“CUORI DI ALLUMINIO” capitolo 19 – IL SABATO DE LU FURNAR

CUORI DI ALLUMINIO – capitolo 19
IL SABATO DE LU FURNAR
Di ritorno dalla notte al Barfly, alle 5 antimeridiane Lu Furnar scese dalla macchina di Pezza. Mise a fuoco una casa.

“uuuhh… è casa mia?”

“sì levati dalle palle, vattene!!”

Raggiunse il portone barcollando, tirò fuori le chiavi, riuscì ad entrare. Cercò di raggiungere il letto al piano di sopra. Tentativo vano. Franò sulle scale, schiena sui gradini, testa sul pianerottolo di marmo.

Suo padre, che era in pensione, si svegliò alle otto per portare il cane Settimio a pisciare. Si ritrovò suo figlio tra i piedi a metà scalinata. Appena si rese conto che non si trattava di un cadavere (russava come un ariete), gli rifilò un calcio tra le costole per scansarlo. Non gli disse niente, nemmeno una parola, e continuò a scendere le scale come se niente fosse. Giusto il cane Settimio – un aitante pastore tedesco di tre anni – dimostrò un minimo d’affetto leccando un po’ la faccia di quel corpo inerme che giaceva al suolo.

Lu Furnar emise quindi qualche strano suono da animale, poi aprì gli occhi. Dire che stava male è veramente poco. In bocca c’aveva un incendio: arsura totale, testa che pesava sei quintali. Raggiunse la cucina e si scolò un litro d’acqua. Gli girava tutto il mondo fuori, la luce gli dava fastidio, i colori accesi gli davano fastidio, il freddo che faceva lì in cucina gli dava fastidio. L’unica cosa che gli parve sopportabile in quello schifoso inizio di giornata fu il pensiero, perlomeno questo, di non dover andare a lavorare.

Lu Furnar spense la luce e uscì dalla stanza. Aveva adesso davanti, di nuovo, quelle scale. Guardò la ringhiera e gli disse: “dammi una mano almeno tu”. Salì di sopra correndo, ansioso di mettersi alle spalle le due rampe.

Piombò in camera sua, guardò il letto e gli disse “ooooohhh, ti amo cazzo!” Crollò a pancia in sotto, braccia e gambe selvaggiamente divaricate, la chiamavano la posizione del quattro di spade.

Seguono incubi.

Lu Furnar sognò di viaggiare in aereo. Posto 48, fila F, finestrino di destra. A pochi passi da lui un pastore tedesco si agitava ed abbaiava. Il cane non aveva guinzaglio. C’era questo maledetto pastore tedesco che importunava tutti. Morse una hostess, che prese a sanguinare a fiotti da una gamba. Un dottore che era a bordo cercò di fermare l’emorragia, ma la situazione era grave. La hostess, terrorizzata, chiedeva: “mi dica la verità, sto morendo? Non voglio moriree!”

Nel bel mezzo del dramma i passeggeri continuavano tranquillamente a leggere il giornale, a masticare chewing-gum fosforescenti tipo evidenziatore trattovideo, a mostrare ai bambini il panorama: “guarda qua, quella è la Siberia, la stai studiando adesso a scuola”

Intanto il pastore tedesco continuava a imperversare: adesso stava cercando in tutti i modi di aprire il portellone della cabina di comando. Azzannando e morsicando rabbiosamente la maniglia riuscì infine nell’impresa.

Il pilota dell’aereo alzò i tacchi in preda al panico. Barcollando tra i sedili prese a urlare: “signori, dite le vostre preghiere, stiamo precipitando! Quel bastardo di cane si è impadronito dei comandi!”

A questo punto Lu Furnar, tutto scocciato, si alzò con tutta calma dal sedile 48, e sbadigliando si diresse verso la cabina: “Settimio, bello, adesso basta, stai a cuccia”

BREVEVITA LETTERS




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