“CUORI DI ALLUMINIO” capitolo 2 – I CESSI PUBBLICI IN RECANATI

CUORI DI ALLUMINIO – capitolo 2
I CESSI PUBBLICI IN RECANATI
Alle nove e mezza i ragazzi parcheggiarono a pochi passi dal Barfly. Tre minuti più tardi piombarono a tutta forza nei cessi pubblici di Recanati. Tutti tranne Vezna, che aspettò fuori e disse: “datevi una mossa, qui c’è un freddo cane”. Il cesso pubblico era un’esperienza nuova, per questi soggetti. A Centobuchi (AP), il paese dove tutti loro abitavano ed erano cresciuti, non c’erano infrastrutture del genere, figuriamoci; e a San Benedetto del Tronto, la cittadina dove questi ometti avevano trascorso tutti i sabato sera della loro vita, erano fuori uso già da un pezzo.

Comunque.

Nel cesso, chinato sul lavandino, Pezza si sciacquava la faccia e si analizzava qualche brufolo allo specchio; Spaccasassi e Lu Furnar producevano suoni disgustosi servendosi di alcuni orifizi disseminati lungo il corpo, mentre gli occhi di Vito Riga saltellavano sull’immagine decrepita di un orinatoio di porcellana con un grosso squarcio in alto a destra. Le voci rimbombavano e c’era un odore da ospedale. Può darsi che fosse disinfettante, o un qualche strano acido muriatico. Un rubinetto sgocciolante diffondeva l’inquietudine nello stanzone bianco. I quattro idioti devono aver pensato che l’atmosfera spettrale andasse combattuta cazzeggiando.

Riga si mise a urlare come un pazzo: “Vezna, vieni dentro con noi! Non sono tanto zozzi ‘sti cessi”

Spaccasassi e Lu Furnar lo seguirono a ruota: “Vezna, corri a farmi un pippone, ti prego, ne ho bisogno”

“Vezna, se indovini che cosa c’ho per mano te ne do un pezzo” , e altre oscenità del genere.

Urlavano tutti tranne Pezza, che continuava a sciacquarsi e a esaminarsi la faccia nello specchio.

I minchioni sbraitavano e si rincorrevano come animali appena fuggiti dalla pericolosa gabbia della routine settimanale, ognuno chiuso a chiave dentro il suo lavoro del cazzo. Tranne Pezza, sempre lui, che anziché sbraitare girovagava perplesso in qualche mondo parallelo, oramai completamente perso nello specchio.

Quanto a Vezna, lei era bella, aveva senso dell’umorismo, e la rara capacità di produrre opinioni forti sulle cose che vedeva attorno, Vezna produceva e regalava, e fuori dal cesso regalò subito qualcosa: “Vito, mi deludi. Dovresti tenerli a freno questi idioti e invece sei tu che li scateni”.

Ci fu silenzio.

“oh Vito! parlo con te!”

Nessuna risposta.

“E’ inutile, siete quattro stronzi!”(sottotitolo non vi scoperò mai, a nessuno, sia ben chiaro)

Vezna si rivolse a Vito Riga, ma l’unica reazione che ottenne fu una smorfia da ganimede, come quelle che fai alla mamma quando questa sgama che a scuola stai facendo schifo.

Siete quattro stronzi fu una frase che rimbombò per qualche istante nella quiete della via, mentre due cani scomparivano lesti dietro una ruetta.

Quattro stronzi: Vito Riga, che comunque anche a lui lo chiamavano spesso per cognome, Pezza, Spaccasassi e Lu Furnar. Erano in quattro. Sempre. Da vent’anni.

Brevevita Letters




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“Little Argument with myself” by Low, from the album “Trust”, 2002