b i c i c l e t t a

F i c t i o n 
B I C I C L E T T A
di Brevevita Letters   

Nella più oggettiva e pragmatica realtà dei fatti, Vito Riga, una storia importante ce l’aveva avuta. A prescindere dalle quattordici vite già trascorse, e tutte finite a guardare il fuoco ardere alle 22,30 di sera (in solitudine totale); e pur avendo Riga smarrita la vitalità in maniera traumatica attorno ai 26-27 anni a causa di un’importante crisi depressiva; egli sapeva comunque mantenere nel suo animo una finestrella sempre aperta verso l’ottimismo, in generale verso la vita e l’amicizia, ma in special modo riguardo quella vecchia romantica vicenda di cuore, ch’era stata vissuta in compagnia di una idiota di ragazza dalle tette svizzere e con la voce un po’ da maschio, abile però a sollevare dall’inazione certi cromosomi sconosciuti che Riga manco sapeva di avere, e lingue di vasi sanguigni ora rattrappiti dietro innumerevoli e tristi masturbazioni.

“La morte è una cosa che mi interessa” diceva Riga con meticolosa consuetudine alle sue nuove fiamme, dopo un due-tre mesi di scopate, quando era oramai sicuro di volersele scrollare via di dosso, come se fossero mosche che ti s’attaccano, e allora quella frase era il D.D.T.

Dunque, sappiamo bene che Vito Riga era completamente calvo, e sappiamo bene che non si trattava di quel calvo modello rasatura a zero introdotto da Vialli negli anni ’90, bensì modello calvo classico, nauseabondo e flebile, coi capelli solo ai lati. Questo aspetto da impiegaticcio di mezza età, timido e muto, alimentava il mito che negli anni – specie nei bar – s’era venuto creando attorno alla sua figura: non una persona, ma una specie di fantasma pallido; non un “cazzoduro”, ma un inclassificabile insetto da laboratorio.

Ma torniamo alla sua storia d’amore.

Dopo una fine isterica e vergognosamente lenta, in cui Riga dovette abbandonare per sempre la sua dignità di essere umano, la considerazione che questa donna aveva per lui tornò col passare del tempo a salire.

Il tutto accadeva a distanza. Senza contatti diretti, difatti, la donna aveva segretamente ripreso ad interessarsi a lui, e in un certo senso ad amarlo silenziosamente. Lo cercava nei locali, lo ammirava nei suoi gesti lavorativi (per quanto potesse sembrare ridicolo, oppure arbitrario, ammirare un capoturno di un’industria farmaceutica – tale era l’inquadratura professionale di Riga), e parlava di lui con le sue nuove fiamme come se si trattasse di un essere in qualche maniera trascendentale, uno che realmente non si può mai lasciare, non fino in fondo, una specie di Buddha col culo secco e calato, con una montagnetta di gobba a rigonfiare la scapola destra, e che indossava i jeans Roy Rogers prepotentemente ritornati di moda.

Io sarò sempre lì con te, sta tranquillo, l’amore dura per sempre, diceva lo sguardo di lei quando i due si rincontravano, ognuno col suo nuovo ammasso di ciccia al seguito (ovvero nuove collaboratrici per attività sessuali e pseudofidanzati pazzeschi, con le orecchie come Jumbo). Riga pensava si trattasse di pietà. Invece porca puttana una sera, molti anni dopo la fine, una sera come un’altra, mentre il telegiornale aveva appena finito di inquinare i muri di una casa bisognosa di una perentoria rivisitazione del design interno, osservando il solito fuoco ardere, Riga realizzò, ebbe una visione, e pervenne a un clamoroso sillogismo.

Vide la bicicletta, la bicicletta nera, quella vecchia, quella che gli avevano fottuto al mare, i tossici. Quella bicicletta lì aveva una storia, e difatti si trattò di un pomeriggio penso di luglio, tardo pomeriggio, quasi all’imbrunire, fu quella volta lì, un episodio preciso, la bicicletta.

Le persone non ritornano, si disse Riga, ma questa volta lei era ritornata veramente, questa volta era l’amore, quello vero. Vitino mio, perché non hai saputo riconoscerlo?

In realtà lei – questo esemplare di ragazza dalle curiose tette tradizionali svizzere – aveva organizzato una luna di miele scarna e dall’incredibile fascino. Aveva fatto in modo che tutti i tasselli confluissero magistralmente verso una camminata infinita, dalla rotonda di p.d.a. fino al campo Europa, lei a piedi, e Vito Riga anche, a piedi, ma portandosi dietro la bicicletta a mano, come fanno certe volte i vecchi.

“. . . . era ritornata, ed in maniera clamorosa, e molti anni dopo la fine della storia. A volte accade.”

” . . . Lei, proprio lei, la donna che aveva condizionato al ribasso due decenni, la principale responsabile di una patetica, prolungata adolescenza, lei che aveva decretato il perdurare dell’ignavia e di uno status sociale meno che medio, vallo tu a pensare, era addirittura ritornata, un periodo…”

Che soddisfazione!
Tardiva, però cavolo, un riscatto mica da poco. . .

Improvvisamente Riga non era più un fallito, era elettrizzante!
Questo fatto qui significava tutto, significava che uno come lui, perennemente sottomesso al giudizio degli altri, aveva trovato finalmente una conferma, una conferma potente, e con questa conferma era arrivata anche la pace. Si trattava di un’autorizzazione a esistere in quel preciso modo in cui esisteva lui. Significava che la mente femminile, un tempo, pensando e ripensando, soppesando eccetera, fotogramma dopo fotogramma, situazione dopo situazione, idee, dolcezza, denaro, eccetera, aveva addirittura creduto che una vita a fianco a lui, a Vito Riga, potesse essere accettabile. Lui, il filiforme il cui mutismo veniva scambiato per eleganza, l’avvoltoio pelato che ingoiava stopper maremmani, l’ex numero nove dalla zampata asciutta e proverbiale, il bombardiere da 500 gol nelle serie cadette, mister calciomercato, buono manco a parlare, ma solo a incespicare su palloni già ampiamente indirizzati nel sacco, proprio lui, sarebbe potuto riuscire a essere un uomo, un uomo vero, uno di quelli con le palle paccute che campano le famiglie a soli, perché so’ bravi, perché pigliano ‘no stipendio super, e non contenti il sabato mattina portano a chitarra i figli piccoli.

Questa idea lo riempì di un’emozione sconosciuta, quadrata, che si sarebbe dissolta allo scattare del verde del semaforo.

Riga adesso correva, come se dovesse riacchiappare una bestia fuggita dal recinto, come se dovesse salvare la vita a suo padre. E difatti la morte è sempre straordinariamente vicina all’amore, la morte è l’apice dell’amore, in quel preciso punto lì cacciamo fuori tutto quel che abbiamo di vero, nel profondo. A pensarci bene noi occidentali non facciamo altro che correre e morire. Da tempo. La nostra civiltà è terminata negli anni ’70. Siamo occlusi.

Ma torniamo a noi.
Riga continuava la sua corsa a piedi verso il Lungomare, portando a mano la sua vecchia bicicletta nera. Lo sguardo di lei era fantastico, anche se sbiadito dagli anni, come in un film in bianco e nero un po’ disturbato. Lei lo rivoleva. Le si leggeva in faccia. Furono 3 chilometri d’amore. In barba a tutti quegli esserini microscopici che spuntavano fuori dagli chalet, esternando frasi cretine. Invece, con l’amore al fianco Vito Riga era un gigante. Viveva meglio di tutti. Gli altri erano niente, con il loro inferno appresso, con il loro orrore, i loro spezzatini riscaldati, le loro pianelle gialloverdi del Brasile, e quella spocchia tipica della cittadina di provincia chiusa in sé stessa, che s’atteggia al credersi una importante metropoli del mondo.

Bah.

Queste vicende da deficienti contavano meno di zero, perché il momento era eccitante: lei era lì, dopo anni, dopo le tremende umiliazioni nei locali, dopo il male, dopo i mostri e il vomito, dopo essersi scopata nella macchina brighella e pantalone, dopo le piante per i capodanni lontano da lei, dopo le cene al “dopolavoro marinai” senza di lei… dopo tutti quei dischi di John Frusciante, eccola finalmente, è qui, è di nuovo mia.

Riga e questa ragazza si scambiarono le più grandi promesse d’amore, e parlarono del passato, e pervennero a delle visioni comuni, e si chiesero scusa a vicenda, e si dissero vedrai, vedrai che cresceremo insieme, e poi si salutarono per risentirsi l’indomani, anzi, magari si sarebbero sentiti quella sera stessa.
Erano di nuovo alla rotonda.
La luna di miele era finita.
Riga s’alzò in piedi sui pedali, come uno che va in fuga:

“sto bene”, le disse,
“sto bene non preoccuparti, portami l’amore io ti aspetto”,
diede spinta alla catena,
non si chiamarono più.
Non si rividero.

Se non l’estate dopo, quando al Jonathan lei lo guardava ancora fisso, come se le costellazioni familiari scaturite dalla loro storia fossero senza dubbio il film più romantico mai uscito sulla faccia della Terra, una trama struggente in cui due piccoli avvoltoi erano stati strappati fuori dal nido, a causa di una tempesta; e nonostante tutto continuavano a vivere entrambi, lontanissimi tra loro, appollaiati su due gru con sotto il vuoto, quelle gru gigantesche dove gli operai statunitensi costruivano i grattacieli.

Se non due anni dopo, d’inverno, quando addirittura si ritrovarono insieme in macchina, addirittura da soli, di ritorno da un ristorante dove avevano passato non so quale stupida serata in compagnia. Riga si tuffò sulle tette svizzere di lei come una piovra. Erano ancora belle toste. “Dai facemc ‘sta chiavata”, le disse Riga. Lei si mise a ridere forte, come sapeva fare solo lei. Gli rispose due volte di no continuando a ridere, magari lusingata dalle avances, ma forse un po’ delusa dall’essere stata considerata alla stregua di una bambola gonfiabile. O una di quelle sciacquette sul gruppo contatti del NOKIA.

Adesso invece erano passati due decenni.

Riga era solo in mezzo alla dispersione, nella piazzetta lunare della rotonda di p.d.a.

Guardava il telefono come se il maledetto dovesse tornare a squillare.

Continuava a farfugliare quasi indemoniato. Erano monconi di frasi privi di connessioni logiche: “…in realtà la bicicletta era una bicicletta nera, modello vecchio con la canna da uomo, era bella, ‘lla cazz di bicicletta, specie ‘sto percorso a piedi, dall’edicola di via mare fino alla pineta, un viaggio attraverso saturno, il bene e il male, l’hotel Persico, il residence Las Vegas… lo chalet Alex, il monello, il rebel, l’edelweiss. Mi so’ messo tutto alle spalle. Avevamo toccato le spiagge del vicino mare adriatico e subito dopo quelle dell’Uruguay, e poi la Liguria, e poi la Polonia. Ha visto dei lati di me assolutamente orribili, e non era Rita, e non era la donna sconosciuta alla stazione di s.b.t. Mi ricordo persino che una volta mi desti appuntamento qui a porto d’ascoli, esattamente qui, eri tu, non me lo sono sognato, eri ritornata, eri ritornata cazzo, e mi desti appuntamento a porto d’ascoli… esattamente in questo punto qui…”

Ma porca puttana!

Riga si rivolse adesso a un albero: “devo informarti di una cosa: tu non eri nel gruppo di sciacquette del NOKIA, tu non eri compresa in quel gruppo, tu eri troppo diversa…”

Riga appoggiò la mano sulla corteccia sottile di quella specie di pino marittimo: “…eri ancora mia, cristo, le tue braccia me le sento ancora in testa. . . “

Riga adesso c’aveva la faccia bagnata dalle lacrime, e la voce ormai come quella di un cane stanco, un cane che s’è stancato di ringhiare: “sotto quello schifo c’è una persona decente, sotto quello schifo c’è una persona decente “, continuava a ripetere, e non si sa se nella dicitura <<persona decente>> Riga intendesse sé stesso oppure questa fantomatica lei.

A volte sono confuse le cose.
A volte terribilmente uguali, ovunque nel mondo, e dentro ogni persona.
A volte una maschera di carnevale è applicabile all’intero emisfero a nord dell’equatore.
A volte niente è vero nella vita.
Altre volte, invece, un porco di luogo comune risulta magnifico e calzante per la totalità della popolazione umana.
In ogni caso, la luna di miele era andata.

Fatta, finita, impossibile da ripetere.

Lei non c’era più – proprio non si sapeva più dove fosse.
Non si sapeva più niente.

Lei e Riga erano uguali.
Erano nati buoni e diventati cattivi senza averlo deciso, seguendo nessun corso, col solo scorrere del tempo. Avevano abbandonato i loro grandi interessi infantili per tuffarsi nel mondo dei grandi, quello piatto e uninominale che forgia coglioni, quello che sparacchia tutto a zero fottendosene dell’umanesimo. Erano cattivi anche tra loro, Riga e la sua bella, si dicevano le cose più orribili, e Riga ne ricordava ancora alcune:

1) tu non mi basti, ed io dovrei andarmene;
2) mi cominci a fare tenerezza io non riesco a scoparlo uno così;
3) io non voglio figli io non credo nella vita;

Il più grande amore possibile è un viaggio lungo 3 km, e t’incula, perché apparentemente non è niente di speciale. E’ semplice, è superiore, resta nel tempo, è la panacea di tutte le volte che vai in banca e ti dicono mi spiace, devi utilizzare un altro modulo. E’ la fotosintesi dell’odio, il verme che diventa farfalla e vola via.

Lei non c’era più, ma il solo pensiero che un giorno, in quel lungo rettilineo, c’era stata, equivalse allo sdoganamento di tutta una serie di credenze prese a morsi la notte alle tre, e vicissitudini esistenziali diverse. Adesso tutto era risolto.

Riga era seduto sul muretto di fronte al Misus, nel freddo e nel buio del gennaio impossibile: “mi sento vuoto”, disse, “sciolto, affrancato..
cazzo che sensazione di libertà.
Sono completamente nuovo.
Devo apprendere tutto,
ancora una volta,
daccapo”

La serenità l’attendeva,
e la prossima donna,
anche.

Dopotutto è solo lo stupido modo che abbiamo di ingoiare le cose,
perdonarci,
perdonare il nostro comportamento insufficiente.

Brevevita Letters
published on 7th December 2018
written on 2017

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p.s. questo racconto è dedicato a tutti gli innamorati sulla faccia della Terra




wow, you’ve found a matching song!
“The Mirror”, by John Frusciante – from the album “The will to death”, 2004