesa agonizzante, trentenni spappolati e somiglianti a marionette, altri rapiti dal virus dell’assoggettarsi al conformismo, il conformismo di tutto, pensieri, parole, parolacce, discorsi che si devono fare tassativamente, risposte che si devono dare. Era gente che nel frattempo si dimenticava di coltivare tutto il resto: mogli, amicizie storiche, una confessione reale. Vivevano in un altro mondo. Durante il giorno correvano, correvano di continuo. Ma dove cazzo correvano?

Dove, per quale motivo?

Per tornare ogni sera lì, a placare la corsa, passeggiare avanti e indietro nel bar, guardare Spina mentre faceva il caffè a tre sconosciuti di passaggio che parlavano di autostrade intasate?

Riga e Spaccasassi decisero di andarsene. Si avviarono a piedi lungo il vialone costellato di lampioni gialli e saltarono a bordo della panda rossa agonizzante di proprietà di Vito Riga. Pezza e Lu Furnar restarono al bar, non vollero seguirli.

“torniamo al Barfly?” chiese Riga seccamente mentre il cuore dava un colpo.

“che cos’hai in mente? Dimmi…”

“niente, voglio tornare su, voglio sentire un po’ di buona musica”

“non hai per caso in mente quella? Dì la verità, hai intenzione di lasciarmi a piedi mentre tu vai a farti fare pompini fino a domattina?”

“mi piace, la storia dei pompini, e pure quella del lasciarti a piedi, ma io sogno dell’altro, biell”

“bah, basta che mi porti a casa entro lunedì mattina alle nove”

“io sogno dell’altro, faccia da cazz. Non vuoi sapere cosa?”

“No! Accendi la radio!”

Imboccarono il vicino casello autostradale.
Direzione Ancona.
Nella testa di Riga si stava materializzando il Barfly, Elena, e qualcosa di potente da sognare lungo il viaggio. Almeno una quarantina di minuti bellissimi nell’infinità della vita.

Brevevita Letters




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“Taster” by Grandaddy, from the album “The Broken Down Comforter Collection”, out in 1994