Capitolo 1 - STACCARMI

Vito Riga e altre persone
capitolo 1

STACCARMI

Pasquale La Quaglia non riusciva a staccarsi dalle cose. Aveva un paio di Converse nere, ridotte in pezzi, che non voleva lasciare. Continuava a mettersele anche se ormai la tomaia aveva ceduto, e pezzi di gomma si suicidavano a turno, buttandosi in strada. Andò così anche per un paio di Adidas Gazelle rosse, e per molte altre paia di stupide scarpe.

Aveva regalato una striscia delle Gazelle a una ragazza, una volta. Come Alberto Fortis, che negli anni ‘80 a Spinetoli (AP) regalò un brandello di asciugamano ad un suo fan.

Durante le gite di La Quaglia a Bologna, gli veniva detto che lui era una persona interessante.

Durante la settimana La Quaglia andava a lavorare in negozio con un paio di pantaloncini neri brasati, nel senso di cotti arsi dal sole, della preparazione ‘99/2000, e un paio di scarpe bianche da pugile, alte fino a metà polpaccio, assolutamente indimenticabili. La Quaglia ricordava chiaramente che si ruppero in maniera curiosa, queste: la suola si staccò dal resto del corpo in un rovente pomeriggio d'agosto. Fu come una cremazione improvvisa, una condanna a morte celebrata in maniera spettacolare, sulla carreggiata del Lungomare. La gomma e la colla fusero al contatto con le pietrine infuocate del marciapiede.

La Quaglia andava a correre con sotto i pantaloncini a tre quarti, e sopra a petto nudo. A mezzogiorno, sull'asfalto. Con delle scarpe di pelle tipo stivaletto basso, che andavano di moda. Lui se le metteva per correre e per andare al mare. Ora che sono rovinate, diceva, mi piacciono di più. Ma non mi piacciono per uscirci la sera, diceva, le voglio spolpare qui in spiaggia, fino alla fine, e spero che la fine non venga mai. Voglio vederle sfiorire, voglio sintonizzarmi con quella strana perfezione data dalla trasandatezza autentica, dalla vita che scorre. Voglio farmici anche il bagno, con queste scarpe, inondare di sale le ferite sul tacco, provocare piaghe interessanti, farle soffrire. Voglio che questi stivaletti neri sdruciti siano parte integrante di me, e per essere me devono soffrire. Voglio che mi torni quella strana malinconia, diceva La Quaglia, quell'affezionamento patologico, quel dolce rassicurante fermo-immagine su un paio di scarpe; quella irragionevole voglia di non staccarsi mai dalle cose, dai pensieri, dalle persone; quella insicurezza cronica, data dall'assenza di Dio. Si chiama accumulo seriale. La memoria è una malattia.

La Quaglia restava chiuso in casa per mesi, e poi per mesi non poteva sopportare di restarsene a casa. E allora giù, interi fine settimana passati sui più insignificanti banconi di questo pianeta: bar Centrale a Controguerra (TE), quella pizzeria tutta bianca di Ascoli Piceno, dove lavorava quella ragazza albanese, il wine bar sul rifornimento di Pagliare (AP), a bere anisetta. All'una e mezza di notte. Disperatamente. Quando tutto il resto era chiuso.

Voleva pesare le persone, La Quaglia, controllare fino a quale livello del gioco sarebbero rimaste con lui, capire fino a che punto lo amavano.

Odiava tutti i suoi clienti. Odiava segretamente tutti i suoi fornitori, ma li riveriva, perché erano stronzi, e a La Quaglia gli stronzi piacevano, li trovava difficili da conquistare. La Quaglia restava seduto sullo sgabello che aveva in balcone, dopocena, e pensava, guardava il cielo pensava, a tutta la enormità di cose che c'erano, tutte quelle vite, e tutte quelle macchine parcheggiate in piazza, e tutti quei pensieri che non sapeva come sistemare.

Che si sappia: c'occorre un perfetto manager per governare a dovere un simile flusso. Quasi una laurea in economia aziendale. Certi flash, chiarissimi e continui nella mente, costituiscono l'ossatura di un'azienda. In pratica funziona così: ti si piazza una immagine potente nella testa e tac! S'è accesa la luce. Da ora in avanti il mondo non sarà più lo stesso, diceva La Quaglia. Se non c'è chi manovra la tua testa va tutto a puttane. Dovrò manovrare io, dovrò farlo io da solo, diceva.

Interminabili attimi davanti allo specchio a parlare con flaconi di brillantina Linetti, e a soppesare questioni senza uscita, buie, che La Quaglia cercava di confondere nell'acqua fredda, o nell'irritante ronzio di un rasoio elettrico. La totale inutilità mi perseguita, diceva La Quaglia.

Un preciso sabato sera del 2003 La Quaglia indossò un paio di Gola celesti, con lacci rossi vistosi da 'na parte, e lacci blu elettrico dall'altra. C'è questa immagine di La Quaglia che gira per Viale de Gasperi, con i lacci delle scarpe colorati, intenzionato ad andare fino in fondo, ma incapace.

La settimana dopo La Quaglia indossò scarpe diverse: a destra confermò le gola celesti, a sinistra introdusse le gola giallonere.

Durante le gite effettuate da La Quaglia al ristorante Stella Polare, a S.B.T., gli veniva detto che era un bel tipo, tutto colorato e chiassoso, ma lui era perfettamente diverso dai discorsi e dai colori che produceva all'esterno.

La Quaglia si trovava ogni giorno in un nuovo mondo interessante, da studiare, primo pensiero della mattina cosa si beve stasera di aperitivo, a coronamento di quest'altra inutile giornata.

Il ragazzo si comprò una giacca nera militare che faceva paura, bellissima, e con l'esuberanza tipica dei cazzoni privi di carattere diceva che ci sarebbe andato dovunque, con quella giacca: al mare, al ristorante, e ci sarebbe uscito la sera, diceva. Dopodiché l'avrebbe lavata ogni notte, appena rimesso piede a casa. Sarebbe stata la prima cosa che avrebbe fatto rientrando, ancor prima di togliersi le scarpe.

Quelle macabre feroci maledette scarpe.

E a proposito di scarpe, tu puoi tenere i piedi su persone diverse. Puoi rovinare una persona e continuare, e ancora non buttarla, non lasciarla in pace, come con le Converse. Puoi applicare a una persona un laccio diverso dall'originale, più colorato, perché ti piace di più, perché somiglia di più all'idea che hai dell'amore. Ma sempre di lacci si tratta, legami, ovvero una cosa che ti ripara e che ti tiene avvolto. Dopodiché le persone si rompono all'improvviso, come le scarpe, disciolte liquefatte sotto il sole di agosto. Le persone ti si scuciono di dosso mentre cammini. Una scrollata di spalle e non le vedi più. Una confessione sulla tua reale consistenza è sufficiente a farle fuggire impaurite. Un allaccio sbagliato e tac! Si rompe tutto. Coperture e tomaie, ossa umane e pellicine di caviglia, miserie abbandonate sulla pavimentazione del Lungomare. Fine, questi poveri resti non ti appartengono più.

Il più delle volte ti innamori di un'idea, non di una persona esterna.

Dura poco la bellezza. La Quaglia aveva dovuto sbatterci la coccia contro il muro per capirlo, nonostante glielo avessero detto più volte.

Tutte le cose somigliano a sé stesse, e a Dio. Che non c'è.

Per il suo compleanno La Quaglia pagava le cene. 6, 7, 9, 15 persone. Non badava a spese. Voleva farsi amare. Voleva a tutti i costi essere simpatico. Voleva piacere. Gran cazzata il fatto di "piacere", non consideratelo un risultato.

Per il suo compleanno gli regalavano perlopiù scarpe, a cui sarebbe rimasto affezionato per sempre.

A Pasquale La Quaglia gli piaceva la rovina, gli piaceva Spike Lee, gli piaceva David Lynch, gli piacevano i film di Giuseppe Piccioni. Gli piaceva la notte e la fatiscenza, ma proprio non accettava il rinnovarsi delle scarpe. Proprio non accettava il rinnovarsi delle persone. Conservava le persone come ampolle riempite a metà, pronte da bere e da prosciugare, pronte da rimpinzare con nuove porzioni di liquido.

La Quaglia si ergeva a console onorario del genere umano, paladino dei deboli, selezionatore di carne umana, ma proprio non riusciva a fare ciò che aveva in mente di fare. Restò incompiuto. Sentenziava scioccamente. Convinto che nel mondo niente è vero, diceva, e che la troppa gentilezza non va bene. Convinto di tutte quelle frasi scritte sulle canottiere.

Aveva una bicicletta da corsa grigia marca Atala, il ragazzo. 

Non riuscivo a staccarmi dalle persone, rifletteva stasera La Quaglia sotto la doccia, dopo oltre 10 anni di vicissitudini tormentate.
Non riuscivo a staccarmi da pensieri, cose e persone.
Ma quella sera, quando finalmente ascoltai la verità dalla bocca di lei, lei che regalava scarpe, l'unica persona che mi teneva veramente legato, quando per la prima volta erano state le sue labbra a confermare la distruzione totale dei lacci che flebilmente ci tenevano ancora uniti, ebbene quella stessa sera ho visto Luciano mentre buttava l'immondizia, e una luce si era accesa, rifletteva La Quaglia uscendo dalla doccia e afferrando l'accappatoio.
Quello ero io. Quella era la strada e l'azienda. Quello il mio compito nel mondo.
Non riuscivo a capire che ero felice.
Non occorreva che lo sapessero in molti.
Bastavo io.

 

(testi: Brevevita Letters / illustrazione: Enrico Natoli)
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"Everybody's got to learn sometime" - Beck 
from the original soundtrack of "Eternal Sunshine of the spotless mind", out in 2004

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