“CUORI DI ALLUMINIO” capitolo 22 – MI CHIAMO SERENA

CUORI DI ALLUMINIO – capitolo 22   
MI CHIAMO SERENA
La scena era adesso questa: al banco erano di fronte Lu Furnar e la grassona. C’era una caciara infernale e le frasi si capivano a malapena.

“ragazzì ‘ , bello di casa , cos’è che hai detto?”

“un caffè, un caffè! Un cencio di caffè, si può avere?”

La grassona preparò il caffè, tra il chiasso e le bestemmie che non davano tregua. A un tratto uno di quei vecchiacci gettò le carte per aria, sferrò un pugno sopra al tavolo e uscì dal circolo imprecando. Un altro, con la faccia che sembrava un letto disfatto, rivolse una volgarissima frase alla barista:

“se mi capiti sotto ti faccio un culo tanto”

“senti Oreste, ma che cerchi, io ho da fare, guarda quanta gente ho da servire, non ho tempo per le avances di un vecchio porco”

“aaah, ecco, è caricata a pile, dà sempre la stessa risposta a tutti, qualsiasi cosa le si dica, ora capisco” si disse Lu Furnar mescolando il piscio nero.

Una cosa era certa: quelli lì dentro non erano come i vecchi che di solito uno s’immagina. In loro non c’era traccia di pace e di saggezza. Continuavano a scannarsi, anche da vecchi, anche con il culo già appoggiato al cimitero.

Non avevano l’aspetto di chi familiarizza con una tranquilla sedia a dondolo, o una Chiesa.

Nessuno, tra quei ruderi ingrugniti, si sarebbe mai sognato di accompagnare il nipotino al parco. Cosa?? Nipotino al parco? Molti di loro non avrebbero esitato a giocarselo a tressette, il nipotino.

Intanto il vecchio maiale selvatico di Oreste andava avanti:

“senti, ma lo vuoi vedere il bestione che c’ho in mezzo alle gambe? Scommetto che ti piace, è bello duro, si mantiene bene”

“se si mantiene come la tua faccia, allora stai fresco. E adesso lasciami stare, guarda quanta gente ho da servire”

“e questo ragazzotto chi è? tuo figlio?” Oreste si rivolse clamorosamente a Lu Furnar: “la tua mamma è troppo nervosa, dovrebbe riposarsi, le servirebbe un po’ di compagnia, he he he, diglielo anche tu”

“ao, non mi toccare che cazzo tocchi” gli urlò, scattando, Lu Furnar “pensa alla tua, di madre, pensa a quella vecchia scrofa morta”

Oreste nemmeno gli rispose, fece qualche passo verso il centro del locale e si scelse due compari con cui avviare un discorso sui broccoli piantati di recente. L’età aveva reso il suo cervello impermeabile ed immune, un felino resistente a tutto.

Dopo di questo, Lu Furnar adocchiò individui poco oltre i quarant’anni che “già” frequentavano quel posto: tenevano le mani in tasca, scarceravano sguardi dolorosi, seguivano le partite a carte, ciondolavano da un tavolo all’altro in cerca di qualcosa di impossibile, qualcosa che nel Circolo non esisteva.

Lu Furnar decise immediatamente di mettere un chilometro tra sé e quello squallore: lui di anni ne aveva appena ventisette.

“Allora quant’è, cinquecento lire?” chiese Lu Furnar raggiungendo il registratore di cassa “ehi, ehi, barista, mi fai pagare? Sono qui con i soldi in mano cazzo!”

Ma il bancone in quel momento era deserto.

La grassona era sparita.

Tutt’a un tratto, da dietro una porta scorrevole di plastica, spuntò fuori un esserino che con le altre cose disgraziate intorno non c’entrava proprio niente: “eccomi. Mia madre ha da fare cinque minuti, ci sto io, che devi pagare?”

Era una ragazzina fisicamente molto ben distribuita, pulita cazzo, veramente bella, con degli occhi neri e luccicanti; aveva una voce gentile, aveva un sorriso che rischiarava i muri e candeggiava il pavimento, praticamente un raggio di sole nella tazza del cesso. La ragazzina si chiese come mai un prestante e nerboruto giovanotto fosse capitato in quel posto. Ne sembrava felice, comunque.

Lu Furnar esibì a questo punto un tono di voce molto più docile e pacato: “ho preso un caffè. Quant’è? cinquecento lire?”

“cinqueccinquanta, mia madre ha aumentato i prezzi di recente”

“ ‘ngula oh! ma allora volete mandare questi vecchi in fallimento . . .”

La ragazza s’aprì in un sorriso di quelli tosti e complicati, una di quelle cose che, se unite a un po’ di cattiveria (questa sarebbe arrivata magari nel prossimo futuro), potrebbe realmente iniziare a distribuire ferite a rotta di collo.

Lombardozzi pagò e uscì fuori. Il rozzo meccanico Amadio, tutto ricurvo su sé stesso, si stava occupando della cinquecento gialla da pagare a rate.

Lu Furnar decise allora di tornare indietro a lavorarsi quella dolce ragazzina: “senti, visto che ci sei, fammi un Biancosarti senza scarafaggio, ho la macchina dal meccanico qui a fianco, sono costretto ad aspettare”

La ragazza tutta contenta eseguì, seppur chiedendosi cosa mai significasse quella storia dello scarafaggio.

“ma come fa tua madre a permetterti di stare qui dentro, me lo spieghi?”

“perché, che c’è?”

“c’è che ho deciso che berrò Biancosarti senza scarafaggio finché non torna tua madre. Non ti lascio da sola qui dentro”

“scusa, ma cos’è questa storia dello scarafaggio, non capisco”

“lascia stare, te la racconto un altro giorno, adesso hai da fare, guarda quanta gente hai da servire”

Le frasi, in mezzo a quella bolgia, sembravano rincorrersi, girare dentro a un vortice; dopo pochi minuti di frequentazione Lu Furnar sembrava avesse ingoiato l’intero campionario di esclamazioni tipiche del posto.

Intanto la ragazzina era agitata, si sentiva lo sguardo de Lu Furnar sulla pelle. I due non si dissero più niente fino al ritorno della madre di lei. Solo allora Lu Furnar ruppe il silenzio e ordinò: “vieni qua, fammi pagare. E dimmi come ti chiami”

“mi chiamo Serena”

“va bene Serena, sei una bella ragazza. Fammi sapere se qualcuno ti tratta male, che lo sistemo io”

“va bene, ma non so a cosa ti riferisci”

“Lo so io. Ciao”

Ormai Lu Furnar aveva deciso: quella ragazzina gli piaceva di brutto.

Uscendo fuori notò però uno strano affare: la cinquecento gialla era scomparsa: “uhm, e mo che cazzo succede”, disse a sé stesso mentre nel contempo affrettava il passo.

Brevevita Letters




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“Coney Island of your mind”, by Wisdom of Harry – from the album “House of Binary”, 2000