“CUORI DI ALLUMINIO” capitolo 24 – IL SABATO DI SPACCASASSI

CUORI DI ALLUMINIO – capitolo 24 
IL SABATO DI SPACCASASSI
Spaccasassi passò il suo solito sabato pomeriggio. Barricato in casa. Non sognò un cazzo. Alla televisione trasmettevano stupide anteprime di prossimi scontri di campionato. I giornalisti facevano domande da ritardati, i calciatori rispondevano in maniera tale da far sentire il telespettatore un’entità inutile.

Verso le tre di pomeriggio in quella casa non c’era una bella atmosfera: la luce di un tiepido sole filtrava dalle tapparelle mettendo in risalto nebbia di Marlboro, un soggiorno di ghiaccio, dove tutto era immobile, e una pioggia di tazzine da caffè schierate oltre il vetro di una credenza che nessuno apriva da anni.

Spaccasassi si accorse che gli stava venendo fame e dal divano, dove amava sprofondarsi ogni momento, guardò d’istinto verso il tavolo da pranzo: mise a fuoco una pentola sporca, ossa sgretolate di pollo da supermercato, e un bicchiere d’acqua pieno a metà. Tutta roba che stava lì dalla sera prima.

Poi sentì una frase oscena durante un notiziario regionale. Cambiò canale: una showgirl senza mutande diceva la sua su un mostruoso delitto avvenuto in una tranquilla cittadina del Piemonte. Cambiò canale: sei leoni divoravano con furia feroce una zebra ancora viva. Rabbrividì e cambiò canale: centocinquanta idioti totali sputavano sentenze riguardo a tragedie familiari di gente sconosciuta. Il telecomando correva come un cane, la mano di Spaccasassi era epilettica: Schumacher, i motori, il tedesco, l’inglese, i gioielli di cartone e le offerte irripetibili, gli studiosi dei sogni e le telefonate, i film del pomeriggio con le madri-coraggio picchiate da mariti alcolisti, di nuovo l’intervista alla showgirl, il suo piatto preferito, il prezzo delle sue mutande, la nebbia di Marlboro, il sole tiepido, e soprattutto il maledetto idiota sulla strada che proprio non smetteva di suonare quel suo porco clacson.

Spaccasassi abbassò le palpebre e si strinse la base del naso tra le dita.

Un attimo prima di ricopiare le gesta di Bob Geldof nel video di “The Wall” si ricordò dei suoi amici, gli unici a dare un senso alla sua esistenza.

Si schiodò di scatto dal divano cercando di sferrarsi un bel colpo di energia: “basta così!”, si disse ad alta voce. Decise eccezionalmente di prepararsi un caffè (non lo prendeva mai, non gli piaceva), ed altrettanto eccezionalmente di spegnere la tele; poi, sfidando il freddo, spalancò tutte le finestre, addirittura aprì le antine di quella credenza che non toccava mai nessuno: “entra, aria, entra dentro questo posto, rallegra queste tazzine tristi” , disse ad alta voce.

Prese una tazzina e la sciacquò nel lavandino, si versò il caffè bollente, lo bevve danzando nel soggiorno, sparecchiò la tavola.

Decise anche che avrebbe dato una pulita, una bella spolverata, una bella passata di straccio dappertutto, con un bel detersivo che lasciasse un buon odore, un odore più gradevole di quello proveniente dai posacenere intasati, un odore fresco e positivo e che sapesse un po’ di frutta, qualcosa che si differenziasse totalmente da tremila putride cicche di Marlboro.

Accese lo stereo e mise su la solita cassetta, che anni prima aveva rubato nella macchina de Lu Furnar. All’inizio del lato A c’era una canzone chitarrosa e scatenata che parlava di un certo Danilo, di questo Danilo che arrivava dall’Olanda con gli acidi buoni per vedere il mondo a strisce. Spaccasassi quella canzone la adorava, la sentiva anche venti volte al giorno, e anche se gli acidi accecanti provenienti dall’Olanda lui non li prendeva, quella canzone era il suo specchio e il suo viaggio: l’acido a pulsanti era il telecomando, il mondo a strisce la tv, l’Olanda il suo divano.

Alle quattro e mezza suonarono al portone. Era il solito rompicoglioni lì a fianco, quel certo Cinciripini gonfio analfabeta alcolizzato e rosso in faccia, ma non chiedeva mica a Spaccasassi di abbassare il volume dello stereo:

“mi puoi accompagnare al Ferro e Fuoco?”

“eh? Alle quattro e mezza di pomeriggio?”

“apre alle cinque, dalle cinque alle sei c’è l’happy hour, non lo sapevi?”

“non mi importa di saperlo, ho da fare, e poi sei matto? Io che ti accompagno all’happy hour? ma scherziamo?” Spaccasassi fece per sbattergli il portone in faccia, ma Cinciripini si mise a supplicare:

“aspè, non è per l’happy hour, sono nella merda Spacca, devo prendere i biglietti omaggio per il Vanilla, ti prego”

Il Vanilla era una discoteca house.

“non se ne parla, sto pulendo casa, vattene, vacci col postale”

“eddai Spacca, facciamo subito, andiamo e torniamo, eddai non ho una lira, il padrone mi paga lunedì”

Al gonfio Cinciripini avevano già tolto la patente. Era troppo alcolizzato. Egli muoveva un corpo dipendente, nel tempo e nello spazio, e in quel momento sembrava non bevesse da dodici ore circa. Per lui si profilava l’ennesimo sabato sera vissuto di striscio, relegato al Duepercento, seduto lì fuori, nel freddo, senza una lira, a fissare il vuoto, in attesa di un benefattore periferico, qualcuno disposto ad offrirgli una bottiglia di Peroni da tre quarti.

Spaccasassi fu sopraffatto dalla pena: “cazzo! Ok, ti ci porto, mi fai troppa pena. Aspettami di sotto, mi vesto e arrivo, ci metto due minuti”

“ma non posso entrare? Sotto fa freddo”

“Lo so che fa freddo, ma ti ho appena detto che sto pulendo casa. Tu me la risporchi. Aspettami di sotto ho detto! Se no non ti ci porto più”

Brevevita Letters




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“The Mirror”, by John Frusciante – from the album “The will to death”, 2004