Capitolo 17 - CASCINARE

Vito Riga e altre persone
capitolo 17
CASCINARE

Cascinare. Prima giornata di Campionato. Una bella giornata di sole. Come in un'altalena di rasoi, La Quaglia c'era, La Quaglia non c'era, La Quaglia portava i capelli ossigenati. Il ragazzo trasportava una rabbia che alla SNAI avrebbero classificato "over", ovvero sopra le normali quote della trance agonistica, ma nel contempo era assente, come dire, non navigava del tutto all'interno delle facoltà corporee (cioè quelle frequenze che decretano la tua presenza qui e ora), come se la vita e 'sta giornata si svolgessero altrove, rispetto a un prototipo di coscienza strafatta.

Mah. Comunque. Checché se ne dica, qualsiasi pippa mentale si possa coniare, la vita, nella sua coralità incontrollabile, come sempre, scorre. 

E dunque eccola qua.
La prima partita di un campionato è sempre un appuntamento importante e molto atteso, per diversi motivi: perché è un mese e mezzo che sgobbi sotto al sole senza quasi toccare pallone, perché personaggi e gerarchie dello spogliatoio sono ancora in via di definizione, e perché quest'anno ancora non sai se riuscirai a superare te stesso. Devi ancora capire chi sei, e chi sarai, oggi e per tutto l'anno a venire, stagione agosto-maggio, una vita intera davanti, tu, maledetto, difensore centrale che abbaia, mancino che col destro ci cammina, tu e la tua squadra di pervertiti mercenari ridondanti, ce l'avete le palle per vincere?

Erano cose che La Quaglia si chiedeva guardando fuori dal finestrino, viaggiando in pullman verso Cascinare.

Gli idioti arrivarono a destinazione e scesero dal pullman, tutti vestiti da imbecilli azzurro chiaro, con le borse azzurro chiaro, coi pantaloncini corti top 87 e serafino top 87 azzurro chiaro. Tutti ordinati come una fastidiosa ondata di boyscout, futuri sindaci di Tortoreto e Centobuchi, e probabili premier.

La Quaglia si rendeva perfettamente conto di quanto odio potessero scatenare queste immagini, agli occhi dei padroni di casa.

Quanto a sé nel profondo, da mesi La Quaglia si era costruito una nuova identità con la pappa celeste (decolorante) e i baffi neri. Era magro e abbronzatissimo, un po' sul genere gay, la faccia scavata che pareva matto e malato, le rughe che incominciavano a imperversare, sia sulle guance essiccate dall'amore, e sia intorno agli occhi. Francamente, con tutto questo popò di elementi, La Quaglia si poneva nella scomoda condizione di chi, fra il lusco e il brusco, si fa un po' troppo notare. Era più che probabile che il ragazzo potesse divenire uno dei bersagli prediletti del pubblico locale, quest'oggi.

D'altro canto.

C'è sempre un picco di orgoglio, nell'esistenza di un calciatore in trasferta: ed è quando il bastardo sbarca in territorio nemico col borsone agganciato al collo, e si avvia verso gli spogliatoi.

Quelli sono i momenti tremendi che precedono il parto, in cui davvero sembra che la vita custodisca una sua verità matematica, e allora la paura scompare. Resta solo il volto dell'uomo, e i volti dei propri compagni, come le fotografie dei martiri del 15-18. Non ci si può più nascondere.

Si parte per un grande viaggio.

Di lì a poco verrà scagliata una intera batteria di missili Scud su punizione, uno dietro l'altro, subito dopopranzo, neanche il tempo di rinsaldare i lacci alle scarpette; o magari la scheggia numero sette avversaria si rivelerà imprendibile, e allora giù, tu difensore, a mangiare sterco e terra, giù a strisciare come un verme sulla distesa di erba arata di fresco; o forse con un po' di culo si giungerà alla vittoria, ma non prima di una tribolazione degna del terzo anello infuocato del purgatorio, quello in cui ti fanno ricacciare lucertole dalle palle degli occhi; a nessuno gliene frega niente amico, qua si deve crepare.

Il rettangolo di gioco è un reset. Lì dentro è tutto vero, e si vive maledettamente.

Comunque. 

A parte la psichedelia, nella realtà dei fatti accadde questo:
La Quaglia e i suoi compagni entrarono nello spogliatoio. Posarono le borse e subito dopo uscirono fuori per la passeggiatina di rito sul terreno di giuoco. Mancava un'ora e mezza circa all'inizio della gara. Ognuno vive a modo suo questi momenti. L'immediato prepartita è una specie di retroetichetta della vita quella effettiva, ed è uno specchio fedele del proprio rapporto con l'ansia. Come ti senti prima dell'interrogazione? Come ti senti prima che ti infilino un grosso ago in canna? Come ti senti prima di un appuntamento con una famosa soubrette?

Per La Quaglia il prepartita era la fase in cui si doveva ripensare a precedenti interventi in scivolata, anticipi proverbiali, stacchi di testa dell'anno scorso. Tutto avrebbe dovuto essere ripetuto quest'oggi, nei dettagli, così come è scritto nel grande manuale della natura.

A Cascinare splendeva un sole bellissimo, La Quaglia c'era La Quaglia non c'era, La Quaglia era seduto sulla panchina a bordo campo, in paranoia, mentre i suoi compagni passeggiavano fingendo rilassatezza e buonumore. La Quaglia tentava di confidarsi con Bollettini, uno dei due preparatori atletici: "ho perso tutti i dati contenuti in un floppy disk, roba di lavoro, non so come fare" (in realtà La Quaglia aveva smarrito un floppy disk su cui aveva salvato tutti gli sms scambiati con una ragazza, sia quelli inviati, sia quelli ricevuti). Le risposte di Bollettini suonavano come stupide carezze e poco convinte rassicurazioni, e traforavano La Quaglia da parte a parte, senza lasciare traccia. Nessuno avrebbe potuto consolarlo, o riportarlo al mondo, a La Quaglia. L'unica cosa che poteva guarirlo era un'apparizione improvvisa di Dio che gli riconsegnava quelle frasi del cazzo. Il ragazzo si sentiva sperso, senza testa, come se gli ultimi sei mesi della sua vita non avessero avuto luogo. Fu in quel momento che a La Quaglia venne in mente per la prima volta, dopo ben 32 anni, che il mondo avrebbe continuato a girare comunque, con o senza quel floppy e quegli sms, con o senza la sua testa.

Il fatto è che a quel tempo La Quaglia . . .a quel tempo proprio. . . era già tanto che un suo guaio avesse a che fare con la Terra. Erano troppe le cose da pensare. Il controllo e la perfezione apocalittica in fase di apparecchiamento della vita gli fottevano la vita stessa. Era ossessionato da 'sta macchina, da 'sta macchina che avrebbe dovuto catturare i pensieri e tutto. Riavvolgere e riesaminare tutta la produzione cranica come su un nastro audio Sony hf 90, il cappuccino la mattina presto, gli sms, la sua ragazza, i condomìni di Monticelli, "Mettimi due dita in gola fratellino, salvami!". . . oooh, mamma Gesù, non ne sarebbe uscito se non l'anno prossimo, se non dopo aver avvinato bicchieri, prodotto discorsi vuoti, scoperto enormi acque calde, aggiunto vita su vita . . . per mesi . . . ci volevano mesi. . . non si dava pace il ragazzo, gli altri erano distanti, il ragazzo non vedeva in nessun modo la libertà il vagare libero, non se la sarebbe cavata facilmente non se la sarebbe perdonata . . .

BAM! 

Poi però . . .
Quel rumore di tacchetti sulle mattonelle di ceramica.
L'odore dell'olio canforato, e la gente che si spazzolava le scarpette, immersa nel più sacro dei silenzi.
Lo spogliatoio è peggio di una messa ragà.
La Quaglia rivide il mondo. O meglio, non individuava altro che prede da addentare.
Il suo corpo non ebbe altra scelta. Tuffarsi a caccia di selvaggina. Vincere o morire. Uccidere o essere uccisi. Ti diranno di no, ti diranno che è banale, ma è così che funziona. 

La partita fu veloce.
Dopo 15 minuti il risultato era Cascinare 0 Centobuchi 2.
Morbidelli dal limite dell'area dopo una triangolazione con Diaz. Riga colpo di stinco sulla barriera, deviazione viscida delle sue.

Il Cascinare aveva iniziato a ritmo indiavolato, in linea con le fiamme di rabbia primitiva che si alzavano dagli spalti. Ruggivano paurosamente tutti, dal n.1 al n. 11, come bestie ferite, sembrava che dovessero mangiare gli avversari, ma ogni volta che il Centobuchi metteva il naso nella loro tre quarti era gol. Quel Centobuchi lì era troppo più forte, maledizione!

La Quaglia faceva il difensore centrale, e di solito durante le gare non passava mai il centrocampo. Il suo compagno di reparto si chiamava Ciro Ciccolini, aveva compiuto 35 anni a gennaio, e aveva i capelli a spazzola, completamente bianchi, che al confronto George Clooney era un ragazzino della juniores. La Quaglia, d'altro canto, con quella spettinatura "paglia e fieno" modello revolver, sembrava uno di quei fetidi personaggi di "Amores Perros", e di anni ne aveva 32. Erano due tipi vistosi. Erano due vecchi del cazzo in trincea. Facevano venire il nervoso. In pochi potevano incularli. Erano esperti, perfettamente sincronizzati, come le braccia di un tennista alla battuta: uno lanciava il numero sette in aria come fosse una pallina, l'altro lo colpiva con una randellata al bacino, o alle costate.

Terrificante.

Facevano veramente schifo e durante i primi minuti la tribuna tentò di intimidirli in tutti i modi. Con urla feroci, sbavamenti sulla rete di recinzione, lanci di lupini, minacce di impiccagione, insulti. Ciccolini e La Quaglia rispondevano a spallate ed autoscontri, nel totale silenzio.

Fu chirurgico.

C'è da dire che nella sua breve e sofferta carriera di calciatore (dagli undici ai 29 anni, poi prolungati con una deroga fino ai 32), La Quaglia ricorda ancora oggi, nelle notti insonni, alcuni interventi, 4 o 5 soprattutto, epici. Si tratta di gesti definitivi e imperituri che non lo lasciano mai solo, e che non smettono di nutrirlo della speranza in essi custodita. Essi giungono come Provvidenza a consolarlo nelle peggio situazioni, e a sussurrargli in un orecchio che in fondo questa vita non e' passata invano. Gli rinfrescano la memoria sul chi è La Quaglia veramente. Un selvaggio.

Di questi 4 o 5 samples, che qui chiameremo "santini" (come i santini-calamita che s'attaccano al cruscotto della macchina), due provengono da quel sabato pomeriggio a Cascinare. Pasquale La Quaglia li prega e li rievoca raccontandoli in prima persona: 

<< santino uno, valore centomila
SAN GABRIELE + LA MADONNA INCORONATA
(su cruscotto FIAT 850)
3° minuto del primo tempo: il numero sette avversario, filiforme e dalle movenze di gatto, sfuggì alla mia sinistra. Si fiondò sullo spazio vuoto nella zona di tre/quarti campo nostra, vicino alla linea di fallo laterale. Gli giunse palla spalle alla porta, e l'arpionò con un gesto sicuro. Si girò in un fazzoletto di campo. La scena si svolgeva a un metro e mezzo dalla panchina nostra, con il mister in piedi che osservava spiritato, platealmente scosso dal ritmo indiavolato dell'incipit. Nient'altro che pochi decimi di secondo ancora . . . Ascoltai il ciuf ciuf del treno che stava per arrivare, a tutta velocità in scivolata, e stava per travolgere tutto e tutti. La palla rimase incollata alle mie gambe, mentre il gattino numero sette, pur restando illeso, solo in mezzo all'erba tremava spaventato, e soprattutto privo del suo giocattolino preferito: una sfera di cuoio circonferenza 68-70 cm, peso 420 gr., che qui chiameremo "palla". Un mini-convoglio di due missili "pantofola d'oro" gliel'aveva portata via per sempre. Non ci si poteva appellare a niente. Era successo e basta. Mi rialzai e la diedi lungolinea a Morbidelli. Il mister era lì fermo a bocca aperta. Restò immobile. Sbiancato. Iniziò a rendersi conto di quale mostruosa forma potesse assumere quest'anno la sua squadra. Si era oggettivamente un altro passo. Spinti da una fame diversa. Animali che ingoiano cose e persone. >> 

<< santino due, valore centoventimila
SAN PIO X° PAESOLOGO BILOCATO A GUIDONIA (RM) E MONTEFRANCO (TR)
(supporto MAXI con supercalamita, studiato per FIAT 124 a 5 porte)
27° minuto del primo tempo: sfiorammo il terzo gol con una velenosa incursione di Gomes, sventata dalla sempre più malferma difesa avversaria, dopo un batti e ribatti che seppe di sesso. In che senso sesso? Nel senso che stavamo per infilarglielo dentro, di nuovo, e neanche loro hanno capito come fecero a tirarsi su i calzoni. Comunque, alla fine qualcuno rinviò. Ricordo 'sta palla per aria, col sole che mi cecava, e insomma 'sto rinvio si stava trasformando in un ribaltamento di fronte scassacoglioni parecchio. Mi trovai con due del Cascinare vicino al cerchio di centrocampo, Ciro Ciccolini era più in là. Se la faccio rimbalzare, qua mi vanno in porta, ragionai. Salimmo a prendere la palla in tre, e ci fu uno scontro aereo. La palla la incocciai perfettamente, e ricordo che ricaddi in piedi. Non fu la stessa cosa per i due avversari, che restarono distesi a terra qualche istante, contorcendosi un pochino. L'arbitro interruppe il gioco per far entrare i soccorsi. Il pubblico ammutolì. Avevo preso la palla netta e non avevo fatto fallo, li avevo solo schiantati nell'urto corpo a corpo. Ci fu allora un grande silenzio, come ce ne sarebbe nel day after. Pubblico e giocatori in campo, tutti, tutti quanti avevano capito che non ci sarebbe stato niente da fare oggi. Non sarebbero bastati due o tre stop ben eseguiti, o le solite proteste fatte scattare sugli sviluppi di un calcio d'angolo.>>

Rievocazione terminata. Amen.

Alla fine del primo tempo il risultato era Cascinare 0 Centobuchi 3. Al 44esimo ancora Riga, su ribattuta, dopo un calcio di rigore che Morbidelli s'era fatto respingere. E' bello quando li zittisci tutti, attraverso la scrupolosa somministrazione di tre pappine. L'odio incondizionato delle persone si trasforma allora in un sentimento irraggiungibile quasi messianico. Ti pare quasi di sentire gli osanna dei cori, su al convento dei frati. Questo tipo di brivido ha un nome preciso: si chiama orgasmo per aver ottenuto rispetto da chi ti abbaiava contro. E vai!

Nel secondo tempo il risultato restò immutato. 

'Mettimi due dita in gola fratellino, salvami!'
Erano pezzi degli sms che a La Quaglia tornavano in mente . . .

<< FINE PRIMA PARTE >>

Quella sera stessa La Quaglia andò a cena con una ragazza e le disse che non l'avrebbe mai lasciata. Due ore dopo La Quaglia beveva vino bianco nella tazza del tè, c'era Adalberto Spaccasassi con lui, anche detto il Porco, i due si trovavano giù al famoso appartamentino di P.d.A., che era stato affittato apposta per meglio ospitare gli stravizi del sabato sera. La Quaglia e Spaccasassi stavano analizzando alcuni tra gli argomenti più normali del mondo: la birra l'altra sera, l'amica de la zaotta tua, il locale quello là. Ma La Quaglia all'interno suo pensava altro, altro da paura, e fuggiva, fuggiva da sé, fuggiva da quello che era realmente, La Quaglia era sempre fuggito, e si era sempre rifiutato di capire come era fatto, e si era sempre rifiutato di esplorare la vastità umana. La solita maledizione. Ogni volta che aveva deciso di essere un regolare "se stesso libero" La Quaglia era sprofondato in un vortice di lavandino, che lo risucchiava giù, lontano dagli altri. Niente l'ha potuto mai salvare. Solo il bere. Solo il sesso. Solo un tenero bacio nella malvivenza notturna. Quella con Spaccasassi fu una serata tremenda. La Quaglia la ricorda ancora come una delle peggiori. Piatta. Blindata. Priva di un senso. Priva di un frangente riconducibile al cervello tradizionale degli uomini. Fu la definizione ultima del contratto a vita tra La Quaglia e i fantasmi. Fu un vino bianco spaventoso nella tazza del tè, un drink di porcellana che il ragazzo non poté mai più rimuovere, appiccicoso, indecifrabile, ossessivo. La Quaglia pensava le cose come se si trovasse a una seduta coranica, le ripeteva in continuazione dentro di sé, invocando una specie di autodisciplina effimera, un castello di carta che sarebbe crollato al primo spuntare della nuova parola di Spaccasassi: una parola sciagurata che sarebbe giunta inesorabile a disturbare ogni cosa ed ogni processo. Ogni ragionamento una tortura. Si svolgeva tutto in pochissime frazioni di secondo. Più di ogni altra cosa La Quaglia era solo. Era un solo che voleva raggiungere gli altri. Ogni mossa del volto era finzione, ogni parola, ogni sorriso un volgare preparato industriale. Solo le ragazze potevano aiutarlo, coi loro baci, e spolpando la sua pelle in silenzio, dinanzi al tormento. Altra strada La Quaglia non vedeva tracciata per sé stesso, se non quella dell'ennesima polverosa gita nel grande e sterminato nightmare. I pensieri erano troppo pesanti e le parole erano troppo leggere, lui le doveva ripetere, guidava auto di carta, le transenne delle strade erano fatte di legno, come i corral del vecchio far west.

<< FINE SECONDA PARTE >>

Qui Capodarco, 8 anni prima, 4 settimane dopo, 6 vite fa. Eccoci. Ci siamo. Fotogramma individuato. La squadra stava scendendo dal pullman. A quel tempo guidare la macchina gli dava fastidio, a La Quaglia, ma La Quaglia non poteva fare a meno di guidare la macchina. Pensare lo uccideva ma La Quaglia non poteva fare a meno di pensare. Scrivere lo uccideva, ma La Quaglia non poteva fare a meno di scrivere. Tanto per gradire, La Quaglia aveva due o tre cervelli dentro la testa. Ognuno viaggiava per suo conto. Il campo di Capodarco è sempre una brutta bestia, stava dicendo La Quaglia al giovane ragazzino De Angelis: pochi spettatori, ma la cattiveria di quei pochi è unica e leggendaria, stava dicendo La Quaglia al giovane ragazzino De Angelis.
Per quanto ne sapesse La Quaglia, il mostro era nel pieno dello splendore e la lucidità era una condanna. A ripensarci adesso, dice La Quaglia, faccio fatica a incasellare i ricordi, vergine santissima, ero lì, ero io, la vita è un unico intero gigantesco giorno, stavo dicendo, Cascinare e Capodarco.
A quel tempo La Quaglia viveva in una casa-preservativo fatta di plexiglas insonorizzato, e si dimenava sul terreno di giuoco come se lo stessero bruciando vivo. Come vestiti indossava un filtro come quelli delle sigarette, spugnoso ma morbido, una cosa che ti inghiotte ma non completamente. A La Quaglia gli si vedeva a malapena la testa. A essere se stesso 100% era difficile, ma il ragazzo non ci aveva rinunciato. Esisteva, ma esisteva per pochissimi minuti al giorno. La sua mente si inseriva tra una parola e l'altra. Migliaia di pensieri. Migliaia di pensieri che La Quaglia non sapeva di chi erano. Migliaia di pensieri che non sapeva che farci, e come governare. Rincorri questo stronzo migliaia di anime. Mettila in fallo laterale dammi retta, ci sono migliaia di modi per dire una cosa. La Quaglia parlava con le persone per raggiungerle, disperatamente, ma subito dopo non vedeva l'ora di lasciarle.
Dovevano lasciarlo maledizione, lasciatemi!! Dovevano lasciarlo da solo!

La musica a La Quaglia gli riddava un po' di verità, e forse in alcuni secondi gli riddava addirittura la pace. Ascoltava soprattutto i Pavement, a quell'epoca, e aveva una cotta per "Glycerine" dei Bush. Non sono innamorato più di nessuno è questo il guaio, stava dicendo La Quaglia al giovane talento De Angelis. La verità è che mi servono i suoi messaggi come fossero ossigeno, stava dicendo La Quaglia all'arbitro. Un grande uomo non si innamora mai, stava dicendo La Quaglia al suo avversario, un grande uomo batte la sua strada e basta.

"Innamorarsi è lasciar libere le persone, non legarle, arbitro!" , stava dicendo La Quaglia, "l'amicizia è vera, l'amore non lo è" , gli aveva risposto il suo avversario. C'è da dire che i pochi momenti di libertà che La Quaglia ha avuto nella vita sono stati bellissimi. A fine partita il ragazzo era stremato. Tutta la partita con il mostro addosso. . . 

Il risultato fu uno a zero per il Capodarco.
La Quaglia quell'anno giocava col Porto d'Ascoli.
Quel giorno segnò l'uomo suo.

<< FINE TERZA PARTE >>

Quella sera stessa La Quaglia peregrinò tra il bar Daiquiri e "Fa' la Cosa Giusta" di Spike Lee, ma 8 anni dopo il ragazzo si recò sul tetto di un condominio con una ragazza. Insieme vedevano tutta Colonnella, con le luci dei lampioni, e con l'arietta. Era d'estate, e La Quaglia faceva difficoltà a parlare, in quanto carico di una bellezza acerba ed ingestibile. Ma quella sera l'effigie dell'eremo di Colonnella si comportò come una canzone dei Radiohead, brillava, ferma e limpidissima nella notte stellata. Raggruppava le anime in un unico visual. Si lasciava capire senza che nessuno dovesse blaterarci sopra. Il tetto del condominio aveva la forma di una terrazza, e La Quaglia ricorda ancora che c'era un parapetto altissimo. La terrazza dondolava, La Quaglia e quella ragazza erano ubriachi senza bere. Era come andare in giro in macchina senza radio, era come quei racconti di chi ha preso l'eroina. La Quaglia le disse guarda che spettacolo qua sopra, e poi la baciò. Appena le labbra si staccarono La Quaglia sussurrò a coccia bassa, quasi soffrendo, tenendo la ragazza sulle gote, e guardandole la bocca: "ho un sacco di cose qui dentro, un sacco di cose che stanno prendendo forma". Inizia a dirle, inizia a dirle, rispose lei. Ma La Quaglia le stava ripetendo in continuazione di aspettare, che non era ora, e che un giorno le avrebbe parlato finalmente. E a partire da quel giorno non si sarebbe più fermato.

Ebbene. Ogni emozione ha una sua foggia, e tu la puoi dipingere. Puoi renderla luminosa come una bella giornata di sole. Un genere di luce che ti è dato di vedere poche volte. Quella sera, indubbiamente sì.

1-0 per loro fu il risultato, 0-3 per noi fu il risultato, il tè, il tetto del condominio, Cascinare, Capodarco. Nella vita vinci e perdi. Tutto è bellissimo e mostruoso. Forse, a un certo punto dell'esistenza, il tuo egocentrismo dozzinale ti farà addirittura credere che hai sotto controllo qualche cosa, ma in realtà tutto procede senza senso.

Lei sulla terrazza era quella degli sms. Lei era come le frasi nel floppy disk. Persa per sempre.

Brevevita Letters
(illustrazione: Enrico Natoli)
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wow! you've found a matching song:
"Gangsta's Paradise" - Coolio 
from the self-titled album "Gangsta's Paradise", 1995 

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