Capitolo 10 - IL CONTROLLORE

Vito Riga e altre persone
capitolo 10

IL CONTROLLORE

Houston la fine si avvicina,
Houston. . .

Houston è una città del Texas, ma talvolta nel corso degli anni questa città si è trovata a Porto d'Ascoli.

La vita di Pasquale La Quaglia in cenere.

La Quaglia andava a scuola, faceva il quarto ragioneria. Era uno studente normale, dotato di una normale intelligenza. Aveva risultati medi, che gli erano sufficienti a raggranellare una promozione a giugno. Non era uno di quelli dediti alla pratica del salare (vuol dire marinare la scuola). Lo fece una volta annoiandosi a morte in pizzeria e sulle balaustre. La sala biliardo di mattina, poi, te la raccomando: piena solo di bulli diciassettenni che non capivano un cazzo. Non era un posto dove potevi trovare l'entusiasmo, o incuriosirti per qualcosa. Non che la scuola lo fosse, però, per esempio, lo sport era meglio del salare. Il tempo ha senso solo se lo spendi dopo aver sofferto.

Comunque, fra quei tanti momenti che non hanno avuto senso, disegnare voli d'angelo di numeri 11 sul diario mentre il coglione di professore spiegava un mattone dell'ottocento, ecco, quella era un'attività che a La Quaglia piaceva abbastanza.

A quel tempo La Quaglia indossava completini intonati di jeans nero, e la sua compagna di banco lo prendeva in giro per questo. Ovviamente lui la trattava come un uomo, e le parlava in dialetto: "che cazzo vuoi Marilù, non sono abbastanza intonato?"

Al contrario, Marilù rideva proprio perché La Quaglia stava troppo attento agli abbinamenti cromatici.

Le donne erano buone solo a farlo incazzare, ma ai loro occhi credo che la sua figura restituisse qualcosa di gentile, o perlomeno di <<astrologicamente promettente>> , perché anno dopo anno le sue compagne di banco sono sempre state loro, le donne.

Dal canto suo, La Quaglia non se le cagava di striscio. Proprio i lacci delle scarpe avevano infinitamente più importanza. Prerogativa radicale, questa, che produceva i suoi frutti. Ai tempi 'sta cosa del non cacarsele era diventata una pratica consueta. In molti usavano 'sta tattica, per poi supplicare con la coda dell'occhio. Ma quella di La Quaglia non era una tattica. Lui si rendeva conto di non essere come i suoi coetanei. La masturbazione non era la sua unica attività. Aveva altre priorità, La Quaglia, oltre alle tette. Questo "avere altro" alle donne piaceva.

Giocava a calcio, La Quaglia, e non lo faceva tanto per giocare. Diciamo piuttosto che il calcio era la sua religione e suprema ragione di vita. Costituiva l'ossatura della sua giornata top, insieme alla musica, al cinema, al tennis, ai suoi amici, alla sua famiglia, al videogioco del bar Due Orsi.

A La Quaglia piaceva prendere appunti e creare tabelle e schede riguardanti i vari campionati di calcio (dal suo fino alla serie A), annotava tutto su un'agenda grigia di suo padre e un'altra marrone, sempre di suo padre (che gliel'aveva regalate la banca e gli avanzavano); al ragazzo piaceva immergersi nelle mille passioni che sentiva sbocciare dentro di sé, e nelle immagini del mondo; gli piaceva filtrarle e farle sfociare in produzioni personalizzate; sue. Quando una cosa gli interessava la cavalcava decisamente; tentava di proporla ai suoi amici e in molti gli andavano dietro; poteva diventare travolgente.

Ammettiamolo: La Quaglia era un tipo felice.

Tornava a casa stravolto dalla fame alle due, due e venti di pomeriggio. A livello quantitativo, e anche a livello merceologico, il suo pranzo standard era terrificante: 300 gr di carbonara e due fette di zampone Negroni, di quelle alte tre centimetri che si vendevano a due a due ai supermercati Gabrielli, impacchettate nel sottovuoto di plastica.

La Quaglia aveva poi un lato malinconico e solitario che si manifestava in certi pomeriggi, quando il ragazzo se ne andava a Porto d'Ascoli col pullman. Faceva passeggiate assurde lungo i marciapiedi, in solo, senza mèta, sperando di incontrare Ian Astbury alla gelateria adriatica di via mare. Indossava un cappotto spinato marrone chiaro, appartenuto a suo nonno, che nella seconda metà degli anni '80 era ritornato di moda.

Sognava ininterrottamente, La Quaglia. Sognava di giocare titolare nella nazionale di calcio. Sognava di diventare il presidente della repubblica. Aveva bisogno di emozioni forti per vivere, voleva assolutamente vivere.

Un pomeriggio come un altro, subito dopopranzo, La Quaglia se ne andò là la sala , come usava fare ogni giorno. Là la sala c'era lo stereo, e il ragazzo si ritirava lì, si aggirava nel suo mondo, tra i libri e le riviste, a studiare Franco Battiato, Enrico Ruggeri, Edoardo Bennato, Ivan Graziani, i Litfiba, i Diaframma, gli Smiths, i Dire Straits, i Cult, i Chicago, e molti altri musicisti ben più sconosciuti. In quel periodo La Quaglia scriveva canzoni, o perlomeno cose che egli stesso osava denominare canzoni. Aveva 17 anni e mezzo, era il 1987. Da qualche tempo avevano iniziato a <<suggerirgli>> delle ragazze. Cosa significa suggerire una ragazza? Significa uno scagnozzo accompagnatore fino alla fermata del pullman, che ti fa: "oh, guarda quella quant'è bbona". Punto. Inizi a notare un certo fuoco. Sfortunatamente ti desti dal delizioso magma mentale che ti pervade, e inizi ad accorgerti di una cosa irraggiungibile chiamata <<le braccia di una donna>>.

Fatto sta che fu proprio pensando a questa donna che, in quel pomeriggio maledetto, La Quaglia iniziò a scrivere una certa canzone sull'agenda grigia, e il ragazzo si sentiva tanto strano. La canzone parlava di difficoltà d'espressione, di timidezza, di carenza di personalità. Ci siamo quasi. Houston, siamo a un centimetro dal baratro. La Quaglia era ancora in sé, ma stava svalvolando via. Vedeva il fosso ma non pensava di doverci cadere dentro; e soprattutto non pensava di finirci in modalità viaggio senza ritorno, cioè <<forever>>; e soprattutto non pensava a una profondità di quelle proporzioni . . . la profondità, l'abisso nero, la foiba che inghiotte . . . si stava scoperchiando la merda, stava arrivando all'improvviso tutto il mondo tutto insieme, come un alluvione, tutto il male, nella stanza personale di La Quaglia, quel pomeriggio lì.

Fu allora che a La Quaglia venne in mente uno psicopatico del bar, un certo 'Nzacca. La Quaglia pensò che si trovava sulla strada buona per diventare come lui: un triste infelice malato diverso pazzo desocializzato solo. Incapace di parlare. Ridicolo perseguitato tormentato. Uno che parlava soltanto sottovoce tra sé, che lanciava solo sibili, come nelle nenie demoniache; uno che non ti rispondeva quando gli rivolgevi la parola, ma ti guardava fisso con gli occhi da pazzo. 'Nzacca, lo chiamavano. Era un abbreviativo del cognome, Insaccalorso, il cui cugino era un famoso vicedirettore di filiale CARISAP.

La Quaglia ebbe paura.
Ebbe paura di diventare come questo psicopatico.
Ebbe paura della paura.
Una furibonda tempesta di paura lo travolse. La sua mente non c'era più. Di colpo. Spaventose ondate di venti metri. Un maremoto improvviso, senza precedenti. In breve la situazione divenne folle. La paura più grande era la paura d'impazzire. La Quaglia non capiva più le cose e gli oggetti. Non capiva le cose che vedeva. Non capiva che cos'erano gli oggetti attorno a lui.

Successe all'improvviso. Fu un attimo, e dopo di quell'attimo ciao.

La sua pelle si drizzava e si raggruppava in cristalli di fango, formando grossi tranci induriti, e divisi da solchi profondi. Mostri spaziali lo riducevano in pezzi, amici miei. Le palle di La Quaglia erano adesso un cratere marziano, mamma mia, lo muravano vivo. Stava diventando un altro individuo, e lo stava facendo a velocità spaventose, non preventivate, fuori dalla volontà di alcuno.

Un mostro nero e incredibilmente vuoto s'impossessò del suo volto, che non sarebbe mai più ritornato lo stesso. Il ragazzo incontrò una strega che aveva nome e cognome: "esistenza difettosa"; e ciò voleva dire che qualcuno era improvvisamente piombato a riferirgli, nella maniera più violenta che si possa immaginare, che lui era un pezzo uscito male, e che dentro quel pezzo c'era incastrato il suo cervello, che dunque doveva essere perseguitato e seviziato più volte, come un gatto che sulla strada viene travolto da duecentocinquanta automobili una dietro l'altra, fino a diventare poltiglia schifosa per uccelli carnivori.

La Quaglia si sentiva urlare. Nessuno interveniva in suo soccorso, nessuno poteva raggiungerlo, né esisteva più. Era solo, e ormai condotto alla follia. Scivolò giù per la gola del nulla bastardo assassino, in pochi e drammatici minuti. Il futuro scomparve. Il ragazzo ricacciò liquido giallo, come quei soldati impauriti sulle scialuppe, negli attimi immediatamente precedenti lo sbarco in Normandia.

La Quaglia aveva appena assistito alla sua impiccagione dal vivo, ma la cosa più atroce era che continuava a muoversi, e a essere, e ad avere gli occhi aperti. Respirava. Doveva decidere di respirare. Questa decisione veniva presa dal suo corpo meccanicamente, senza che un qualsivoglia sistema nervoso lo avesse deciso. Studiava il suo corpo, il ragazzo, studiava quei gesti che non dipendevano da lui. Voleva ritornare l'individuo di 10 minuti prima, ma non ce la faceva.

Ciò che restava era la coscienza, presente e lucidissima, che decretava errori; lei la coscienza osservava sé stessa in questo nuovo corpo, vedeva il mondo per la prima volta, respirava, quella troia di coscienza..

La Quaglia era morto.
Un nuovo individuo senza volto stava nascendo.
Era doloroso era un inferno.

Il La Quaglia sdoppiato si alzò dalla sedia con la cacca che gli ciondolava dalle mutande. C'aveva i brividi di paura sul culo. Si guardava nel grande specchio della sala e lo specchio rifletteva alle sue spalle la via salaria, con il suo vociare di automobili. Queste automobili lo trafiggevano, a La Quaglia. Ogni volta che passava un'automobile era come essere trucidato da un'automobile, e poi da quella dopo, e poi da quella dopo. Veniva trapassato più volte, il ragazzo. Respirava. La paura era paura della paura. La paura era una finestra sfracellata di vetro, e a La Quaglia la paura gli tagliava la faccia in tanti triangoli che riflettevano pezzi della faccia stessa, pezzi che non corrispondevano tra loro, e dai quali non si risaliva a niente. Guance inesistenti scaricate giù a palate, senza un perché, nelle profondità della Terra.

Il mondo era diventato un quadro piatto e sconosciuto. Il pullman sulla strada era una galera piatta, i passeggeri erano dei secondini feroci, e l'autista un pipistrello. La Quaglia osservava da dietro al vetro della finestra queste interazioni tra mammiferi placentati, gli pareva di ascoltare le loro frasi, si sentiva aggredito.

Non c'era modo di tornare indietro.
Era orribile.
Non fu colpa sua.

E' vero, La Quaglia usava un po' cullarsi nel ruolo della vittima (crediamo sia tipico di molti adolescenti), ma in fondo era un tipo felice e onorava la vita: "perché proprio io dovevo finire così, perché proprio io", si ripeteva cacandosi addosso.

Il ragazzo si presentò in cucina, dove c'era sua madre. Ho paura di aver perso la mia personalità, avrebbe potuto dirle; oppure: ho paura di non averne mai avuta una, di personalità, avrebbe potuto dirle; oppure: ho paura di essere l'unico uomo al mondo senza una personalità; oppure: mamma, mi stavo chiedendo se io abbia o no una personalità; mi spalmo sulle facce delle persone e mi modello a seconda dei casi, avrebbe potuto anche dirle. La Quaglia disse invece qualcosa di insignificante. Lui niente (si sentiva parlare). Continuava a precipitare, era terribile.

Dopo di questo La Quaglia prese l'agenda grigia, e anche quella marroncina, nelle quali c'erano abbozzate tutte le sue ridicole canzoni. Era roba simile al 90% del cantautorato italiano di adesso, ma più romantica. In cucina ardeva il fuoco, come sempre. La Quaglia bruciò tutti i suoi scritti, convinto che essi fossero il demonio. Li osservò bruciare, pur essendo perfettamente consapevole che quello era un gesto inutile e teatrale, e che non avrebbe risolto il problema. I pipistrelli nella foiba se ne fottevano di quelle fiamme. Continuavano a volare, e a seminare il terrore. Non c'era psicoterapeuta che tenesse.

Era ormai chiaro che La Quaglia era nato con una bomba H nell'esofago.
Non puoi coprire ciò che sei. Non lo puoi fare tanto a lungo.
Il germe latente torna periodicamente e si palesa, al primo segnale di debolezza.

Dopo tipo una mezz’ora a La Quaglia tornò un pizzico di grinta, corredata da due-tre pensieri belli, e il ragazzo fece finta che fosse tutto passato. Organizzò una patetica anteprima di quel che sarebbe diventata la sua vita: fare finta.

La Quaglia si recò dal suo amico Enrico autoconvincendosi di esserne uscito. Mentre attraversava la strada per raggiungere la casa di Enrico, La Quaglia si autoconvinceva.
Lui ed Enrico ascoltarono i Cult.

Enrico serenamente sbragato sul divano.
La Quaglia tra la paura crescente mentre la canzone avanzava.

La Quaglia sentiva ancora il vuoto. Quella merda non se n'era andata. Non se ne sarebbe mai più andata. La Quaglia non era più un ragazzo. Era diventato un'altra cosa. Non si sapeva ancora cosa. Dovette sbrigarsi a ritornare a casa per non scoppiare a piangere nella casa di Enrico. La Quaglia avvisò finalmente sua madre del disastro. Sua madre fu gentile. Houston abbiamo un problema.

I primi giorni furono tremendi. Le prime mattine La Quaglia le trascorse in uno stato di allucinante visualizzazione del mondo. Il focolare, le serrande di casa, la cenere, la televisione. . .Dopo qualche settimana, la situazione si stabilizzò verso una forma di depressione bassa. Subdola, inafferrabile, satanica. Difficilissima da gestire e che gli provocava soste durante la giornata. Blocchi improvvisi e reiterati. Sedute per pensare.
Terribile.
Terrificante.
La Quaglia non era come gli altri, e non poteva dirlo a nessuno. Era diventato un pazzo con la coscienza semprepresente, un povero pazzo tormentato che faceva finta di essere normale.

Andava a scuola e il giubbino che appendeva all'appendipanni gli sembrava una simca in autostrada. Sul versante calcio, quando andava a fa' allenamento si metteva a palleggiare e doveva pensare di muovere una gamba alla volta. Gamba uno, gamba due. La coscienza lo perseguitava. Non lo lasciavano in pace.

Dopo un paio di mesi il ragazzo iniziò a fissarsi con la forma degli esseri umani: perché erano fatti così? Perché due mani e non tre? Perché cinque dita e non nove? perché il pollice doveva godere di una certa autonomia, anziché allinearsi alle caratteristiche somatiche delle altre dita? perché le guance cadevano giù, anziché svilupparsi in orizzontale? E gli occhi? Gli occhi erano gli attrezzi più spaventosi di tutti . . . per quale motivo gli occhi dovevano restare attaccati alla faccia? Perché non si disperdevano come spermatozoi dopo un ragionamento col suo amico Morbidelli? Qual era il mastice che li teneva attaccati alle facce? Occhi sanguinanti . . . cosa c'era dentro queste palle malefiche? Chi gliele aveva fornite a La Quaglia? Si trattava di un comodato d'uso? Di certo lui non le aveva comprate, né pagava un affitto a Cristo, per averle a disposizione 24 h . . . comunque, il ragazzo non capiva per quale motivo egli dovesse ricevere tutti quei miliardi di informazioni che gli pervenivano dagli occhi. Quel che lui vedeva era un input mostruoso che lo distoglieva da sé, e gli procurava lavoro, mentre lui voleva semplicemente capire sé stesso. Perché dunque non poteva distaccare quei cazzo di occhi e osservare se stesso? Occhi squarciati, occhi recisi, il colore degli occhi, le pupille nere schifose, quelle puntine nere saettanti e lucifere, del come esse trasmettevano proiezioni accurate di quella che a detta di tutti doveva essere la realtà - ok - ma questi <<tutti>> erano fantasmi? Su cosa avrebbe dovuto basarsi La Quaglia? Qual era la verità? Quale il punto di partenza?

Era tutto così spaventoso . . .
La Quaglia era preoccupato dalla forma degli animali.
Era preoccupato dalla vista, dal dover vedere gli altri.
Aveva coniato e ribattezzato una paura terribile che si chiamava "paura di quello che vedo".
Aveva coniato e ribattezzato una paura terribile che si chiamava "paura degli altri".
Aveva paura di tutto.
Aveva paura di avere paura.
S'inventava sempre nuove paure per provare a dare un nome al demone che c'aveva nel corpo.

I pensieri del ragazzo divennero così pesanti da provocargli gonfiori e rossori della testa. Si fermava, durante le giornate, e stava attento a non farsi vedere da nessuno, perché lui voleva sembrare normale. Queste soste erano assurde: venivano consumate tenendo gli occhi chiusi e cercando di farsi venire in mente qualcosa di bello, qualcosa che avrebbe dovuto generare entusiasmo, qualcosa che potesse aiutarlo a vivere. Voleva assolutamente vivere, il ragazzo. I suoi pensieri veri, quelli veramente suoi, che tentava di far prevalere sulla pazzia e mediante i quali tentava di mettersi a tacere (o mettere a tacere il controllore), finivano con la frase "tranquillo proprio ecco". Per anni il suo inno del cazzo fu "tranquillo proprio ecco". La Quaglia era un cane che si mordeva la coda, una catena interminabile di merda in faccia. Entrarono nel suo vocabolario alcune nuove parole: psicosomatico, neurotica, esistenziale. Queste parole non aiutarono la guarigione, ma contribuirono a dilatarla.

La Quaglia si toccava di continuo il portafoglio.
Si puliva le bavette ai lati delle labbra, le bavette non lo lasciavano in pace.
Era preoccupato dal sudore delle ascelle.
Aveva paura di pensare.
Aveva paura della lettera erre.
Era preoccupato dai movimenti che faceva.
Era preoccupato dal muoversi creò la paura di muoversi.
Era preoccupato da una cosa naturale come il muoversi, muovere il suo corpo, aveva paura di muoversi, era ridicolo stupido spaventoso un vero inferno.
Giocare a calcio era diventato come manovrare un guerriero siciliano di ceramica e di ferro, vivere era diventata una fatica, e La Quaglia pensava che andava bene così, perché gli dissero che soltanto chi striscia per terra per vent'anni può vedere cosa realmente esiste.
Sotto le persone.

La Quaglia malediceva quel porcozzio di se stesso, malediceva l'assurdo modo in cui quel cazzo di Dio lo aveva fatto, e malediceva lo stato di coscienza in cui albergava, lui, quell'altro lui, i suoi fratelli osceni e incontentabili, i giudici, i mostri, i controllori. Il mostro numero tre si chiamava lucidità perenne. La Quaglia non poteva starsene tranquillo spensierato e senza dolore, nemmeno per 3 minuti al giorno.

Sua madre gli parlò e lo aiutò. Lo portò con lei. Per molti pomeriggi a fare la spesa, nella 126. Lei gli salvò la vita.

La Quaglia e sua sorella Costanza sono nati così. Nell'angoscia. Non è stata colpa di nessuno. E' la natura. Specialmente a La Quaglia, qualcuno lo ha scelto per soffrire. Comunque oggi è il compleanno suo, di La Quaglia, e quando viene ogni compleanno il ragazzo è contento di essere arrivato a chiudere quest'altra porca stagione. Perché, dice lui, non è stato facile arrivare fino a questo punto.

Ho vissuto la vita di un altro per troppi anni, ha detto La Quaglia proprio adesso, in un ideale discorso davanti agli invitati e allo spumante.
Adesso basta.
Adesso sono io.

Brevevita Letters
(illustrazione: Enrico Natoli)
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"Rain" (extended version) - The Cult 
a remix from the single "Rain" on the album "Love", 1985

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