“CUORI DI ALLUMINIO” capitolo 31 – FORSE UNA DONNA

CUORI DI ALLUMINIO – capitolo 31
FORSE UNA DONNA
Riga avrebbe voluto bere, in quel momento. Buttar giù qualcosa di forte tutto d’un sorso e decidere il da farsi, ma il bere in macchina non c’era. Riga aveva però le sue sigarette, almeno quelle. Ne tirò fuori una, se la piazzò fra le labbra, se l’accese, abbassò due dita il finestrino, sputò fuori il fumo, e dichiarò:

“insomma, i miei amici Pezza e Lu Furnar non ci verranno più da te. Se vuoi i tuoi soldi prendili adesso. Sono centocinquanta carte, è quello che ti devono”

Vetriolo accostò a una cinquantina di metri dalla sala-giochi: “ma che vai dicendo, chi sei tu, non va bene per niente. Devo ancora controllare il mio quaderno”

“e che problema c’è, controlla, non ho fretta, siamo tutti molto calmi”

“mmmmh, quanto tempo mi fai perdere…” sussurrò Vetriolo nicchiando e allungandosi verso i sedili posteriori. Afferrò un quaderno. Lo sfogliò. Arrivò alla pagina dei cazzoni probabilmente, e poi disse:

“sì, ci hai azzeccato, sono centocinquanta. Ma bada bene ragazzitt ‘ , so’ centocinquanta a settimana”

“che? e mo che significa centocinquanta a settimana? Senti, questi sono i tuoi soldi. I miei amici adesso non ti devono più niente. Lasciaci in pace, i conti sono pari”

Vetriolo prese per un braccio Vito Riga mentre questo si accingeva a scendere: “penso che io e te non ci capiamo bene. La prossima settimana altre centocinquanta uagliò!”

“sì, parecchio! La prossima settimana vado dai carabinieri, se non ci lasci in pace”

“como?”

“insomma ti ho dato i tuoi soldi, adesso facci campare, levati, lasciami il braccio” Riga si divincolò dalla sua presa lercia.

Tremava. Se ne andò. Fuori era buio pesto. Cercò di affrettare il passo fino a che non fossero arrivate le luci della sala-giochi. Quello zingaro poteva fare fuoco e sbarazzarsi di certa selvaggina con un colpo alla schiena e poi fuggire, che ne sapeva Riga, che cazzo ne sapeva lui di come funzionavano certi regolamenti di conti.

Riga fece alcuni passi nel buio.
Poi, di nuovo, la luce.
Riga era di nuovo in sala-giochi.

Vetriolo non gli aveva sparato, ma anche adesso che il ragazzo era vicino al bancone continuava a tremare. Ordinò una grappa. Bevve tutt’un sorso. Il tremolio si dissolse. Ricominciò a guardarsi intorno. In sala-giochi il fermento prefestivo era al massimo livello. Le speranze dei customers post-adolescenti pulsavano, i loro cuori facevano quasi rumore, l’arrivo del magico sabato sera aveva messo in lavatrice ogni sega mentale, stortura, testata sul muro, lavoro del cazzo. Tutto ciò sarebbe rimasto a mollo per almeno tre ore. Qualcuno sfoderò un salutò, Riga scosse la testa in risposta.

S’accavallavano volti al bancone, era un viavai, un moltiplicarsi di giovani corpi assetati.

Riga accese una sigaretta, cercò di ragionare: “Questo qua cosa potrebbe fare, adesso? potrebbe spararci o farci sgozzare da qualche suo amico tossicone per centocinquanta luride carte a settimana? No, credo di no, è ridicolo. Però forse avrei fatto bene a non nominarli, i carabinieri. A certa gente gli viene l’allergia, quando sente nominare la milizia”.

Riga uscì fuori, si diresse al Duepercento. Camminava svelto e pensava ad una Ceres, pregustava già di berla appoggiato sul bancone, sotto i colpi ironici di Spina, quella merda faccia da maiale del barista. Riga intravide con la coda dell’occhio Vetriolo: lo zingaro stava smerciando droga al buio, a due passi dalla bmw con rughe croniche; aveva attorno uno stuolo di guizzanti adolescenti affamati di pallette (quelle per vedere il mondo a strisce), qualche tossico morente, e un paio di scagnozzi scuri di carnagione come lui. Pensò che lo slavo avesse già scordato tutto, che avesse ben altre gatte da pelare, altri affari loschi, ben più giganteschi, in cui doversi districare; che non potesse perder tempo con due scemi da centocinquanta carte a settimana.

C’era da starsene contenti porcozzio, e invece, all’improvviso nella notte, Riga si rese conto di stare vivendo qualcosa di nuovo, qualcosa di incerto e prorompente. Si sentiva impreparato. Una nuova leggerezza lo rendeva vulnerabile. Non seppe giudicare se la cosa potesse dipendere dall’ultima stressante chiacchierata con lo zingaro, fatto sta, che mentre Riga si avviava a piedi al duepercento, un certo fantasma più vasto sembrava osservarlo, in viaggio anche lui, ma su una pista parallela, e a pochissimi metri dal ragazzo.
Il figlio di troia era invisibile, ma Riga lo sentiva.
Sentiva il suo fiato.

Forse venivano alla luce paesaggi più profondi.
Forse una donna.
Forse qualcuno doveva prepararsi a soffrire.

Brevevita Letters




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“Blow up the outside world” by Soundgarden, from the album “Down of the upside”, out in 1996