“CUORI DI ALLUMINIO” capitolo 3 – LA FOTOGRAFIA

CUORI DI ALLUMINIO – capitolo 3
LA FOTOGRAFIA
Il protagonista principale di questa storia è stato identificato nel ventiseienne Vito Riga, colui che bene o male veniva definito come il più “normale” del gruppo, quello con una ‘nticchia di cervello in più, e appunto vorremmo adesso svelare un suo pensiero ricorrente, un dettaglio, che però è emblematico, e rivela qualcosa della sua sensibilità.

C’era questa fotografia vecchissima, che a Riga ritornava in mente molto spesso.

Egli la sfiorava col pensiero ogni volta che si ritrovava con i suoi amici in macchina, destinazione alcool, o destinazione cinema, o qualsiasi altra cosa. La macchina partiva, e Riga era sempre seduto davanti, a destra del conducente, che era quasi sempre Lu Furnar. Riga inseriva quindi una cassetta in autoradio, si voltava verso i sedili posteriori e incrociava la faccia contrariata di Pezza che gli ordinava sempre la stessa cosa: “metti musica italiana!”.

Poi si sentiva Spaccasassi sbadigliare, o tossire, o lo si sentiva rivolgere un insulto al guidatore. Nell’aria c’era comunque qualcosa. In quei momenti si respirava amicizia pura, e per mezzo secondo quella vecchia foto danzava idealmente all’interno dell’automobile. Era una foto di gruppo scattata in una non ben definita località dell’Umbria, a pasquetta, durante uno schifo di gita a Perugia, più precisamente in quel grosso parco chiamato città della domenica.

Erano partiti in otto, due macchine.

Macchina 1: Lu Furnar allupato alla guida, Riga terrorizzato al suo fianco. Sui sedili di dietro Spaccasassi dormiva, e Pezza, a causa dello spericolato conducente, era a un passo dal vomitare.

Macchina 2: quattro sprovveduti da bar di paese che si smuovevano dalla profonda provincia esclusivamente il giorno dopo pasqua, per rispettare la scadenza-scampagnata, quasi si trattasse di una bolletta da pagare. Per quelli della macchina 1 si trattò un viaggio d’inferno: Lu Furnar sorpassava quando non doveva sorpassare e frenava quando non doveva frenare. Gli idioti tornarono a casa sani e salvi per miracolo, dopo aver schivato ostacoli a centinaia, tra autotreni stracarichi di merce (in barba ai divieti nei giorni festivi) e pullman di anziani andati ad ingozzarsi in qualche agriturismo nei pressi di Assisi.

Durante il viaggio di ritorno quelli della macchina 1 avvistarono uno spiazzo sulla destra, proprio a due metri dal guard-rail. Gli idioti si trovavano ai confini tra Marche e Umbria, in una località dimenticata da chiunque, con le tortuose montagne appenniniche che si contorcevano ripide e severe tutt’attorno. Lo spiazzo era uno spiazzo più o meno rettangolare. Per terra c’erano sassi, e dossi, e fango indurito a dismisura. Qua e là disordinati ciuffi d’erba alti venti centimetri. Alle estremità due strutture in legno, che qualche pazzo aveva evidentemente piazzato sul terreno per trasformare quella specie di cortile da campo di concentramento in un campo di calcio.

Lu Furnar inchiodò ai bordi della strada. La macchina 2 si accodò eseguendo la medesima manovra. Gli idioti tirarono fuori il pallone dal portabagagli. Non ci fu bisogno di dire niente. In quanto a unità d’intenti si rasentava la perfezione. A un tratto si ritrovarono tutti fuori dalle macchine. Cominciarono a saltare come dodicenni all’uscita della scuola, e a rincorrersi, e a rincorrere il pallone. Sudarono come maiali. Avevano addosso i jeans ed i maglioni. Entrarono in scivolata nonostante il terreno argilloso a pietre aguzze, litigarono, si massacrarono a dovere le caviglie. Prima di scendere in campo, fotografie di rito atte ad immortalare le due compagini sfidanti, macchina uno e macchina due, in piedi e accosciati, come si suole nelle migliori occasioni calcistiche domenicali.

L’indomani qualcuno portò a sviluppare i rullini. Era il 1989.

Qualche tempo dopo, Vito Riga, al duepercento, sul bancone tutto appiccicaticcio per le sbavature dei campari soda, guardò ‘ste benedette foto. Nient’altro che una sfilza di immagini inutili, insignificanti, che quasi mettevano tristezza: metà de Lu Furnar che addentava un panino al formaggio, tre quarti de Lu Furnar che rovistava nel suo zaino, un’immagine scurissima di Pezza che dormiva e così via, uno zero dietro l’altro. Poi Riga si ritrovò tra le mani la foto scattata nel campetto di concentramento.

La fissò per qualche istante. Era veramente bella.

“questa me la prendo io” gridò.

Sorrise, fece sì con la testa: “ma quante chiacchiere che non servono a niente… eccola qui la risposta a tutto”.

Brevevita Letters




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“Next to Nothing” by Swell, from the album “Whenever you’re ready”, 2003