Capitolo 8 - OXYGEN

Vito Riga e altre persone
capitolo 8

OXYGEN

A quel tempo la statale 16 era sotto assedio. Un esercito di tossici spadroneggiava per la città. Esteticamente davano l’idea di un piscioso drappello di cani randagi di Bucarest, e Pasquale La Quaglia nella sua mente li immaginava con in dosso le divise sudiste nella guerra di secessione americana: berretti sbilenchi, giacche squarciate, whisky per addolcire le ferite, scoregge. Avanzavano a cavallo di Ciao Piaggio zoppicanti, dalle selle sgualcite. Il loro vociare era un subwoofer di grande dolore sommesso, una specie di ronzio medio-orientale basso, che a seconda delle attitudini di ciascuno poteva essere spacciato diversamente: 

1) finta passione per il calcio (molto in voga);
2) finta passione per il cosiddetto “rock di una volta” (soprattutto Dire Straits, Pink Floyd e Ac/Dc);
3) finta passione per la fica (il 90% di essi non riusciva ad avere un’erezione).

Avevano delle risate isteriche, che testimoniavano la presenza del demonio. La bava li ricopriva dappertutto, soprattutto agli angoli delle labbra spaccate. Attraversavano la strada in branco, e si dirigevano all’assalto del bar. Erano inesorabili, come una nube nera che porta la pioggia.

Alla stregua dei cani abbandonati, presi da soli contavano poco, in quanto venivano aggrediti da un disagio ancestrale ed erano terrorizzati dalla presenza dell’uomo; ma in branco acquisivano forza ed assumevano un fare da padroni.

Si muovevano da un bar all’altro, strusciando i Camperos sul marciapiede come un mucchio di ossa spinte dal vento, in base a tempistiche che a tutt’oggi si fa fatica a delineare. La Quaglia era convinto che le tempistiche avessero a che fare con il periodo necessario a rendere folle l’apparato cardiocircolatorio del barista. La sosta media ammontava a quattro, cinquecento giorni. Sostavano un anno in un bar e lo distruggevano. Fin nella sua profonda identità. Lo demolivano piano, giorno dopo giorno, educatamente, entrando in possesso di tutti gli angoli del potere: il classico piazzamento bancone, i giornali sopra al frigorifero dei gelati, il flipper, la porta d’ingresso (questa era la zona più importante, un avamposto fondamentale da presidiare con istrionica spavalderia). Ciondolavano da una zona all’altra del bar appestandolo di mozziconi e polvere, ma soprattutto erano famosi per mettersi seduti in fila, all’entrata dell’esercizio, schierati ai nastri di partenza di una 100 metri del niente. Chiunque entrasse doveva essere bersaglio di sguardi sozzi e spaventosi, sguardi che sottilmente dicevano: “che cazzo entri a fare qui, qui è territorio nostro, pecora sfigato del cazzo, puttana, ti prendo ti trito!”

400 giorni così, tutti uguali. Sostavano un anno in un bar e poi ne sceglievano un altro. A cui sarebbe toccata la stessa sorte. Era un meccanismo ormai collaudato. Sulla statale 16 fecero fuori credo 5-6 bar in 8-9 anni. Fu come un’epidemia di peste. E così le sale da thè (studiate per le coppiette) diventavano le sale da tossico; e la spina media 04 non ti faceva pensare alla birra, ma a un fattone che ti s'infilava nel cesso; il caffè corretto significava sprofondare nella merda senza denti, e le partite a biliardo diventavano epopee bibliche di sudore.

Un giorno uno di loro, forse il più fastidioso e spavaldo, venne zittito da un certo Mario d Biasciuocc, un arcigno lavoratore famoso per essere un amante dello Jagermeister. Fu una bella scena, emozionante. Una specie di rivincita per il popolo.

Restò un episodio. La dittatura della confederazione sudista era nel pieno dello splendore. All’ora di pranzo gli squadroni in baionetta preferivano pasteggiare con esseri innocenti. Assalivano i bambini e i più deboli. Dicevano prestm dec milalir (prestami 10mia lire), oppure dicevano non ti preoccupare io non ce l’ho con te, se io voglio fare un dispetto a qualcuno ad esempio gli deng fuoc (gli do fuoco).

Non era cattiveria, né una delinquenza organizzata, era soprattutto ignoranza, un volersi emancipare senza rendersi conto della pochezza. La Quaglia non era mai stato affascinato dai tossici, ma alcuni suoi amici consideravano i tossici dei modelli come Dino Zoff, o Antonello Cuccureddu. Boh. A La Quaglia in fondo sembravano dei bravi ragazzi, o almeno persone dall’animo buono, dotate di una sensibilità incompresa... dei falliti che proprio non riuscivano a vivere, e che nemmeno provavano a farlo. La Quaglia sapeva però una cosa: se ti ritrovavi a piedi a Porto d’Ascoli col motorino fuso, senza soldi e senza ombrello sotto la pioggia, un tossico ti avrebbe aiutato. La Quaglia sapeva anche un’altra cosa: la domenica i tossici facevano a botte, fisso. Non avevano idea di quanto fossero miseri e provinciali i loro alti e bassi. Non provarono mai a volare oltre certi esercizi di stile. Per raggiungere la pace interiore e la sapienza devi passare attraverso le sofferenze. E’ troppo facile una pera. Normale che t’incula, pensava La Quaglia.

Alcuni di questi fattoni erano misteriosi ed eleganti, ma avevano scelto la morte.

Quanto a La Quaglia, lui si sentiva sereno, e aveva iniziato a scrivere canzoni dedicate alle donne. A quel tempo era innamorato di una ragazza alta, che a carnevale si vestì da suora. Ma lei aveva perso la testa per un tossico, che non se la cagava.

Tutti restarono senza gioia. 

Dopodiché Oxygen!
Aprì questo posto sulla via Salaria, era una discoteca, ed ebbe molta sfortuna.
Diventò una specie di anfiteatro dove ogni domenica pomeriggio si sfidavano squadroni di tossici privi di allenatore. Era come in un derby di calcio, però invece del pallone c’erano gli inseguimenti sul piazzale, e al posto dei tacchetti di alluminio si indossavano dei pratici coltelli a serramanico. Dopo tafferugli perduranti in tutte le domeniche che il creatore mandava, arrivò l’apice, la tragedia che sarebbe restata per sempre. Fu colpito l’unico che non c’entrava un cazzo. Con una coltellata al petto. La violenza è casuale, quando esonda è come un’alluvione: si trascina tutti. Chiccàpita càpita. 

Il ragazzo era morto.
Non c’è niente di romantico in tutto questo.
Sono solo le stronzate degli uomini.

 

(testi: Brevevita Letters / illustrazione: Enrico Natoli)
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wow! you've found a matching song:
"Tunnel of Love" - Dire Straits
from the album "Making Movies", 1980

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