“CUORI DI ALLUMINIO” capitolo 17 – LE GINGOMME FUXIA

CUORI DI ALLUMINIO – capitolo 17
LE GINGOMME FUXIA
Pezza rientrò a casa e caricò la sveglia alle diciotto. Attorno a quell’ora, pressappoco ogni giorno, Letizia transitava sui marciapiedi di Centobuchi con in mano la borsa della spesa.
Si ficcò nel letto e poi alle diciotto balzò in piedi. Andò allo specchio e si guardò. Il suo corpo rilasciava un tanfo di sudore. Fece una doccia, in fondo era sabato, il giorno giusto per darsi una scrostata.
Per qualche istante gli sembrò che l’acqua stesse lavando via tutto: Apriceno, l’autostrada, la tremenda piazzata dopo il tamponamento, il commesso odioso, gli sguardi spaziali della gente al centro commerciale, l’eroina… Per due bellissimi secondi Pezza si scordò dell’eroina.

Si tolse dalla doccia, s’asciugò, s’infilò la roba larga che aveva comperato.

Tornò allo specchio: uhm, sembrava un’altra persona adesso, specialmente per via di quel cappello newyorchese. Era rosso, con una grossa striscia bianca in mezzo, e soprattutto largo, larghissimo, veramente enorme, tanto che la sua faccia, lì sotto, pareva dovesse scomparire da un momento all’altro. Pezza immaginò le reazioni al Duepercento, le prese per il culo a raffica.

“Va bene, va bene, andiamo” si disse uscendo dalla porta “vediamo che succede”

Entrò al Duepercento che gli veniva da ridere. Dovette affrontare immediatamente Spina, l’orrenda faccia da maiale del barista, che dapprima lo guardò spaurito, poi gli chiese ridendo come un matto: “non è possibile, non è possibile, ha hha ha! ma hai rapinato un rapper?”

Pezza non lo calcolò nemmeno per un attimo, comperò una manciata di gingomme fuxia e uscì. Si sedette sul muretto lì fuori, a guardare la gente che andava a giocare la schedina. Aveva in bocca un malloppone grosso come una pallina da tennis.

Passavano i minuti. Pezza guardava e masticava le gingomme.

Ed ecco Letizia finalmente, eccola che arrivava, e come al solito svettava prepotente in mezzo ai nugoli di amiche cinguettanti che sempre e dovunque la seguivano. La tenera Letizia risplendeva da lontano, in quel gruppetto; era la più bella e la più grande, quella che era nata per guarire gli ammalati. E quando riconobbe Pezza sotto quel cappello appariscente lei divenne un po’ più rigida, sembrava un po’ agitata, come se dovesse oltrepassare un paio d’occhi a cui lei teneva molto. E quando giunse di fronte a quel muretto disse “ciao”, cercando con tutte le sue forze di mascherare l’emozione che la stava attraversando, era adorabile.

Pezza scosse la testa e le sorrise, continuando a masticare il malloppo di gingomme. Lei proseguì dritta sul marciapiede, senza voltarsi, ma dicendo tutta una serie di cose alle sue amiche.

Ebbene, lo sguardo di quella bambina non era cambiato.

Di tutti quei vestiti nuovi a lei non importava. Pezza ebbe la sensazione che lo sguardo della piccola Letizia potesse sopravvivere anche di fronte a una pettinatura voluminosa alla Gianni Bella, a sette cani randagi portati a spasso col guinzaglio, a un drago tatuato sul pene, a una moto col manubrio in cielo e la sella a pel d’asfalto, a un paio di mutande squarciate sul culo, sei piercings sulla lingua, dodici fesserie dichiarate durante una cena, dodici frasi storpiate, dodici titubanze di troppo. Pezza trovò consolante pensare che avrebbe potuto continuare ad incrociare quello sguardo comunque. Qualsiasi scemenza gli fosse venuta in mente di fare.

Fu una cosa bellissima.

Pezza fu attraversato da una sensazione di potenza travolgente. Per la prima volta in vita sua si sentì speciale. L’eroina era adesso distante. E pensò che in fondo sì, questa piccola Letizia poteva guarirlo.

L’attimo dopo i suoi pensieri si interruppero di scatto, perché una cicca di sigaretta ancora accesa gli piombò sui pantaloni nuovi. Pezza balzò in piedi spolverandosi le gambe e soffiandoci sopra. Si voltò. Aveva adesso di fronte quel pazzo furioso de Lu Furnar, che s’era appena bombardato di Campari.

“ma dimmi un po’, sci deficiente?” gridò Pezza con la rabbia in corpo.

“Ah, io sarei il deficiente! Qua dentro pensano piuttosto che il deficiente sia tu”

“Ma che cazzo vai dicendo”

Pezza alzò gli occhi verso il bar.

Dietro la vetrina riconobbe Peppe Lu Gabbian, uno che a venticinque anni giocava tutte le sere a tressette con i vecchi; e Cinciripini, un analfabeta lardoso gonfio rosso in faccia e alcolizzato; e Manolo Valori, quarantenne in giacca e cravatta con alle spalle già vent’anni di carriera nella fabbrica; e due tipetti magri mai visti prima, con dei trapani inseriti nelle orecchie. Tutti facevano commenti e ridevano, ma il più esagitato era Spina, il barista con la faccia da maiale, che continuava a frustare il bancone con uno strofinaccio e a scompisciarsi dalle urla e le risate.

“ma come ti sei conciato, brutto idiota? Dove hai preso quel cappello? Vuoi farci morire dal ridere?”

“io non ho per niente voglia di ridere, mi hai interrotto mentre pensavo”

“e a cosa pensavi, sentiamo, a una di quelle tue fisse sul Cristianesimo, la Bibbia, apostoli e pugnette varie?”

“no, pensavo a come guarire”

“guarire? Da cosa devi guarire, dimmi, ti sei bevuto il cervello? È tutto a posto, no? Ti sei operato di appendicite l’anno scorso..”

“Lo sai da cosa dobbiamo guarire, io e te”

Lu Furnar non rispose, rientrò nel bar, visibilmente fiaccato da quell’ultima perentoria frase. Pezza invece se ne andò, era quasi ora di cena, anche se l’idea della solita bistecca al sangue non lo entusiasmava di certo. Avrebbe quasi preferito inghiottire il malloppone fuxia che teneva ancora in bocca.

Brevevita Letters




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“Faust Arp”, Radiohead – 2007 (from the album “In Rainbows”