“CUORI DI ALLUMINIO” capitolo 23 – BOMBARDAMENTO DI CAMPARI SODA

CUORI DI ALLUMINIO * capitolo 23      
BOMBARDAMENTO DI CAMPARI SODA
Lu Furnar si mise ad aspettare davanti all’officina. Per lui, aspettare significava aspettare tre secondi, dopodiché impazziva. Cominciò allora a passeggiare avanti e indietro, a parlare da solo, ad accendere sigarette e a gettarle dopo un tiro. Oltretutto nella macchina ci stava pure il cane Settimio, cazzo, che tra l’altro doveva pisciare.

Dov’era finita quella maledetta macchina?

La serranda dell’officina era ancora abbassata per metà, ma dentro non c’era più nessuno, neanche il ragazzino/aiutante, il quale, nel caso fosse stato un tipo sveglio, avrebbe già dovuto essere a bordo di un volo trans-continentale. Insomma niente, deserto totale, se n’erano andati tutti, ma che porco zzio!

“Che faccio, svolto l’angolo? Svolto quel cazzo di angolo? Guardo oltre quel maledetto angolo?” si ripeteva freneticamente Lu Furnar passeggiando avanti e indietro.

E proprio da quell’angolo ricomparve all’improvviso il meccanico Amadio, camminava a piedi, e aveva un aspetto sconsolato, indolenzito, medio-dolorante; si era rimboccato una manica della tuta e si massaggiava un avambraccio.

Ormai Lu Furnar si aspettava delle notizie devastanti.

Carpendo faticosamente dei significati da certe frasi rozze di Amadio, Lu Furnar venne a conoscenza dei fatti. Lu Furnar tacque quindi qualche istante. Poi cominciò a guardare il rettangolo d’asfalto dove mezz’ora prima aveva parcheggiato la sua macchina. Sperò che il resoconto del meccanico gli si cancellasse dalle orecchie, sperò che la cinquecento gialla magicamente riapparisse, ma niente, le porche notizie riferite dal rozzo uomo dei motori erano vere. Quindi prese Amadio per il bavero e strillò:

“e adesso dove cazzo sta la macchina, coglioneee??”

Quel coglione di Amadio, insomma, aveva appena finito di aggiustare i freni quando, come ogni volta al termine di un lavoro, era andato a fare un giro per testare i risultati. Aveva messo in moto, era partito, aveva svoltato l’angolo ed aveva imboccato il vialone che porta al fiume Tronto. Senonchè, al primo colpo di freno, s’era levato un minaccioso ringhio alle sue spalle. L’istante dopo il cane Settimio aveva già posato i denti sull’avambraccio del meccanico, distraendolo pesantemente dalla guida. Il resto è storia prevedibile: nel disperato tentativo di divincolarsi, il meccanico Amadio aveva centrato in pieno un cartello stradale di “pericolo attraversamento animali”. E la cinquecento gialla da pagare a rate giaceva ancora lì, leggermente fuori strada, tra le erbacce, oltre quel maledetto angolo, a un centinaio di metri dall’officina.

Lu Furnar raggiunse la scena del ridicolo incidente. Settimio stava dritto e arzillo sul sedile della guida e guardava con apprensione fuori dal finestrino:

“stanotte l’aereo, adesso la cinquecento, adesso basta figlio di puttana, stai a cucciaaa!! e adesso piscia! Muoviti! Stronzo di cane!”

Dopo di questo, Lu Furnar decise immediatamente di andarsi a ubriacare per dimenticare tutto in fretta. Si ficcò al Duepercento fino all’ora di cena. La cinquecento gialla non aveva un graffio, in fondo il meccanico Amadio procedeva a venti all’ora, ma Lu Furnar bevve ugualmente sei Campari Soda corretti al prosecco. C’era da starsene contenti, poteva andare peggio, Amadio gli aveva perfino fatto un grosso sconto considerando gli imprevisti, ma Lu Furnar sgranocchiò rognosamente sette chili di noccioline americane. Non disse una parola per tre ore. Era uno schifo di pomeriggio, ormai aveva deciso, i suoi nervi avevano ceduto, il suo umore era andato a farsi un giro su qualche laida giostra di montagne russe, e i suoi pensieri erano in fase di intossicazione alimentare.

Interruppe quel silenzio solo quando vide Pezza conciato come un rapper da strapazzo. Dovette apostrofarlo con gli insulti che sappiamo, ne sentì proprio la necessità. Poi andò a prendere un grosso trancio di pizza giù al Fornaccio, tornò a casa, fece un’altra doccia per togliersi di dosso l’assopimento da Campari, quindi schizzò di nuovo verso il bar. Là davanti il sabato notte incalzava. Pezza era uno spettacolo. Il Duepercento sembrava un posto felice, in totale fermento. Lu Furnar stava giusto tornando a una risata fragorosa e sistematica, quando vide passare Vito Riga in macchina con lo zingaro Vetriolo. Non riuscì a capire che cosa stesse succedendo, non sapeva che pensare, rimase fermo immobile come un sasso.

Brevevita Letters




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“What I always wanted”, by Swell – from the album “Too many days without thinking”, 1997