Capitolo 13 - ACCOZZAGLIA

Vito Riga e altre persone
capitolo 13
ACCOZZAGLIA
dramma in tre atti 

Questa scena si svolge d'estate, in riva al mare, nella seconda metà degli anni 90, in uno di quegli chalet che sembrano famiglie, dove tutti sono inseparabili eppure si odiano, e davvero non potrebbe essere che così. La storia è narrata in prima persona da Eduardo Morbidelli, nato a Baires il 12 aprile del 1971 in circostanze misteriose, da padre di Giulianova (TE), Abruzzo, Italy, e mamma di vicino Alicante (ma come ci sono andati a sbattere, 'sti due, a Baires?); trasferitosi in Italia a 11 anni e mezzo in seguito a "scelta di vita" dei propri genitori, e da allora sovrano incontrastato dello spogliatoio e del bar. Mai come per lui risulta azzeccata la dicitura di oriundo, non tanto per le contaminazioni linguistiche spagnoleggianti (che vengono fuori di rado e solo in situazioni estreme: rabbia, disperazione, gemiti sessuali ecc.), quanto per le attitudini al randagismo, all'indipendenza, a una totale ed invidiabile adorazione per la libertà.

 

i n c i p i t   1 :
Si comincia a parlare di un piccolo insignificante episodio, per poi arrivare a parlare di tutto.
 

i n c i p i t   2 :
Si comincia infantili e indistinti, si prosegue globali.

 

i n t r o :

Allora, c'era una volta il cliente più importante del bar, cioè io, Morbidelli Eduardo. E soprattutto c'è questo maledetto Bertoli del chiosco bar "Gabriella", che giusto oggi alle tre, ad alta voce e in mezzo agli ombrelloni, mi ha rivolto questa dura frase: "vergognati Eduà! Tu tiri fuori sempre il peggio dalle persone!"

Questo tale, Bertoli, se n’è uscito col suddetto sfogo rabbioso dopo che il sottoscritto, tra le risate generali, gli aveva ordinato: "ehi, Bertoli, preparami un mojito special, come sai tu"

ahahahah

Ora Vi spiego il perché ed il per come, ma prima di tutto dovete sapere una cosa, che sia chiara come il riso in bianco del lunedì in pausa pranzo: l'interpretazione del Mojito da parte di Bertoli risulta del tutto sprovvista di background, improvvisata, e fintamente professionale. Essa mi disturba poiché non contempla il Mojito in quanto bevanda che può suscitare un interesse e/o in quanto parte caratterizzante della filosofia di un locale, bensì lo si considera unicamente per scopi modaioli, ovvero polvere melliflua che se ne va con un colpo di vento, come tutti 'sti negozi di telefoni spuntati fuori all'improvviso. 

Ebbene questo non è talento, caro Bertoli, questo è tempismo da calcio-balilla, e non vuol dire nulla; vuol dire solo salire su un treno diretto verso l'ignoto; oggi pare che va, spremiamo tutto e subito, domani Dio provvede.

BAH !!

La mancanza di progettualità prima o poi la si paga, mio caro Bertoli; la tua direzione commerciale campagnola, priva di una visione a lungo termine, ti si ritorcerà contro come un Ericsson senza garanzia. In simili condizioni, l'impalcatura aziendale poggiata sul Mojito traballa da tutte le parti, ed in particolare da una: LA MENTA, pianta erbacea perenne, fam. delle Labiate; [mèn-ta] s.f. ; a partire dal suo approvvigionamento come materia prima, fino a: [lat. MENTHA] ; fino alla composizione finale del cocktail nel bicchiere. Punto.

 

SVOLGIMENTO dell'ACCOZZAGLIA
atto primo :

Dovete sapere che Bertoli organizza feste al chiosco-bar Gabriella; Gesù, ma chiamarle feste è davvero una esagerazione giornalistica che non ce la sentiamo di usare. Useremo pertanto la dicitura Accozzaglia di contenuti di quart'ordine, che per comodità abbrevieremo in Accozzaglia.

In pratica Bertoli dà 30 mila lire al primo spilungone claudicante che passa per strada e gli fa effettuare uno spettacolo fatto di 22 capriole e 214 salti per aria, salti normalissimi, di quelli che anche un bambino di tre anni sa fare. Sottofondo musicale di Giggi Er Zozzo, con predominanza di canti barbari dell'Africa del nord, molto a nord, riletti da poeti italiani del periodo quintilista, ovvero dalla quinta di reggiseno in su.

In questo frastuono estetico vengono messe a soffriggere nel frattempo - in un'altra padella - quattro ragazze pon pon vistosamente imbrattate di rossetto e cellulite, che verranno usate come cameriere.

Ciò che più ci sorprende, a noi clienti fissi - e in un certo senso ci umilia perché ci sentiamo ingannati e presi in giro - è che queste patetiche Accozzaglie vengano regolarmente spacciate da Bertoli come interessanti performances di danze camerunensi.

Bertoli ha anche l'accortezza di copiare lo chalet a fianco (nettamente superiore in tutto) dedicando uno spazio apposta del locale alla realizzazione della sua 'idea di business': un banchetto intitolato: 'IL VERO AUTENTICO MOJITO CUBANO', sì, mmmh !!

Proprio credibile, specialmente con lui là dietro, con quella pelle nivea a macchie rosce, tipicamente cubana, linda come il culetto d'un neonato.

Non gli si crede neanche volendo.

Stop.      

Parte l'Accozzaglia.

L'introduzione di Giggi er zozzo è esiziale. Tastiere teatrali a manetta. Batterie elettroniche ridondanti ed acerrime. Fine della quiete data dall'arietta serale. Immediatamente inizi a sentirti a tuo agio come sopra un trattore alla festa dell'uva di Monte San Giuseppino, provincia di PORCAPUTTANA (PP), imprigionato tra panze di agricoltori su di giri. Per terra traballa tutto e pare che il pavimento di cemento stia per rivoltarsi su sé stesso, a causa dello schifo che gli accade sopra.

Si schiudono d'incanto nella tua mente i format di tutte le piazze più becere, Silvano e la sua orchestra, Tuttogomme da Pietro come sponsor, FFRRRR... FFRedo il poeta del FFRitto, o l'immortale insegna della porchetta veramente calda . . . con il porchettaro che guarda i morti sul tg5 mentre ti fa il panino . . . ma ancor non si raggiunge il fondo toccato questa sera dagli starnuti della Bertoli Corporescions es, es, essenneccì!!

Il calderone davanti ai tuoi occhi ti porta a rimpiangere tutti i tuoi pomeriggi spesi male, quando eri più stupido e più bambino: aspettare tre quarti d'ora dal gommista, bere sei campari per noia, fumare sigarette inutili, imbrigliato nei tubi di scappamento di una cittadina provinciale . . .

Quella sì, era vita!

Cristo, ti rendi conto che dopo di questo sparatemi, qui si sta voltando pagina verso le nuove frontiere del raccapriccio, mentre malinconicamente fotogrammi di una passata esistenza ti sfrecciano in testa, come Fiat Tipo alle corse abusive, salto per aria dopo salto per aria, Giggi er zozzo dopo Giggi er zozzo, traslare la paranoia vissuta alle feste di piazza con questo insulto al genere umano, odore di fritto aiutami, porchetta ti prego, giungi bollente adesso qui, in elicottero dalla provincia di Chieti, e riscalda queste ossa!

Nulla. 

Qui siamo al chiosco bar "Gabriella" e non è come al cinema.
Questa è la vita.
Siamo autolesionisti e facciamo le cose che odiamo di fare.
Il barista ha bisogno di odiare i suoi clienti e viceversa.
Nessuno verrà a salvarci.
Il Signore ha decretato che s'ha da soffrire.

 

atto secondo dell'Accozzaglia:

Durante l'Accozzaglia, Bertoli si piazza di sotto col banchetto e fa i mojiti. In quella postazione raggiunge più volte il cosiddetto Magic Moment, il tripudio irripetibile della vendita effettuata, l'orgasmo, esattamente come accade per i venditori di folletto. Le ordinazioni al banco hanno lo stesso dolce sapore della firma della massaia sul prestampato aziendale. Il pestato di lime e zucchero di canna è piacevole come il post-vendita effettuato in solo, sopra una molle divorziata di 49 anni. 

Il cazzone appare visibilmente felice, specialmente quando il presunto camerunense (in realtà uno zingaro nativo di Silvi Marina) preleva a forza le persone dai tavoli e le costringe a ballare. Come avrete capito, i clienti dello chiosco-bar Gabriella sono sottoposti a fastidiose e insopportabili torture. C’è gente che fa finta di parlare al cellulare per non essere prelevata. Visto ed esaminato tutto ciò, noi clienti fissi e storici, pensiamo sia giunta l'ora di ribellarsi. 

 

 

SVILUPPO DELLA FASE CONCETTUALE DELLA RIBELLIONE:

Bertoli incassa allora con apparente calma le nostre battute al vetriolo:

"Se le dai a me, 30 mila lire, zompo più in alto di questo sciancato"

"Bertoli, per Dio! è meglio l'organetto!"

"e dunque questo sarebbe il tuo artista? Questo picchia sui tamburi a casaccio!"

Bertoli sopporta e fa i mojiti. Con un paio di guanti di plastica da chirurgo che anziché a un intrattenimento esotico ti fanno pensare a un'operazione ai legamenti.

La bionda cameriera in carne, molto sorridente in verità (e a una cert'ora anche intrigante), continua a recapitare mojiti al nostro tavolo, ma in essi vi alberga sempre troppa menta, come al solito, piantagioni intere di erba e rami.

Non parlo di sapore, Cristo, mica sono così schizzinoso; parlo del fatto che da questi bicchieri è impossibile bere. Nel mio tumbler c'è praticamente un albero, non rametti di menta o foglioline, parlo di alberi, rami, scoiattoli. Se portassi a casa questa coppa, babbo la riporrebbe nello scantinato per l'inverno, atta ad integrare la riserva di legna da ardere.

Le conseguenze dei drink sono rovinose: io mi sto a beve il mio mojito di fretta, preoccupato dell’imminente irruzione dello scoiattolo Piergiorgio, è angosciante. I miei compagni di tavolo vengono colpiti da sintomi diversi. Sergio Portaluppi, un benzinaio puttaniere fallito come mediano di spinta negli anni '80, a causa dello sfregamento dei rami sulla pelle, è vittima di un'irritazione non solo cutanea, con conseguente prurito modello "ortica modalità on", con annessa paranoia. Questo il suo commento a caldo: "invece di mbriacà pizzica! Peggio delle zecche 'sti mojiti oh!"

Attilio Lombardozzi, secondo portiere al torneo del galoppatoio del 1849 (prima della guerra di secessione americana), di solito pulisce e raschia i bicchieri tipo turbina, mangia anche il ghiaccio, tritura le cannucce prima di infilarle nel posacenere e dargli fuoco, e figuriamoci la menta! Ma oggi, a causa dell'affollamento di legno nel boccale, è costretto a desistere in almeno due occasioni (diametro dei rami tipo stecca da biliardo junior).

Per finire, il fogliame costringe 2 ragazze cecoslovacche a mettersi il collirio (esse siedono al tavolo con noi), perché ogni volta che provano a bere gli arriva qualcosa negli occhi. 

(aperta parentesi)
abbiate pazienza, so che la Cecoslovacchia non esiste più dal 1 gennaio 1993, ma qui al chiosco/bar Gabriella amiamo continuare ad usare questa parola, in quanto include al suo interno significati per noi romantici, gli stessi che le nostre mamme infliggono a pellicole come Via col Vento, Uccelli di Rovo e Dynasty.
(chiusa parentesi) 

A coronamento della schifezza giunge nel locale la mia ex, che con il suo nuovo fidanzato avvocato si produce in effusioni amorose subliminali, piccoli sguardi d'intesa senza tenersi neanche mano nella mano, per non farmi troppo male. Brutta troia del cazzo, preferirei netto che mi pomiciasse di fronte.  

mmmhhh . . .
malditos perros . . .
Bertoli ti uccido . . .
Grrrr, e la serata gli stava andando anche bene, a 'sto minchione.
Questo significava che in futuro, con tutta probabilità, avremmo dovuto subirne delle altre.

 

 

FASE PRATICA DELLA RIBELLIONE : 

Tra una scoreggia del camerunense e una soffiata di naso di Giggi er zozzo, rassegnato a subire bruttezza e umiliazioni, mi alzo dal tavolo e mi dirigo verso il banchetto incriminato, dove Bertoli spadroneggia a tal punto che potrebbe fare i mojiti palleggiando di tacco.
Sono in fase di 'Bestemmia Sottovoce' già da 25 minuti.
Il mio 'fare e borbottare', e soprattutto il mio alzarmi dalla sedia in quel modo, viene subito giudicato dai miei amici come 'molto allarmante'.

"Eduà, do' vai?", mi fa Portaluppi.

"mo RRetorno sùvito. Tu vatti a sciacquare la faccia. Si roscio ripiati (trad. riprenditi). C'ho paura che 'ste due si vanno via. E se si vanno via 'sse due stasera mi sparo" (alludevo alle ceche)

"è vabbè però ritorna tu, così gli dici qualche cazzata in spagnolo"

"sempre io ci devo pensare? pensaci tu 'na volta, Portalù!"

Arrivo al banco e faccio per lanciare l'ordinazione, ma non prima di aver punzecchiato l'enorme minchione: "Bertoli, noi del tavolo avevamo chiesto qualcossa da bere, non una giungla stilizzata. Da quei bicchieri poteva uscire fuori Tarzan, o un orango-tango. Quante volte devo dirte di non esagerare con la menta, cabron!" (mi stava uscendo fuori la parte spagnola);

"neanche ti rispondo" è stata la reazione incazzata di Bertoli "guardati fai sempre più schifo Eduà, sei completamente ubriaco, vergognati! Tu tiri fuori sempre il peggio dalle persone!"

Non è carino sentirsi dire certe cose ad alta voce mentre attorno è pieno di gente: "per cortesia ora ci fai cinque mojiti senza menta!", è stata la mia risposta.

"ma senza menta che mojito ti viene? Che ti ci metto allora?"

Sapevo di questa sua obiezione da capobarista nel villaggio zulù, e difatti m'ero preparato apposta una monumentale controreplica riguardante le famiglie a lignaggio aperto: "e allora mettici la fregna di mammeta!"

Boooom!

La rivolta era completa, adesso.

A Bertoli gli viene la faccia tipo bambino schifato, quando gli dai una sculacciata e secondo lui non se la meritava proprio.

Lui... che già si produce in mille sforzi, dal suo punto di vista da considerarsi anche a sfondo sociale, per ravvivare quelli come me, per tenerli lontani dalla droga e dalla delinquenza.
Per toglier loro dalla testa il vagabondare nelle zone industriali.
Per accendere entusiasmi in serate altrimenti desolate.
Questa sarebbe la ricompensa che gli porgo.
Quale onta!

Seguono 7-8 minuti di alta filosofia.
In cui bevo e penso.
A mia madre.
Al mio primo giorno di scuola.
Alle conseguenze di ciò che ho appena detto.

 

 

terzo e ultimo atto dell'Accozzaglia - il discorso diventa globale

CONDANNA A MORTE DEL RIBELLE :

Ormai sto di fuori e mi aggiro come un fantasma attorno alla pista: "Mi gira la testa, no siento nada, mmmhh, dove sono le cecoslovacche, datemi le ceche, Portaluppi tieni Gigi er zozzo lontano dalle mie ceche... maledetto Bertoli, me la paghi, maldido gringo, yo te vado a matar", queste sono le frasi indistinte che pronuncio sottovoce tra me.

Mi aspetto una qualche reazione di Bertoli da un momento all'altro, mmmhh... Tutto lascia presagire l'arrivo della peggiore delle situazioni, e difatti, quel bifolco impettito di Bertoli me lo vedo arrivarmi addosso all'improvviso. L'imbecille è uscito fuori dal bancone ed ha in mano il pestello di legno per tritare la menta ed il lime. E' un'immagine spaventosa. La sua figura diventa sempre più grande sempre più grande fino a che - vigliaccamente e con mosse veloci - mi piomba addosso e mi colpisce col pestello sul ginocchio. Fa malissimo il pestello di legno massiccio sul gentile osso della rotula. Sono piegato dal dolore, ma reagisco immediatamente, e gli strappo via il pestello dalle mani. Col medesimo colpisco Bertoli a un'orecchia, che immediatamente inizia a diventargli fucsia, sorpassando cromaticamente il rossore innato delle sue poco distanti guance da frate novello ed innocente.

Lui torna come se niente fosse dietro al bancone e riprende con le ordinazioni, dopodiché, in un attimo di calma, accecato dalla rabbia e nel bel mezzo di un intrattenimento musicale non dichiarato alla Siae, e per giunta con tutte le infinità burocratiche sempre in agguato, tra la tettoia, e la SAB, e mille altri uffici, lo sapete che fa? Chiama i carabinieri. Chiama i carabinieri per farli arrivare nel suo locale! Geniale mossa! Come uccidere il maiale e poi chiamare il WWF. Non ci posso credere eppure sta accadendo live. Qui. Ora. Oh Dio. 

All'arrivo del maresciallo barese LOCALVO, al chiosco-bar Gabriella l'Accozzaglia è totale.

Dunque, sul luogo del delitto abbiamo:

1) intrattenimento agrario;
2) arte al botulino, provocante difficoltà nel deglutire;
3) compilations musicali di qualunquismo circolare, come la tortura della goccia, t'uccide a ogni giro di più;
4) sguardi impotenti di Mangiacalcio e Mangiafiga attoniti;
5) acchiappagalline rincorrono diciottenni cicce.

Dio non è presente. Dio si rifiuta di quantificare lo spettacolo. Sullo sfondo, dispute plebee insulse e improduttive. Laggiù, dove la verde erba del vicino ricopre il più debole, seppellendolo sotto una coltre d'invidia e frustrazione; in fondo ed ancora più in basso, negli abissi dell'uomo medio, arroccato perennemente in un fosco io devo umiliarti elevato all'ennesima potenza. Per sentirmi meglio io!

Io!

Questa non è una normale convivenza nordeuropea. Questa è una guerra. Odio ho bisogno di te per sentirmi qualcuno. Delicati equilibri estetici portano allora alla mente una serie di puntini numerati (come il CHE COSA APPARIRA' della settimana enigmistica), unendo i quali appare il volto ormai mostruoso di un'arrogante nobildonna di terza età, aristocratica per autoproclamazione, ex-cafona arricchita, e decaduta ora nella pratica bestiale del cannibalismo, e nella cattiveria; una troia tenace, attaccata ai soldi, che anziché dare spazio ai suoi figli, si ostina a celebrarsi e a definirsi bella, seppur così visibilmente logora, e bisunta. Italia è un nome di donna, e io ci ho passato tutta la vita, in Italia; e li ho letti, tutti quei paragrafi alle medie, e mio padre li ha vissuti gli episodi di mafia, quella leggera, quella di famiglie di contadini che portano 500 voti sicuri ed esercitano poi pressioni di vario genere sul sindaco, e pure io come mio padre l'ho vissuta l'Italia, e oggi mi sento in diritto di parlare. Qui la legge non è uguale per tutti. E' una storia che va avanti da 150 anni. La scena davanti ai miei occhi ricorda una nazione intera. Un brano delirante tratto da Sanremo '83 viene fatto interrompere, e per un attimo ci si sente in un'altra parte del mondo, più quieta. Il silenzio è già di per sé cultura, rispetto all'educazione devastante a cui siamo stati sottoposti; tregua divina ed attesissima che inghiotte dolcemente lo standard di persone che abbiamo incontrato nella vita. L'ultima cosa che distinguo è Bertoli, quel maledetto, che chiama Localvo a sé, puntando l'indice verso il sottoscritto.

Io sono il mostro di turno, io il colpevole. Tutta quella bruttezza. Devo pagare io per tutti. Io sono il designato a salire al crocefisso. Mamma mia, non si capisce più niente. Tutto è sfocato. Tutto risulta una tortura involontaria, lentissima, dentro un'adolescenza che ancora non finisce.

Il bisogno di feedback che lamentiamo in continuazione è qualcosa di davvero patetico. Il far pesare le cose. Il reclamare attenzioni aggredendo gli altri, sottoponendoli a pressioncine psicologiche più che idiote, che potrebbero degnamente competere con la pochezza inalata in sala d'attesa, tra le pettegole dell'Hair Stylist stocazzo di Montecosaro (MC); geremiadi goffe e antiestetiche che secondo noi serviranno a ribadire il nostro status nella società, la nostra importanza nel gruppo amicale, l'insensata rigidità delle nostre sicurezze. Scopo del gioco è il riuscire ad accettarci anche oggi, il raccattare brandelli d'autostima, il non odiare troppo la nostra vigliaccheria ed il nostro operato.

Abbiamo bisogno di molte conferme, a tutte le ore, noi deficienti. Dobbiamo assicurarci che la nostra presenza sulla Terra non sia inutile, dobbiamo farlo ininterrottamente, e dobbiamo ribadirlo ai colleghi di lavoro, e poi a noi stessi, e poi domani un'altra volta, soprattutto la mattina, quando affondiamo la fetta biscottata nella tazza larga del caffè; ebbene proprio in quel momento dobbiamo dimostrargli molte cose, a quel liquido nero dentro cui ci specchiamo, dobbiamo fargliela vedere, la nostra vita commerciale, così com'è, compresa di tutto, anche del fatto che non trascorreremo certo una giornata senza palesare contratti e produzioni, che se lavoriamo sodo ce la possiamo fare, che abbiamo rovesciato il nostro disprezzo e la nostra indifferenza sulle persone universalmente riconosciute come meritevoli di gogna; e allora via, si esce a fare shopping giù in piazza, dove tutti dicono tutto, e dove becco al volo (e condivido) una bella derisione d'incapace, una interessante lapidazione del male, una comoda messa in punizione del povero Gino, puffetto birichino.

E se putacaso non riuscissimo a organizzare tutto questo palinsesto, dovremo fare in modo che almeno - agli occhi degli altri - tutto appaia credibile. Attivarsi affinché il nostro comportamento venga letto come una rassicurante espressione del normale, ovvero dinamiche social perfettamente allineate. Mode. Opinionisti da assecondare. Stronzate agglomeranti. Tutto ciò ci fa sentire comodi e al sicuro. Bene al caldo, sotto una veste di ovatta pucciolosa. Questo meccanismo turpe spesso riesce a placarci, ed a placare il nostro lato oscuro. Cosicché il pericolo che ci portiamo dentro, quel bel siluro disturbante tanto simile alla libertà, si squagli.

Ma niente paura, cari amici. Al mondo si sta bene e la vita è stata universalmente dichiarata bella. Siamo ora inclusi nel gregge di pecore. Qualcuno ha pensato per noi. Qualcuno ha prodotto etichette e credenze, per rivendercele a un ottimo prezzo.

A un certo punto della vita l'analista va integrato con un sistema di quadrature reciproche e precarie, come ad esempio lo spompinarsi a vicenda, per recuperare una serie di cose: insufficienze mentali, carenza di visioni, lacune derivanti dal troppo affetto ricevuto e dalla esagerata importanza che ci viene data. Vede, mio caro Maresciallo, dovremmo riuscire a guardare alla morte con un occhio un po' più complice. Il demonio è sotto la pelle. Il demonio è dato dal paziente lavoro di cesello sul carattere, dallo scorrere e brulicare continuo di lava rovente, dal non dire le cose che pensiamo veramente. La più grande paura dell'essere umano è la solitudine. E diamine però. Occorre più coraggio. E' così poco interessante non transigere. E' così poco interessante obbedire. Ostinarsi a non guardare l'altro lato delle cose. Il bisogno di vedersi srotolare il classico tappeto roscio al nostro arrivo... E CHE PALLE!

Il bisogno di dover delineare esattamente il bene e il male. 

Una manìa di grandezza deriva sempre da un miserabile complesso d'inferiorità. Una manìa deriva punto. Viene da qualcosa. E' insoddisfazione per le attività svolte nella vita e deriva. Ma porca puttana! I nostri guai ce li abbiamo tutti a portata di mano. Sarebbe sufficiente ammettere di averli. Vede, caro Maresciallo, la sfumatura è d'obbligo. Bisognerebbe sempre mettere in discussione le certezze. E' impossibile capire tutto, e tutto è un'Accozzaglia. Un cumulo indistinto di cose che accadono. Continuamente. Un grattacielo di cose e persone dal quale non è possibile estrarre dei teoremi definitivi. 

Ma adesso basta. Dobbiamo rinascere, dobbiamo rilassarci. Abbiamo ancora tempo, la prego maresciallo, sono a sua disposizione, la seguo volentieri. E' certo che nel suo studio intasato di tarme che divorano il legno, sarò di fronte ad un circo meno infame. La prego maresciallo, mi porti via con Lei.

 

FINE DELLA RIVOLTA E ALBA DI UN NUOVO GIORNO :

Oggi invece mi sono svegliato felice nel mio letto. Non saprei dire che cosa è successo esattamente ieri sera. Quel che è certo è che stamane, al mio risveglio, ricordavo distintamente Sor Carletto Mazzone, 65enne allenatore di serie A, romanaccio trapiantato ad Ascoli Piceno, da sempre cliente fisso del chiosco bar Gabriella, seduto in prima fila, proprio due tavoli davanti a noi, che ha risposto: “VEDI D'ANNATTENE!" allo sciagurato camerunense che tentava di trascinarlo in pista. Dietro di lui Vito Riga, ineguagliabile bomber delle serie cadette, rinomato per la sua pigrizia e mutismo, che qualcuno scambia per eleganza. Talmente buono ed innocuo, fuori dal campo, da non riuscire a contrastare il demone di Silvi Marina. Veder ballare Vito Riga può provocare viaggi psichedelici scomposti. I carabinieri devo essermeli sognati causa questo.

Come avrete capito, il chiosco bar Gabriella è uno chalet frequentato da calciatori in vacanza. Bertoli gongola felice in pausa pranzo, ieri sera ha piazzato incasso record ed oggi infila un menù veloce riempipista, antipasto di mare e mezza manica allo scoglio: da non morire mai. Come le foto di Maradona a Napoli, qui al chiosco-bar Gabriella il mezzobusto in pietra lavica di Sor Carletto domina la scena, prepotente e vasto. Eccoci qua. Oggi è di nuovo una bella giornata.

Saluto con un inchino la moglie di Rasmussen, ex-rincalzo del Real, danese, un'ala destra classica, ora disperso nei meandri della serie C. Una versione di Butragueno meno goleador e più incontrista, un macmanaman col freno a mano tirato. Cara Signora, le sussurro tra i denti, se Suo marito sapesse, palla al piede, evocare una stilla del Suo carisma e delle Sue geometrie, a quest'ora sareste entrambi in nazionale.

Nazionale, la parolina magica. La fine della corsa è giusto un metro davanti a noi, ma questo non impedisce ai nostri crani di dirigersi di tanto in tanto verso il sogno della maglia azzurra. Eutanasia agonistica ci avvolge lieve, anno dopo anno, tra le sue larghe onde. Questo è il luogo dove molti calciatori, dolcemente, cessano di esistere. La vita continua ad essere bella, e poco alla volta, al termine di ogni campionato, si scoprono i piaceri del dopocarriera: mojito la sera e modelle ceke in pausa pranzo, sughi con le cozze, fritti al bacio, Falerio a gargarella. Campionature sociologiche intriganti. Limiti delle persone. Curiose proiezioni algebriche dell'amicizia. Tarallucci e vino fino a che è possibile, opinioni condivise fino a che fa comodo. Altruismo ipnotico, quell'altruismo utile a sentirti bene tu. Individualismo grave, scaricare qualcuno quando sta in difficoltà, salire sul carro dei vincenti, sempre, e poi - non ultimo - improvvisamente dietro l'angolo, l'amore. Gesti di grande e sorprendente amore. Tutto questo mentre il mister, sotto l'ombrellone, medita in silenzio, soppesando schemi da adottare nel campionato successivo.

Questo luogo, amici miei, ha sempre rappresentato un'Accozzaglia. 

E con questo Vi saluto, è stato un mio piacere, io sono Hector Eduardo Morbidelli, professione esterno destro difensivo, gioco in C1, insieme a Vito Riga, mitico centravanti calvo, implacabile, secco come uno spino e puntuale come la morte. Ci si può scommettere.

Dopopranzo mi rimetto i pantaloncini e vado al mare.
Alle tre e mezza in punto ordino un mojito.
La storia ricomincia.

Brevevita Letters
(illustrazione: Enrico Natoli)
------------------------------
wow! you've found a matching song:
"I can't escape myself" - The Sound 
from the album "Jeopardy", 1980

Older Post
Newer Post
Close (esc)

Popup

Use this popup to embed a mailing list sign up form. Alternatively use it as a simple call to action with a link to a product or a page.

Age verification

By clicking enter you are verifying that you are old enough to consume alcohol.

Search

Shopping Cart

Your cart is currently empty.
Shop now