“CUORI DI ALLUMINIO” capitolo 26 – IL SABATO DI VITO RIGA

CUORI DI ALLUMINIO – capitolo 26
IL SABATO DI VITO RIGA
Alle sette e un quarto antimeridiane di quel sabato 25 gennaio, in camera di Vito Riga suonò la sveglia. Come ogni giorno le primissime reazioni furono intrise di violenza autolesionista: “che faccio? Mi tuffo a pesce dal balcone? Oppure vado a lavorare?”, però quella mattina Vito Riga si auto-rivolse queste domande con particolare foga.

Il momento in cui si tolse dalle coperte fu tremendo, fu come fare capolino fuori dalla placenta della mamma. Sperava in un infarto, un ictus, un qualcosa che lo facesse cappottare al suolo e buonanotte a tutti, io torno a dormire in ospedale, o al camposanto.

Per colazione Riga bevve acqua, tantissima acqua. Si sentiva un autotreno di tabacco nella gola e sulla fronte gli erano esplose delle protuberanze rosse. Le palpebre erano aghi che si conficcavano negli occhi, le ginocchia erano al momento arti appartenenti a un ottantenne, e gli unici pensieri che circolavano erano bestemmie.

Infilò la tuta da metalmeccanico lottando contro il freddo. I lacci delle scarpe anti-infortunistiche e la scritta “tempesta” sul barometro appeso nel soggiorno gli ricordarono frammenti di qualche strano sogno fatto nella notte. Sognava sempre, ogni notte, e ricordava sempre tutto, ma quel mattino no, non poteva ricordare, aveva già rimosso, era completamente foderato dal coma più imponente e sentiva un freddo cane.

Scese per le scale.

Al di là dei muri il rumore del traffico sembrava volesse farlo ripiombare in fretta nel mondo degli uomini lucidi e sicuri di sé. Aprì il portone: Centobuchi era già sveglia, al semaforo c’erano già due che litigavano a colpi di clacson e fregna d mammta.

Erano scesi dalle rispettive macchine e si stavano accanendo su presunti errori commessi dall’altro guidatore, ma in realtà davano la sensazione di stare urlando contro un presente che non li appagava. Una bella scena, piena di vita, quella vita distorta e sballata che disorienta i deboli, i più poveri, gli ammalati.

Vito Riga scaraventò le sue ginocchia rotte sulla panda rossa agonizzante e schiacciò il pulsante ON della sua radio. C’era inserita una cassetta dei Pavement, Portland, Oregon, Stati Uniti nord-occidentali: “vuoi vedere che arrivo a mezzogiorno anche quest’oggi?” pensò immediatamente.

S’infilò nel traffico, arrivò a destinazione, parcheggiò.

Entrò in ditta, non guardò nessuno, puntò rognosamente verso il suo posto di lavoro.

Prese i primi due pezzi di ferro, li piazzò sotto la pressa, tolse le mani, premette i pulsanti, tolse i due pezzi di ferro, prese altri due pezzi di ferro, li piazzò sotto la pressa, tolse le mani, premette i pulsanti, tolse i due pezzi di ferro… capito l’andazzo, no?

Dopo qualche minuto Riga gettò via le apparecchiature anti-freddo (guanti e cappello di lana) e iniziò a canticchiare sottovoce “We Are Underused” dei Pavement. Gli tornarono in mente le gesta da consumato attore americano che aveva prodotto poche ore prima, gli tornò in mente Elena, e allora il cuore diede un colpo: “ormai è sicuro, arrivo a mezzogiorno anche quest’oggi”, pensò con ardore.

Cominciò a guardarsi in giro e a distribuire qualche accenno di sorriso. I suoi colleghi li conosceva a malapena, lavorava lì da poco, e quello era forse il primo giorno in cui si presentava in fabbrica in schifose condizioni: “tu stai male, ma che ti sei bevuto ieri sera?” gli gridò un baffuto operaio dalla faccia simpatica di cui Riga non conosceva ancora il nome. Aveva pressappoco quarant’anni, un paio di belle guance grasse colore rosa acceso e il cartellino numero 18. La sua battuta attirò l’attenzione generale su Vito Riga, tutti si voltarono a guardarlo, divenne l’attrazione della mattinata. I ragazzi dell’officina erano fantastici, si adoperavano per aiutare Riga a superare il coma. C’era chi si offriva di accompagnarlo al bagno a fargli sciacquare la faccia, altri che insistevano per pagargli un caffè.

Poi arrivò un momento in cui, anziché cantare, gridando a squarciagola Riga scimmiottava gli assoli di chitarra. Ne arrivò un altro in cui davvero gli sembrava di morire, in cui la pressa era l’unica cosa esistente, e il cuore era una macchina col motore rovinato, che sbandava in autostrada e sbatteva sul guard-rail.

In sottofondo scorrevano i racconti amaramente ironici dei suoi compagni, che di sabato mattina avevano un aspetto molto meno triste. Parlavano di alfette modificate e agriturismi da quattro primi e tre secondi a diecimila lire.

Alle undici il titolare scese a fare un giro in officina. Riga aveva appena messo la testa sotto la fontana, per l’ennesima volta, e sgocciolava.

Il titolare lo notò e gli disse: “we, cos’hai, sei tutto bagnato, ti senti bene?”

“sì sì non si preoccupi, è solo che ieri sera ho fatto un po’ tardi”

“attento alle mani, allora, non le lasciare sotto quel giocattolino, mi raccomando”

Riga abbassò la testa e non rispose, ma appena quello si girò, si toccò le palle ficcandosi tutte e due le mani fin dentro le mutande, potentemente.

Il lavoro andava avanti, l’orologio correva molto piano. Perso in mezzo a dieci milioni di rumori meccanici e sibili contronatura, ogni tanto Riga pensava a Vetriolo, pensava che gli avrebbe fatto un culo tanto, pensava ai suoi amici, oppure veniva accecato da una lista di frasi incerte di Selenio. Poi gli sfrecciava velocemente tra le dita una lite con Giovanna, la sua ragazza infermiera, oppure uno del pubblico che durante un varietà televisivo si alzava dalla poltrona per schiaffeggiare la presentatrice. Pensava poi che i Pavement potessero entrare da un momento all’altro in ditta per ordinare un portone tagliafuoco da montare in casa loro, pensava che gli sarebbe piaciuto fare sesso con un vigile urbano-donna, si lasciava accarezzare dal fresco ricordo di Elena e della notte appena trascorsa su al Barfly.

Erano tutte buone scorciatoie per giungere alla fine.

I più anziani cominciarono a sciacquarsi le mani e a togliersi i camici blu già a mezzogiorno meno dieci. Cento pezzi più tardi Riga spense la pressa e le urlò: “vaffanculo, brutta troia!”

Pensò che la troia si sarebbe vendicata lunedì.

Un ragazzo di cui Riga non conosceva ancora il nome gli appoggiò una mano sulla spalla. Sorrideva. Teneva in mano il cartellino numero sette. Insieme si avviarono verso l’uscita come due compagni di scuola in partenza per le vacanze. Lui gli disse: “che fai, parli da solo?”

“beh no, parlo con la troia della pressa”

“brutto segno. Due settimane che sei dentro e già ti metti a parlare con la pressa?”

“perché, tu da quanto tempo ci lavori?”

“quindici anni”

“e quanti anni hai”

“io? trentuno”

Riga lo odiava il trentuno. Era il numero del suo cartellino. Ed il suo nome lui lo conosceva, quello almeno sì, ma davvero lì dentro un nome non contava un cazzo.

Brevevita Letters




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“Bela Lugosi’s dead”, by Bauhaus – from the album “Press the Eject and Give Me the Tape”, 1982