Capitolo 15 - LE PERSONE SPECIALI

Vito Riga e altre persone
capitolo 15
LE PERSONE SPECIALI

Quella che segue è una lettera spedita dall'adolescente Diaz Barreto Alejandro Celestini moooolto tempo fa.
Destinatario il suo storico amico Pasquale La Quaglia. Diaz e La Quaglia giocavano insieme nel Centobuchi calcio, e anche lavoravano insieme nella fabbrica di mobiletti per cesso. Tra i tanti uomini buoni che popolavano la Terra, Diaz e La Quaglia apparivano di certo tra i più interessati a scendere nei dettagli. Erano dunque soliti prodursi in lunghe chiacchierate riguardanti l'esistenza.

A un certo punto le loro strade si divisero e Diaz per un periodo prese a scrivere lunghe lettere a La Quaglia, dapprima cartacee, poi con l'evoluzione della specie, tramite e-mail.

Lo stile di Diaz piaceva molto a La Quaglia, l'argentino scriveva di stomaco, non ci stava tanto a pensar su. Alcuni pezzi di questa lettera contengono pertanto imprecisioni lessicali (dovute soprattutto all'uso di uno 'slang' piceno-aprutino commistionato con rimasugli di Baires), mozzature, e in generale una certa sregolatezza nell'impostazione delle frasi. Non sono state apposte correzioni di sorta. Sembrava affascinante così. Siate indulgenti, si tratta pur sempre di linguaggio parlato. Comunque. Qui di seguito, il testo integrale:

<< Premessa: dopo venticinque-ventott'anni trascorsi da uomo maturo, a spedire soldi a mia madre che sopravvive all'altro capo del mondo, ho deciso di diventare adolescente. Svolgimento: in riferimento al titolo che ho voluto dare a 'sta lettera tritapalle, e a parte il fatto dello speciale o meno, ce ne sono certe (di persone) che ti lasciano stupefatto: sono così profondamente affette da misantropia che quasi non sono mai uscite di casa, eppure hanno compiuto un tale studio su se stesse che mentre le ascolti dici: “sto trascorrendo la vita in una gabbia d'argento, lavoro, mi portano i soldi, mi portano da mangiare, accompagno gli intestini sul water, accompagno gli intestini il sabato sera nei locali di San Benedetto, poi rilavoro, poi mi riportano i soldi, poi mi riportano da mangiare . . . non sarà leggermente incompleta una vita così?"

E allora se cominci a pensare così è la fine (ed è anche l'inizio): lasci la tua fidanzata, e poi la riprendi, e poi ti lascia lei, poi piangi, poi ridi, poi fai lo stupido. Poi ti vengono a trovare al bar i tuoi amici fotografi freelance, e ti chiedono ragguagli sui tuoi obiettivi a medio termine, e tu rispondi sempre la stessa demenziale dicitura: "cosa? io? io niente, io continuo a fare le ragazzate". E' così fratello, tu odi parlare di te. Al punto che la gente ha preso paura a chiedertelo.

(Scusami caro amico Pasquale se parlo di me rivolgendomi a me in seconda persona, ma mi sta più comodo così).

Comunque il punto è che le persone ti piacciono proprio, hai proprio un debole per la razza umana. Guarda qua. Adesso ad esempio stai ammirando Franca Flores da qualche settimana. L'hai vista per la prima volta al bar Daiquiri, due mesi fa. Tu brutto idiota stavi bevendo campari e prosecco, da solo, e stavi andando a cena da solo, a Grottammare. Ultimamente hai introdotto 'sta moda di andare a cena da solo, e di metterti a parlare con i tavoli confinanti, o a spedire sms pericolosissimi, dopo che ti sei bevuto una boccia di vino intera.

Comunque.

Con questa lettera caro amico Pasquale ti volevo solo dire che io non lo so, e nemmeno tu lo sai, mi sa, ma certe cose certe persone tu le senti subito, esse si insinuano nell'aria che inali e nei muri delle stanze, e ci restano attaccate, sui muri, anche dopo che se ne sono andate. Quando le vedi ti colpiscono al volto tipo 'na secchiata di trebbiano ghiacciato macerato in anfora. Non è questione di bellezza. Si tratta piuttosto di qualcosa di irrimediabilmente tuo, di familiare, una parte di te che non sapevi, e che vagava confusa nel mare adriatico . . . Ce ne sono di squali nel mare adriatico, avoja! Squali travestiti da pecore . . . Vigliacchi!

Ti dicevo di Franca, mio caro Pasquale. La storia con lei si sta rivelando tremenda. Nirvaniana. Inconsistente eppure solida, nella sua folle tattilità. Lei è entrata al bar, è stata 'na botta. Ti sei subito accorto che non la smetteva di guardarti. E tu hai continuato a bere, stramaledetto imbecille, forse per dare l'impressione di essere uno che ha molti impegni, e che proprio non può perdere tempo al bancone del bar.

Da allora, Franca è tornata in quel bar molto spesso, e si vedeva che ti andava cercando, e insomma alla fine, col passare dei giorni, avete iniziato a parlare. Hai allora scoperto che la ragazza disponeva di un pensiero tutto suo, e aveva teorie interessanti, che addirittura ti facevano ridere, sì ridere proprio tu, maledetto idiota malinconico con la tua stupida saudade latinoamericana che non ridi mai. La ragazza era capace di ragionare sopra una cosa senza far partire il timer. Aveva un sorriso incredibilmente attraente mamma mia era bellissima, e si può di certo affermare che si era concentrata su di te. Ti ascoltava. Si ricordava le cose. Metteva insieme i tasselli. Si era decisa a conoscere il vasto magma che ti componeva. Il Sudamerica, tua mamma a Buenos Aires, tu a Centobuchi che cazzo ci fai, 'ste cose qua. Le basi. Si insinuava nei cunicoli e negli interstizi per piazzare le micce.

Volle iniziare dal tuo stupido nome, da dov'eri nato, quando, che giorno, e chi era tua madre.

Quand'è così, quando una ragazza ti vuole, tutta l'irriducibile nebbia che pervade le nostre figure si placa, e inizia a svelarsi un orizzonte. Uno scenario oltre il quotidiano. Una città da visitare con questa nuova persona. Una intera nazione mai vista. Qualcosa di nuovo. Come bere uno scotch alle sette di sera, a stomaco vuoto, tutto lo stress vola via.

Ora come ora mio caro Pasquale la filastrocca delle mie giornate è diventata a senso unico. Franca Flores arriva al bar e piazza due frasi tonanti. Se ne va quando credo che resti. Tace quando sono convinto che parli. Scompare per giorni e giorni.

Poi, nel bel mezzo dell'invalicabile circoletto che presidia 90esimo minuto, sui divanetti fumosi nel retro del bar, lei ti piomba addosso all’improvviso e ti dice: "fino alle 24 penserò a te, e a quanto siano strane le cose".

Allora ti alzi e lasci lì il campari soda. E allora lì capisci di essere pressappoco fottuto, perché sai benissimo che questa cosa qui, del lasciare lì il campari soda, un uomo, mai e poi mai. Partono copiosi gli insulti dei tuoi amici. Te ne vai tra le loro risate.

Pasquà devo stringere i denti per starle dietro, a questa qua. Mi devasta di sms complessivi, straordinari, senza una fine. Mi fa sentire stupido il giusto. Vedo e sento cose di cui ignoravo l'esistenza. Non so se questo disordine equivale a stare insieme, non te lo so dire. Però Cristo che viaggio interstellare. In questo momento siamo due mondi vicini. Pasquà questa è la vita e io la godo.

Stop. 

Persona numero due.

(Caro amico mio, dovevi saperlo che la lettera era lunga, vabbè, normale, dopo tutto 'sto tempo).
Facciamo sempre conto che sto parlando davanti allo specchio, perché mi ci ritrovo troppo bene a darmi del tu. Vabbè. Che ti stavo a dire?
Con Giuditta Sagripanti la storia sembrerebbe più normale, ma mica tanto. La conosci praticamente dal giorno che hai messo piede in Italia, ma ci hai parlato per la prima volta solo un mese fa. E' la cugina della cugina di chi si ricorda quale tipa finita nei dimenticatoi, quando per dimenticatoi s'intendono quegli hard disk pieni di persone a cui non ti colleghi più da anni.

Ebbene pizza dopo pizza, festa della minchia dopo festa della minchia, te la vedevi sempre lì, a 'sta Giuditta, pronta all'uso, ma tu maledetto idiota sempre scena muta.

Una sera vi siete ritrovati dentro una stanza, tu seduto su un divano da tre posti, con una camicetta panna a quadri rossi da fighetto, comprata da Cocalo's; lei con due amiche seduta su altro divano da tre posti, esattamente di fronte a te. Colei che quella sera dicerie di corridoio davano per tua, si trovava altrove, in un altro punto della casa . . . forse a cucinare . . . insomma, non è che morivi dalla voglia di sapere dove stava. Quel che ti intrigava in quel momento era altro: ed appunto i due divani erano contrapposti dritto per dritto, in tensione, come sedie elettriche in un interrogatorio del KGB. Vi guardavate fissi e vi studiavate come se foste giunti ad un emozionante esame. Le tre ragazze guardavano te, tu guardavi loro. Era una lotta di spadaccini in cui le spade erano gli occhi. Potevi facilmente essere ferito da un fendente, e viceversa.

Come spesso accade nelle storie romantiche e rassicuranti alla Notting Hill, le due amiche erano due luciferi sghignazzanti con un po' di baffi, tutte caciara e apostrofi in dialetto, mentre lei, Giuditta, lei tra le tre era un importante silenzio in pelle di pesca, labbra e tette irrigate da un bancale di succo di lime del mojito, capelli legati come Carole Bouquet, postura rinascimentale. Qualcosa che ti scatasta.

Ti venne in mente che in realtà, in tutti questi anni, non l'avevi mai sentita parlare. Per prendermi bene ora ci vorrebbe, ti dicesti, che apre bocca e dice qualcosa di eccezionale. Neanche finisti di pensarlo.

Lei si rivolse alle sue amiche, e disse: 

- mmm...
lei disse proprio "'mmm" guardandomi, e volteggiando un po' la testa in alto, come per dire maron, che voglia di strappargli 'sta camicia a quadri, a questo qua. Trovasti sfacciatamente potente, questa modalità improvvisa di proporsi. Questo linguaggio in codice che tradiva un temperamento da mediano. Per niente di cattivo gusto. Anzi. Faceva ridere di brutto.
-bel ragazzo è diventato 'sto Diaz, le risposero i due bodrilli sottovoce, pensando che tu non le sentivi.
-no Diaz è proprio bono, disse lei!
Sottovoce ma lo sentisti chiaramente, tu, maledetto idiota mezzo argentino e mezzo non si sa che, con la penna rossa a spirito nel taschino che quando ti scoppia ti fa le camicie d'arte contemporanea. Tu ti sei detto ora la bacio, ora mi alzo la prendo per mano la porto sul balcone e la bacio. 

Poi però ti chiamarono di là, c'era quella tale tipa dei dimenticatoi, colei le cui quote, all'ippodromo di Montegiorgio, quella sera precisa, la davano come 'TUA' alla pari, uno a uno. Non ci si poteva esimere.
Facciamo una alla volta, ti sei detto.

Cinque anni dopo vi siete fatti la vostra prima bevuta in riva al mare, la sera alle sette, giù a P.d.A., tu e Giuditta, solo tu e lei. Un chiosco a inizio Lungomare che sembrava il sudamerica. Vi siete seduti sotto delle palme secche, avete ordinato due vini bianchi Velenosi Ercole. Per dare retta alle mode del momento vi siete attenuti al tormentone Chardonnay, e Giuditta ti parlava della morte.
"Giuditta io davvero penso che morire sarà bellissimo, ma prima ho intenzione di baciarti".
"L'importante è morire mentre sei vivo. Non se lo possono permettere in molti".
"sul fatto del baciarsi invece che mi dici?"
"La vita di oggi impedisce alle persone di produrre gli opportuni pensieri su se stesse. In realtà noi non ci conosciamo".
"vuoi dire io e te?"
"no, voglio dire io e me"

Lo ammetto Pasquà, c'era un divario abissale. 

Comunque, nel mio piccolo, riuscivo a captare e a godermi alcuni strepitosi angoli della sua bellezza, e della bellezza del mare.
Che figata l'imbrunire sulla spiaggia . . .
Due bambini si rincorrevano sul bagnasciuga. A un certo punto hanno raccolto le palette e hanno raggiunto di corsa le loro mamme, che sedevano a due tavoli da noi, sotto un'altra palma secca, e stavano a parlare di cose completamente inutili, ma che secondo loro le avrebbero fatte sembrare delle genitrici emancipate. Gli ombrelloni biancoverdi erano immobili e il sole lentamente smetteva di risplendere sulla tavolozza spappata che chiameremo mare adriatico. Non tirava un filo di vento. Che scenario meridionale davanti a noi. Da farti lacrimare gli occhi.

Ovviamente io e Giuditta abbiamo fatto il bis e poi ordinato un'intera bottiglia, di 'sto chardonnay. Io francamente dopo di quell'aperitivo non ho dovuto mangiare. Sono sopravvissuto con la sola moltiplicazione delle olive verdi e delle emozioni. Una specie di miracolo. Ora non so esattamente che piega prenderà 'sta cosa, ma a me questa mi piace. 

'Sto fatto succedeva avanti-ieri amico mio.
Sto vivendo parecchio, lo ammetto.

Stop. 

Persona numero tre.
Poi basta Pasquà. Dal posto assolato e selvaggio dove mi trovo quest'oggi, pieno solo di donne vestite male, in attesa Dio solo sa di cosa, forse solo di essere messe incinte dai loro mariti, è il caso di aggiungere solo un'altra breve notizia: sappi che mi piace il rampollo della famiglia Uastì, ovvero i gloriosi discendenti del famoso Uastì d checca, mito della Centobuchi che conta, lo zoccolo duro, il clan che in lingua italiana viene riconosciuto col cognome ufficiale Guastini.

Ti parlo dell'erede per eccellenza, colui che in pratica può essere considerato il campione di una intera comunità di quattordicimila abitanti. Il bello. Il futuro. La moda. Si tratta di un ragazzetto carino fissato coi Doors e con le porte della percezione. Egli conta una forgiatura di battesimo assai tradizionale, difatti si chiama Giuseppe. E' un accanito frequentatore del bar Daiquiri e l'ho osservato a lungo, prima di esternarti le mie impressioni in proposito.

Il giovane Guastini va da un estremo all'altro. Regge una conversazione esistenzialista e analitica, ricacandola in due semplici insindacabili frasi, così come è capace di scannarsi per un venticinque a bastoni quarto che il suo compagno di tressette non si è rifatto. Ha il raro dono della sintesi. La profondità senza l'abisso. Lo scarnificare un maiale usando le pinzette per ciglia delle donne. E' delicato. Quando deve ucciderti non esita a farlo, sia chiaro, ma ti fa le battute simpatiche proprio davanti al plotone d'esecuzione, qualcosa del genere: "dai su Diaz, le cose vanno così, inutile che stiamo qui a perd tiemb (ad arrovellarci), procediamo" . . . e forse mentre muori ti strapperà persino un sorriso . . .

Una volta devo dire gli ho rifilato certi discorsi miei, sull'introspettivo pesante, così, l'ho scelto, l'ho prelevato al bar e siamo montati sul mio jeeppone bordò, già provato dalle sabbie di tutti i deserti della Terra. Ce ne siamo andati a S.B.T., davanti alla pineta, e ci siamo messi seduti su una panchina al sole, era di pomeriggio sul presto. Io gli parlavo della mia saudade e di un tale relativismo depressivo inventato da un carrozziere di Stella di Monsampolo.

Come sempre lui mostrò gentilezza, o meglio quell'atteggiamento calmo e diagonale che ne ha fatto un personaggio. Quel sorrisetto mezzo storto attaccato sul viso in pianta stabile, come un tassello da 8.

Oltretutto, dopo un po', resosi conto dell'assurdità dei miei discorsi, ha cominciato addirittura a sganassarsi dalle risate. Non immagini quanto mi ha fatto stare bene questa cosa. Mi ha fornito ossigeno per giorni. Avevo giusto bisogno di un elemento di personalità, lì a centrocampo, che fosse disposto a sdrammatizzare l'esistenza in genere, e finalmente questo elemento era arrivato. Non ero più solo capisci? C'era qualcuno che poteva capirmi, un socio per le passeggiate al Lungomare. 

A volte questa è la merce più importante, amico mio.
Dalle cose semplici si ricaccia sempre un giorno nuovo.

Poi adesso basta veramente. Queste sono le tre persone di cui ti volevo parlare oggi Pasquà, perché io sto viaggiando dentro di loro, le guardo dentro l'organismo e dentro la coccia, e ti posso assicurare che è un'esperienza interessante. Mo però non so fino a che punto sarà piacevole, quest'esperienza . . . sicuro fra un po' mi toccherà sputare lacrime di sangue ma oh, che vita sarebbe sennò? 

Vedi amico mio, in questi anni di lontananza, da quando ci siamo persi di vista, ho imparato alcune cose: le persone speciali sono spesso false, ma senza di loro la vita sarebbe troppo piatta. Solo un appiccicoso moltiplicarsi di circostanze inutili. Dunque non se ne può fare a meno, di rischiare. Le persone speciali sono quelle che ti prendono a bordo, per decolli serali dai quali non si farà mai più ritorno. Sono come acidi. Ti portano a passeggio nel deserto. Di tutto si preoccupano tranne che di salvarti, a loro non interessa il tuo destino. Sono rettili elegantissimi, una razza bastarda che sa scoparti il cranio, e a cui piace vederti morire. Le persone speciali sono quelle che rendono la tua vita impareggiabile e unica, ma ti conviene non restarci troppo a lungo, dentro di loro, perché esse soffrono, e sono contagiose, e perché esse trasportano il veleno.
Non è questione di amore Pasquà, nessuno è abbastanza pazzo da innamorarsi di vermi del genere; il fatto è che questi qua non si fanno problemi, vivono senza ritegno e da un giorno all'altro possono farti diventare inutile; Cristo santo se sapessi . . . sanno farti sentire così solo . . . 
Col tempo ho imparato a non morirci, di 'sta solitudine Pasquà, e Cristo solo sa come so' fatto, ma piuttosto adesso volevo dirti un'altra cosa, amico mio: tra le centinaia di film che abbiamo visto insieme sotto casa tua, sopra a quel divano puzzolente di scoregge e cicche di sigaretta, ce n'era uno che si chiamava "Una vita al massimo", e lo abbiamo visto molto più di una volta 'sto film che parla di un ragazzo Christian Slater che scappa, lui e la fidanzata Patricia Arquette, co' 'na valigia di droga rubata a Gary Oldman; e a un certo punto nel film arriva Elvis Presley, c'è Elvis che appare a Christian Slater nello specchio, e gli dice delle parole semplici e magiche: "te l'ho già detto e te lo ripeto: ho sempre creduto in te, ragazzo, e sempre ci crederò" . . . dai retta a Diaz pasquà, fa’ conto che ti appaio nello specchio e che ti vengo a dire: "i migliori viaggi si fanno dentro le persone". Te l'ho già detto e ripetuto tempo fa, e mo te lo ripeto n'altra volta.

Insomma io non lo so che senso c'ha la vita Pasquà, questo inconscio riprodursi in una terra contaminata dagli assessori, ma sbattiti per trovà due o tre di 'sti soggetti. Muov ' t !

Embè ma come mi permetto a dire 'ste cose proprio a te . . . granduca di questa minchia ahahah . . . a te ti conosco brutto bastardo eheheh. Sicuro ti sei già attrezzato brutto porco. E allora buon viaggio anche a te!

Io amico mio ti dico la verità: sto bene, e per evitare spargimenti di sangue miei, 'na volta tanto faccio sanguinà tutti 'sti stronzi. So' partito da poco per un lungo viaggio che non so dove mi porterà. Siamo io e la mia macchina fotografica punto. Sto in giro da un giorno e mezzo ma mi sembra già 50 anni. Mo ti saluto amico mio, qua da dove sto scrivendo s'è fatto buio, proprio adesso. Sto dopo Spalato e mi dirigo verso sud, co' 'sto caciarone di jeep che più le strade so sbrecciate e più s'allupa 'sta bastarda. Non è proprio esattamente il massimo della rilassatezza, 'ste strade, anzi . . . non dico che è pericoloso ma quasi. Mo mi metto a beve la birra in una specie di bettola, e speremo bene! Ieri sera mi volevano menare, al confine tra la Slovenia e la Croazia, qua la situazione è ancora tesa (sai che qua verso, fino a poco tempo fa ci stava la guerra), poi però ho pagato un giro di bevute al banco, e quelle specie di cacciatori si so' scordati. Non erano militari, però mi sa che erano tipo ronde, 'gnoranti forte. Non gliene frega un cazzo di niente, a quelli, né d'ammazzarti e né di morì.

Comunque devi sapere che mentre io viaggio sento come un sogno che matura, lì a Centobuchi: una terra nuova, una repubblica di cemento, un'assemblea di tutte le persone più belle, non lo so che è di preciso, ancora non lo vedo bene, ma sento l'amore che sale. Dovunque io sia ho bisogno di sapere che voi state là. Tu specialmente.

Sentiamoci presto fratello, e rispondimi se puoi.

Diaz Barreto Alejandro Celestini , agosto 1995 >>

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Così sia.

Così sia è quel che La Quaglia disse anche all'epoca, quando lesse questa lettera per la prima volta, 20 anni fa. Da allora La Quaglia si è detto mo gli rispondo mo gli rispondo, ma non era ancora pronto, il quadro della situazione che avrebbe fornito al suo amico sarebbe stato incompleto, o non abbastanza soddisfacente rispetto a tutti i pulsanti ed emozioni che Diaz aveva smosso e sollevato.

E dunque è solo adesso, a febbraio 2015, dopo aver effettuato centinaia di ricognizioni su se stesso e sugli altri, scevro da tutto, che La Quaglia intende rispondere.

Aspettami Diaz, ha pensato ad alta voce La Quaglia buttandosi sotto le coperte, aspettami qualche altro giorno, arrivo. . .

Brevevita Letters
(illustrazione: Enrico Natoli)
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"European punks" - Scott 4 and Magic Car 
from the album "European punks LP", 2001

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