Capitolo 14 - LA DONNA DI DIAZ

Vito Riga e altre persone
capitolo 14
LA DONNA DI DIAZ

Diaz e La Quaglia erano molto amici, anche se entrambi sfoggiavano una propria precisa maniera di esistere, inequivocabile e differente, che li teneva leggermente a distanza. E' abbastanza corretto affermare che viaggiavano paralleli, molto vicini, ma non si toccavano.

Diaz era sempre stato famoso per teorizzare viaggi. Era emigrato in Italia dall'Argentina, dopo quella durissima crisi in cui le signore entravano nei supermercati per acquistare formaggi al banco frigo a tot pesos, e poi recandosi alla casa scoprivano che i formaggi che gli avevano incartato al banco erano aumentati più del doppio.

Il primo viaggio che Diaz volle fare, dopo la sua venuta in Italia, riguardò gli Stati Uniti. Non sappiamo esattamente che anno era, sappiamo solamente che il ragazzo aveva tipo 22-23 anni, o poco di più, e passava tutte le serate al bar, dove il suo stile inconsueto spadroneggiava. E' roba di inizio anni '90 mi sa.

Lo scopo del viaggio in U.S.A., teorizzava Diaz in sala biliardo, era affittare una scassatissima automobile, di quelle lunghe vecchie mezze di legno, diceva lui, per poi perdersi lungo quegli sterminati rettilinei, dalle metropoli del ricco est fino a laggiù, verso la fine del mondo, e poi di nuovo la California.

Quando Diaz ritornò da là sembrava più sereno. Aveva incontrato gli americani. Diaz raccontò a La Quaglia che gli americani erano matti. Che su quelle strade piene di motel e benzinai potevi vedere le anime dei morti. Che i camionisti erano delle belve selvatiche che manco t'immagini, e al confronto, i camionisti di qua, sembrano alunni dell'asilo pettinati.

Poi, le donne. 

Diaz esternò le sue impressioni a tutto il bar.
Si trattava di creature incredibilmente spigliate, disse. Un sogno, un altro mondo. Così come agli inizi del novecento si raccontava di ortaggi giganteschi che attraevano i migranti siciliani, qui venivano descritte delle incredibili tette, ciocche bionde spumose e lunghe come scie di surfisti, e pantaloncini di jeans ascellari che ritraevano in carne e ossa tante Daisy di Hazzard. Il discorso sulle donne era quello che al bar riscuoteva più successo. In pratica tu eri seduto su uno di quei tavoli bianchi quadrati di plastica, a berti la tua trocca di birra, e all'improvviso ti arrivava in faccia una raffica di proiettili riguardanti la vagina.

"e la fica, la fica? com'è la fica là?"

Tutti volevano sentir parlare di questo argomento. E' vero, a 20-25 anni si è più arrapati di una intera compagnia di primati catarrini, ma tramite quei quesiti antiestetici si intendeva manifestare non un reale desiderio sessuale, piuttosto era un modo per farsi accettare nel branco. Insomma, c'erano domande che si dovevano obbligatoriamente fare.

Comunque.

Durante il viaggio in U.S.A., sopra a quelle stramaledette statali, Diaz ne aveva incontrati alcuni, di americani, che stavano scopando una montagna (cioè capaci di infilare il membro dentro crepe di essa), o altri che pagavano per farsi menare. La Quaglia ascoltava di striscio a fianco alla sua birra, seduto al tavolo con il suo fedele amico albanese Arjan, suo collega nella fabbrica di mobiletti per il cesso. A La Quaglia gli pervenivano le frasi di rimbalzo, in maniera un po' sbilenca, con quello zzz di sottofondo, come anche deve esser successo ai Pavement quando scelsero lo stile dei suoni all'epoca di "Wowee Zowee". 

Non prestava molta attenzione, La Quaglia.
I discorsi del bar erano sempre indefiniti e lui non gli dava molto peso.
Pensateci bene, si va a fondo su così poche cose, durante la giornata. Le persone si accontentano di poco. Alla maggior parte di esse è sufficiente un nutrimento superficiale, come un chewing-gum che viene masticato il sabato sera, per dieci-quindici minuti, e poi stop. Ad essere sinceri, di quello che ci stanno dicendo fuori dai bar, ce ne freghiamo moltissimo. Si tratta di star lì a fumare sigarette, quasi intontiti. E' un ricevere passivo, un restarsene lì a guardare la tv dell'esistenza, sperando forse di essere intrattenuti con qualche dicitura divertente, magari da ripetere più tardi, oppure domani. E' uno spegnere i propri insopportabili pensieri incompleti, sempre paurosamente incompleti. 

Anche Diaz lavorava alla Fe.Deco, insieme ad Arjan e a La Quaglia. Alla Fe.Deco si producevano mobiletti da cesso che sarebbero finiti al Mercatone. Non era una vita esaltante. Ecco, per fare un esempio, tutte le mattine La Quaglia sperava che venisse un attentato atomico, proprio mentre parcheggiava la sua utilitaria sul cortile del capannone. Ovviamente anche Diaz sognava di staccarsi da quella mediocrità, e difatti raccontò al bar che negli U.S.A., una volta giunto a Los Angeles, s'era iscritto a un casting, ma disse che l'avevano scartato .
Chissà se era vera la storia del casting, bah, vera o no, la mattina dopo stavano tutti scartavetrando dei fiancali difettosi.

Un altro famoso viaggio di Diaz fu effettuato a Pamplona, a inizio luglio di qualche anno dopo, per la festa di San Firmino. Gli proposero la zingarata la sera alle 8 e mezza, cotta e magnata, appuntamento alle 2 di notte, si andava in automobile, partenza da San Benedetto del Tronto, c'era solo da dividere le spese della benzina. Ovviamente Diaz ci andò. Fu una trasferta travagliata. Diaz si trovò niente bene coi compagni di viaggio. Su quattro persone ne conosceva solo una e tra i sedili c'era aria di falso, cioè ebbe la sensazione che dietro quei discorsi amicoidi si nascondessero serpi. Parlavano di denaro e di case. Una volta sul posto, Diaz tese a staccarsi. E a perdersi. Non si mise davanti ai tori a correre, ma preferì seguire tutto da dietro le vetrine di un bar scasciolato, dove vendevano anisette basche a buon mercato. Vide delle scene che gli ricordarono la terza media, i tori erano come quei bidelli zoppi e sciancati che rincorrevano alcuni cretini di alunni lungo i corridoi, il grottesco che diventa crudele, la matematica certezza della sconfitta. Ormai ubriaco, Diaz accarezzava le vetrate del bar come se volesse scavallare dei recinti invisibili, ma perentori. Sembrava stesse palpando la porta di una prigione, sembrava stesse cercando il magico clack che l'avrebbe fatto finalmente fuggire da una vita che secondo lui gli stava stretta. Niente da fare per ora: di certo sarebbe ritornato alla troia della pressa, il lunedì successivo. La libertà è una conquista lenta e penosa, troppo comodo sperare che venga fuori così, per magia, non te la regala nessuno la libertà, te la devi costruire schifosamente, e da solo, fallimento dopo fallimento.

Attorno ai 30-32 anni Diaz raggiunse il picco massimo di megalomania. Sia nella vita privata, sia nella vita lavorativa, e sia nella sua ansia di viaggiare in posti assurdi. Aveva così tante ragazze sulla rubrica del suo telefonino da doverle raggruppare in delle sottocartelle che offriva ai tempi la NOKIA : famiglia, lavoro, amici, ragazze. Continuava a fare l'operaio ma si era infilato in alcune attività imprenditoriali, che comunque non riusciva a seguire appieno. Girava co' 'sta giacchetta scura aderente sentendosi l'imprenditore del 2000, ma chissà... a La Quaglia 'sta cosa non lo convinceva minimamente. Oltretutto Diaz era andato in fissa con la fotografia. Aveva comprato una di quelle macchine tecniche da professionista della guerra. S'era messo in testa di licenziarsi, di fare il freelance.

La Quaglia e Diaz a un certo punto persero i contatti e nessuno seppe come finì. La Quaglia aveva da qualche tempo aperto un negozio di vini del Piceno, e al bar non ci andava quasi più. Di certo seppe che Diaz chiese l'aspettativa al lavoro, e che si era comprato una jeep scasciolata giù al meccanico Amadio di Callarà, perché ogni tanto ce lo vedeva passare. Qualcuno raccontò a La Quaglia che Diaz co' 'sta jeep c'aveva fatto un viaggio all'altro mondo. Iran e Afghanistan per Dio, qualcosa da cui sarebbe stato difficile ritornare interi. I commenti del bar erano stati brevi e indifferenti: "quiss ritorna co' lu cappott d legn", cioè con la bara.

La Quaglia e Diaz non si vedevano da anni ormai.

Un giorno Diaz entrò improvvisamente nel negozio di vini di La Quaglia, ma c'era gente, e i due non ebbero occasione di farsi una chiacchierata decente. A pelle, La Quaglia ebbe comunque la sensazione di trovarsi di fronte a una persona felice, che irradiava una sua energia, e una sua luce.

Comunque oh, per finire, adesso pare che Diaz sia ritornato a Centobuchi per sempre. La smania di muoversi da un capo all'altro del mondo è forse placata. Come un maratoneta che dopo una lunga incredibile gara si mette a sedere, e si mette a capire per dove è passato.

"A me non me ne frega un cazzo dei soldi", diceva Diaz con orgoglio, dall'alto dei suoi 40 anni, fuori dal bar, proprio ieri sera: "la forza te la danno le persone. Se le persone scompaiono scompari anche tu."

"La televisione non è le persone" continuava Diaz. . . "le persone sono un'altra cosa: Castorano, Offida, Ascoli, San Benedetto. Le persone le trovi su quei campi di pallacanestro di periferia. Quei parchi di cemento piatto dove i vecchi vanno a cantare l'ultimo blues. Quei posti chiarissimi dove il sole è grande. Così epico e leggendario che lo puoi quasi abbracciare. Los Angeles e Porto d'Ascoli possono essere la stessa cosa." 

Al tavolo a fianco c'erano questi discorsi:

"dice che ha passato una mezza crisi depressiva, dice . . ."
"dice che gl'è venuto un mezzo infarto . . ."
"ma no, ma dice che è solo l'influenza . . . c'ha avuto 'na reazione allergica coll'oki. Sta a fa paura 'sso oki oh. Roba che si caca lu sangue!"
"vabeh, comunque sia non può bere! in queste condizioni non mi serve a un cazzo, ahahaha!" 

Il cinismo è sempre stato un ingrediente primario, nelle conversazioni del bar. Ma adesso eccoci qui, ecco Diaz, eccolo finalmente, dopo che ha girato il mondo: è lui che parla: s'è praticamente affittato un banchetto, e ha radunato un pubblico di una quindicina di soggetti. Gli manca solo il microfono: "mi chiamano hipster perché il varviere m'ha voluto lascià 'sti due baffetti, ma io manco lo saccio che significa hipster . . . un uomo innamorato è stupido, e chi gode tra le braccia di una donna non potrà mai essere il boss.
Adesso però e' arrivata mia moglie, e lei è il viaggio più bello.
Tutte le sere a cena si vola. Nel commerciale come nell'arte.
Non mi era mai successo.
Prima che venisse lei, non ero stato ancora da nessuna parte.
I più bei viaggi si fanno dentro le persone". 

Diaz la sapeva la verità.

Ci fu silenzio. La piazza d'asfalto davanti al bar per un attimo parve l'aia di una casa colonica, immersa tra le colline e la campagna.
Due lucciole scomparvero dietro una colonna di cemento armato.
Una automobile giapponese comprata a rate uscì dal parcheggio, e mesta riprese la strada di casa.
Gli uomini non ancora sazi di vita vissuta ripresero a ciucciare quel che restava delle loro bevute.

Dopodiché tutto si dissolse nel nulla, come in ogni serata.

Brevevita Letters
(illustrazione: Enrico Natoli)
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wow! you've found a matching song:
"Mosquito" - Mosquitos 
from the album "Electric Center", 2003

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