Capitolo 10 - BARFLY, scena tre

cuori di alluminio
capitolo 10

BARFLY, scena tre

Dopo questi eccezionali avvenimenti Vito Riga passò del tempo in solitudine, in silenzio, a godersi quella che sembrava una vittoria. Era interessante starsene seduti su un divano e raggranellare gli ultimi pezzi di serata, gli avanzi del proprio e dell'altrui pensiero, i segmenti di colore, i flash, lo stare lì ad inforcare l'humus vitale che smuove tutta l'umanità verso queste assurde passeggiate notturne, in questi templi anonimi di locali. E' come quando apri il frigorifero e dentro ci trovi una fetta e mezza di bresaola scurita dall'ossigeno (che è penetrato nel domopack) e un broccolo spappato della sera prima, ma è il ciclo sporco della natura, e c'è poco da lagnarsi, c'hai fame, fame di vita, e sei costretto a farne un piatto commestibile. A volte viene bene questo piatto, talmente bene che Riga, dal divano del Barfly, riusciva a vedere il mare adriatico. 

Prese un tovagliolino di quelli del bar. Ci scrisse sopra una frase incomprensibile, poi la firmò con il suo secco e breve nome, e aggiunse subito sotto degli scarabocchi. Aveva in mano 'sto fazzolettino bianco, e lo sventolava come una bandiera, come se quel fazzoletto custodisse i negativi del grande evento fotografico che si stava svolgendo nel suo cranio.

Tutto regolare.
Meglio tenere la follia per sé, specie all'inizio. All'inizio è meglio non sembrare strani, si disse Riga tra i denti, all'inizio è molto meglio non dare idea di chi siamo veramente.
In questo genere di cose era maestra la mia ex, pensava Riga, la mia ex quella di due anni fa, non mi fa' morì da sola, diceva la mia ex, mannaggia, mi gira la testa.

Si dovette alzare per sgranchirsi un po' le gambe, il ragazzo. Per un istante gli sembrò di non essere più lì, né lì né da nessun'altra parte; gli sembrò di non essere più al mondo, fu quasi come sparire inghiottito dal vuoto, gli sembrò di non sapere più chi fosse, ed ebbe paura, proprio adesso che aveva conosciuta quella che poteva trasformarsi in una importante donna, Riga ebbe paura di non riuscire ad essere più lo stesso uomo; tutte le informazioni nel suo cervello sembravano in pericolo, gli impegni di domani, tutto sembrava appartenere a un'altro essere, fu una sensazione sgradevole; le sue ex gli si mescolavano, a milioni, come una pappa candita dal miscelatore Moulinex, o come cazzo si chiamava lo sponsor del Catanzaro; ognuna con i suoi rigurgiti da comandante: a partire da quella che voleva sopprimerlo, fino a quella che dietro i viaggi a Londra con le amiche nascondeva un provincialismo da morta di fame, per arrivare a quella che al caffè dei poeti di San Benedettto del Tronto si nascondeva dietro le frasi degli intellettuali, per ottundere la cultura analfabeta e materiale trasmessale dai propri genitori. Ogni volta che gli capitavano questi attimi di feroce dispersione, Riga doveva poi ricordarsi di esistere sulla Terra. Gli avevano detto che l'alopecia di cui soffriva dietro la nuca poteva essere correlata con queste assenze, con questi stress mentali inconsueti e a loro modo sinistri.

Riga raggiunse gli altri. Era in orbita, e non riusciva a capire di cosa gli altri stessero parlando. Poi la conversazione tra Spaccasassi e Vezna si arenò.

Entrambi si voltarono verso di lui:

“Che cazzo le hai raccontato per tutto questo tempo a quella lì?” chiese Spaccasassi a Vito Riga.

“niente. Fatti i cazzi tuoi, mummia del cazzo"

“scusate se interrompo questo interessante scambio di opinioni, ma che ne direste di raccattare Pezza e Lu Furnar? Li ho mandati a ritirare i giubbotti, ma ancora non ritornano” disse Vezna.

“Aaah, hai mandato i due intellettuali al guardaroba con i tagliandini... ottima pensata” 

“addio giubbotti”

I tre si smossero.
Scorsero Pezza e Lu Furnar mentre a gesti tentavano di comunicare con una malcapitata addetta al guardaroba.
Lu Furnar praticamente abbaiava, Pezza sembrava si stesse cagando addosso: tagliandini persi, era sicuro.

Lu Furnar aveva delle pupille inguardabili, era penoso.

Si stava cercando di capire in quale stressantissima maniera recuperare i giubbotti quando Lu Furnar tirò fuori dalla tasca dei suoi jeans 10 mila lire orribilmente stropicciate, un pacchetto di Marlboro morbide ridotto a brandelli e cinque talloncini del guardaroba impregnati di sudore.

“ma sei deficiente? Ce li avevi in tasca” fu il commento istantaneo di Pezza.

Lu Furnar cercò pateticamente di giustificarsi con la ragazza del guardaroba: “ti giuro, un attimo fa non c’erano”

“è vero, non c’erano, è comparso all’improvviso un iraniano e ha detto: adesso metto i talloncini nella tasca di questo deficiente” continuò Pezza.

Lu Furnar rifilò alla ragazza altre cazzate: “un attimo fa non c’erano, davvero. Credi a me. Credi al tuo amico Lu Furnar che ti vuole bene”

“sì sì, ci credo” rispose meccanicamente la ragazza del guardaroba, supervaccinata all’assalto di drogati e scassapalle.

Pezza: “ci crede, non ti preoccupare, ha capito... l’ha visto anche lei, l’iraniano, l’abbiamo visto tutti”

Lu Furnar: “Oooh, e falla finita, non scocciare il tuo amico Lu Furnar, è tardi, il tuo amico Lu Furnar ha mal di testa”

“non puoi avere mal di testa, non può farti male una cosa che non hai”

“E basta! Non accetto rimproveri da uno che si mette i pantaloni della bonarma di suo nonno” 

Pezza e Lu Furnar continuarono a beccarsi fino all’imbocco della A14, casello di Loreto-Porto Recanati.

Poi calò il silenzio.

Sull’autostrada Pezza guidava, Vezna stava attenta alla strada e non diceva niente, Lu Furnar tossiva e sputava fuori dal finestrino di continuo, Spaccasassi se ne fregava di tutto e dormiva, e Riga, per qualche inspiegabile motivo, guardava l’orologio ogni tre secondi. Si sentiva ancora su di giri, non riusciva a calmarsi, avrebbe voluto saltar fuori e mettersi a ballare su una piazzola di sosta. Sì vabbè…

Fu alle 4 e mezza di mattina circa, all’altezza di Civitanova Marche, che Riga rinvenne dallo stato di euforia della serata tutt'a un tratto. Elena e le altre belle cose appena accadute sembrarono dissolversi un tantino. Cominciò a delinearsi nella sua mente il giorno dopo, quello che sarebbe stato un sabato terribile: innanzitutto avrebbe dovuto interagire per quattro ore con la pressa, parlarle, sorriderle, vomitarle addosso saliva e succhi gastrici, farla nera di zampate fino a bozzare il ferro delle sue scarpe antinfortunistiche, cose così. Poi, nel pomeriggio, i veri guai. Riga aveva voglia di piangere. Alle due avrebbe dovuto rispettare un impegno indeclinabile con un suo parente, uno talmente educato e sprovveduto che gli faceva pena, uno di quelli a cui, forse proprio per questo, Riga non ce la faceva a dire NO. Non sapeva ancora di cosa si trattasse esattamente, ma Riga temeva un pomeriggio denso di schifezze. Poi gli venne in mente Vetriolo, quello zingaro maledetto. Riga aveva un appuntamento con lui, alle nove di sera, davanti alla sala-giochi di Centobuchi. Era una situazione particolare: da una parte Riga se la faceva sotto, dall’altra s’infiammava. Vetriolo era un viscido individuo, imprevedibile e pericoloso, un tipaccio da affrontare a mente lucida, e a Riga gli si era presentata l’occasione per scacciarlo definitivamente dalla vita sua, e da quella dei suoi amici soprattutto.

Riga si chiese in quale modo potesse esser riuscito a mettere da parte tutti quei macigni di pensieri per ore ed ore. Tipo che li aveva accantonati, momentaneamente rimossi, e aveva pure funzionato.

Non seppe trovare una risposta. A quell’ora aveva in mente solo un letto, e delle coperte speciali che lo proteggessero da tutto.

Comunque la radio sputava fuori una vecchia canzone di Gianni Bella - “Non Si Può Morire Dentro” - e Riga pensava “chissà se è vero, chissà chi gliele avrà garantite, certe cose, a Gianni Bella”.

Adesso tutti tacevano e questa fu una buona cosa perché in testa Riga c'aveva un ingorgo: tra le altre cose subentrò anche la faccia di Giovanna, la sua ragazza infermiera. Quello con Elena era stato un approccio preoccupante: Riga era decollato, gli era sembrato di volare, e sognava di volare ancora. Pensava a una cena, a una bottiglia di vino buono, ai denti dritti e perfetti di questa donna, ai suoi capelli lunghi, non troppo lisci, e al sesso. Riga pensava alle cose da dirle ancora, e pensava che dovessero categoricamente essere interessanti. La faccia di Giovanna in tutto questo ci stonava. Era un problema suo, di Vito Riga. Egli stava leggermente umiliando la faccia della sua ragazza, aveva imboccato la strada scoppiettante e un poco oscura che conduce al tradimento. 

Gli idioti arrivarono a casa alle 5 e dieci. Riga si sentiva male dentro, si sentiva bene, stava come un mezzo uomo, un mezzo matto, un mezzo eroe, uno che per qualche motivo ancora poco chiaro aveva iniziato ad assaporare cose ignote. Aveva un po’ paura, forse. Scese dalla macchina senza dire una parola, impiegò alcuni lunghissimi secondi per trovare le chiavi del portone, entrò in casa, chiuse tutto il mondo fuori, salì di sopra, raggiunse la sua stanza. Udì il motore della Passat di Pezza che rombava via. Gettò tutti i vestiti per terra. Urtò due volte il ginocchio sinistro contro la sponda di ferro del suo letto. Tutte e due le volte nello stesso punto. Bestemmiò. Cominciò a chiacchierare. Sottovoce sperava di mettersi in contatto con qualche eventuale divinità. Gli venne in mente la parola sacrilegio (ovvero deplorevole mancanza di rispetto verso quanto è degno di essere amato): l’ultima volta che l’aveva sentita nominare era stato al catechismo, l’ultima volta che avevano cercato di spiegargli il suo significato Riga non vedeva l’ora di andare a giocare a figurine sopra qualche muretto di cemento. Poi l’aveva persa di vista, quella parola. Nel mondo reale, quello stupido dei grandi, quello delle presse e delle benzine senza piombo, Riga non l’aveva mai incontrata questa parola, come d’altronde la parola Dio, immenso amore, non rubare non uccidere non inculare il prossimo. Riga borbottò qualche assurdità sulla faccia di Giovanna. Qualche altra a proposito di Elena, a proposito delle sue ginocchia flesse. Accennò qualcosa su Vetriolo e sulle cose pesantissime che avrebbe dovuto dirgli il giorno dopo. Parlava con l’eventuale divinità: “avrei delle domande: si può finalmente sapere che cazzo succede? Ci spiegherai tutto appena morti? E il nulla? L’antimateria? E i mondi sconosciuti che nessun uomo può intuire e concepire? E che significa nulla, universo, stelle, antimateria, uomini, sole, mare, cambiali, fabbrica, sesso, musica, Vetriolo, Elena, Giovanna? E i miei amici? E io? Tutto questo amore che ho dentro non ci entra nella cassa da morto, caro mio, una cassa da morto non lo contiene, tutto l’amore e la rabbia che ho”

Il nulla lo faceva sentire sempre un pidocchio microscopico. L’universo pure. L’antimateria manco sapeva cosa fosse. L’amore e la rabbia erano le sue consolazioni gigantesche. Attraverso tutte le altre cose menzionate Riga cercava di divincolarsi alla meglio. E quella cazzo di eventuale divinità non rispondeva mai.

Bah. Per il momento gli interessava solo chiudere gli occhi. La sua trapunta a quadri bianco-rossi lo rassicurò non più di tanto. Si addormentò all’istante. Non gli succedeva spesso.

 

(testi e foto: Brevevita Letters)
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Come - "Sad Eyes"
from the album "Eleven:Eleven", out in 1992
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